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	<title>Ariarosa &#187; viaggi</title>
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		<title>Cibo da compagnia</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Feb 2019 11:23:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Animali d&#8217;affezione, cioè tutti Durante i mei 4 anni di vita a Sao Tomé e Principe non avevo cani o gatti con me. Gli animali di compagnia non erano visti di buon occhio; per gli africani negli anni ’80 il &#8230; <a href="http://www.ariarosa.it/scrittura/cibo-da-compagnia/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Animali d&#8217;affezione, cioè tutti<br />
</strong><br />
Durante i mei 4 anni di vita a Sao Tomé e Principe non avevo cani o gatti con me. Gli animali di compagnia non erano visti di buon occhio; per gli africani negli anni ’80 il mondo animale si divideva in due grandi classi, alla faccia di Linneo: gli elementi pericolosi &#8211; categoria in cui i cani, le scolopendre e il mamba nero venivano raggruppati &#8211; e la classe cibo, che accoglieva tutte le altre specie.<br />
<em>“C’est la bouffe qui passe patronne!”</em> rispose un giorno uno dei portatori gabonesi alla mia richiesta di conoscere il nome di un serpente che ci aveva attraversato la strada.</p>
<p><strong>Italiani brava gente: <em>&#8220;io non ti mangio&#8221;</em><br />
</strong>I santomensi mangiavano qualunque tipo di selvaggina o pesce, escluse le aragoste; quelle per loro erano spazzatura nemica, che distruggeva le reti con le chele. Una volta compreso che noi ne andavamo ghiotti, cominciarono a vendercele, a prezzi sempre più cari, via via che la richiesta aumentava, secondo le migliori regole dell’ortodossia economica. Poi provarono a proporci altri animali, che noi rifiutammo categoricamente di mangiare. Dopo l’episodio di un gabbiano ferito, portato a casa di una mia collega in veste di merce edibile e amorevolmente risparmiato e curato, la voce che i cooperanti italiani erano un po’ <em>malucos</em> (pazzi eccentrici) e invece di mangiare gli animali se li tenevano in casa, si sparse. Da quel giorno ci fu offerto (a pagamento) di tutto e in continuazione: gatti con le gambe spezzate, cani rognosi tramortiti da scontri con jeep e camionette, galline sperdute.</p>
<p><strong>Gallina salva fa buona compagnia<br />
</strong>La mia amica Alessandra costruì addirittura una scaletta perché la sua gallina, salvata dalla morte, potesse uscire da sola a passeggio nella corte, passando dalla finestra.<br />
Gallina era molto abile a evitare gli agguati dei bambini che cercavano di trasformarla in pasto, si vedeva che era una consumata ribelle, sfuggita a precedenti insidie per perizia o perché covata sotto una buona stella.</p>
<p><strong>Gino capretto clandestino<br />
</strong>A Pasqua il falegname del villaggio ci chiamò per donarci un capretto, in segno di riconoscenza per la nostra collega medico, che aveva curato suo figlio. Eravamo veramente afflitte: dovemmo andare da lui a caricare sulla jeep il capretto legato e urlante. Facemmo finta di accettare. Fu un viaggio infernale, fortunatamente breve. Una volta a casa Gino (il capretto lo chiamammo così) fu liberato dalle corde e rimase a vivere con noi. Al nostro autista fu fatto giurare di mantenere il segreto sulla sua sopravvivenza e l’<em>empregada</em> (la governante) fu istruita a montare la guardia per nascondere Gino in caso fosse apparso il falegname all’orizzonte.<br />
Evento che fortunatamente non si verificò, perché di sicuro Gino avrebbe scelto il momento più inopportuno per belare a pieni polmoni. In segno di gratitudine Gino il clandestino divorava qualunque pianta, ortaggio, oggetto, ferramenta di piccola taglia, trovasse in cortile. Teneva tutto molto pulito, purtroppo il suo concetto di pulizia includeva anche scarpe e indumenti, di cui Gino si serviva tirandoli giù direttamente dalle corde su cui venivano sciorinati.<br />
Umidi gli piacevano molto.</p>
<p><strong>La Gaia belva<br />
</strong>Fu così, grazie al nostro sconsiderato amore per gli animali, che arrivò da noi anche Gaia.<br />
Con notevole sforzo creativo Stefano e Lidia l’avevano chiamata Gaia perché il nome che le davano i santomensi era Lagaia. Si trattava di uno zibetto africano. Non sapevamo nemmeno se fosse maschio o femmina, ma ormai per noi era Gaia.<br />
Carinissima, con un musetto simpatico e una folta pelliccia, rischiava e rischia tuttora la vita perché è considerata un pasto prelibato e la sua pelliccia è molto apprezzata come ornamento. Era così tenera che ce ne innamorammo subito, senza minimamente curarci di prendere informazioni su di lei. All’epoca il concetto di specie protetta era di là da venire e noi eravamo sinceri e inconsapevoli amanti degli animali: al massimo si pensava a proteggere le balene o il panda gigante.</p>
<p><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/Lagaia.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1446" title="lagaia" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/Lagaia-e1550314019614.jpg" alt="" width="500" height="348" /></a></p>
<p>Ben presto Gaia si rivelò l’ottava piaga d’Egitto.<br />
Mordeva come una tigre, puzzava come un orinatoio, ringhiava con voce da iena, quando era incazzata (accadeva spesso che lo fosse) si gonfiava come un gatto furioso e nottetempo razziava con metodo i pollai dei vicini, che il giorno dopo si presentavano alla nostra porta con i resti dei cadaveri sanguinanti, esigendo giustizia e rimborso.<br />
Mettendomi nei suoi panni, anzi nella sua pelliccia, comprendo adesso quanto dovesse soffrire un animale notturno, selvatico, solitario, cacciatore e carnivoro, abituato a dormire di giorno nella vegetazione fitta e a nutrirsi uccidendo anche grandi prede, nel ritrovarsi chiuso in una casa con un gruppo di umani bene intenzionati, ma sprovveduti e ignoranti, che cercavano di grattarle la pancia, accarezzarla e farla diventare vegetariana.<br />
Io avrei ucciso per molto meno.<br />
I meno decerebrati del gruppo si opposero a questa tortura e riuscimmo a convincere gli altri a liberare Gaia nel suo habitat.</p>
<p><strong>La liberazione di Gaia<br />
</strong>Organizzammo una spedizione con l’aiuto di Fernando, il nostro autista, che si prestò, a malincuore, ad aiutarci a rilasciare nella foresta quell’ottimo bocconcino. Facemmo costruire una solida gabbia in legno e Gaia fu incappucciata e legata per l’ultima volta. Si difese con ardimento e, malgrado gli spessi guanti da lavoro che gli indomiti mercenari, da noi ingaggiati per la bisogna, indossavano per proteggersi, Gaia lasciò il segno.<br />
Durante il trasportò ringhiò, graffiò, cagò, pisciò e produsse secrezioni ripugnanti che ci accompagnarono per mesi, come monito a lasciare in pace la fauna selvatica. Di sicuro l’eroico zibetto insegnò la lezione anche ai locali, che da quel momento si guardarono bene dal portarcene altri esemplari.</p>
<p><strong>Billy, lo Jacquot innamorato<br />
</strong>Uno dei rari santomensi che possedevano animali di compagnia era il fratello del ministro dell’Economia, che lavorava alla sede locale delle Nazioni Unite. Era anche il mio compagno, diciamo la relazione principale che intrattenevo in quei tempi di giovanili follie, in cui mi ero adeguata senza problemi all’allegra gestione dei rapporti intimi con l’altro sesso.</p>
<p><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/PappagalloJacquot.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1448" title="pappagallojacquot" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/PappagalloJacquot-e1550316087181.jpg" alt="" width="500" height="295" /></a><br />
Lui viveva con Billy, un pappagallo parlante, per l’esattezza era un pappagallo cenerino, uno Jacquot, quelli bruttarelli, grigi con la coda rossa, gli unici in grado di produrre suoni simili alla voce umana, un po’ come i merli indiani. Pare siano super intelligenti e morbosamente affezionati ai loro padroni. In effetti Billy adorava il suo padrone e quando lui ed io litigavamo mi inseguiva per becchettarmi le caviglie.<br />
A me non piaceva, non ho mai avuto grande simpatia per i pennuti e capivo benissimo che per Billy ero la rivale, l’intrusa che gli contendeva le attenzioni del suo grande amore. Io abitavo in un’altra casa, ma quando andavo a casa del mio compagno in sua assenza, non appena l’<em>empregada</em> socchiudeva la porta, alle sue spalle si palesava Billy, giunto a controllare chi fosse che aveva bussato. Se i suo unico amore era presente Billy gli saltellava intorno ripetendo insistentemente: <em>“cossa Billy, cossa”, “gratta Billy, grattalo”</em>, dandogli colpettini con la testa contro le mani per farsi grattare le piume.<br />
Benché mi infastidisse riconosco che era uno spettacolo di seduzione unico: Billy inclinava il capino, si sprimacciava le piume, faceva la ruota con le ali e poi sbirciava il suo amore coprendosi vezzosamente il becco con l’ala a guisa di ventaglio, avvicinandosi di sghimbescio, accennando passi di danza. Queste premure erano esclusivamente riservate all&#8217;oggetto della sua devozione e non mi restava che attendere pazientemente che l’amoreggiamento terminasse, sennò le mie caviglie ne avrebbero fatto le spese.</p>
<p>Tutti questi animali popolavano le case dei miei amici e colleghi.<br />
Infine una sera giunse anche per me l’incontro con il mio animale d’affezione santomense.</p>
<p><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/Conigli.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1447" title="conigli" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/Conigli-e1550315291656.jpg" alt="" width="500" height="250" /></a></p>
<p><strong>Corniglio e la sua progenie<br />
</strong>Stavo tornando dal Bataclàn, l’unica discoteca dell’isola, insieme alla mia amica, quando vedemmo, fermo in mezzo alla strada, abbagliato dai fari dell’auto, un coniglio bianco.<br />
Inchiodai la jeep e scesi per raccogliere l’incauto coniglio autostoppista prima che qualche santomense lo scorgesse e se lo portasse a casa per farlo finire in pentola. Lì per lì non avevo un piano; l’obiettivo immediato era salvargli la vita. Arrivate a casa la mia amica ed io chiudemmo Coniglio in ufficio, dove lui passò la notte rosicchiando tutti i cavi elettrici che riuscì a raggiungere. Il giorno successivo chiamammo un veterinario e l’elettricista.<br />
Del veterinario in seguito non ci fu più bisogno, mentre con l’elettricista avremmo stretto un patto a vita.<br />
Gli venne dato il nome Coniglio, che i santomensi trasformarono in Cornelio, perché in porrtoghese coniglio si dice <em>“coelho”</em> e avevano pensato che invece Coniglio significasse Cornelio in italiano. A quel punto decisi di attuare un’operazione di sincretismo culturale chiamandolo Corniglio e quel nome gli rimase finché ebbe vita. Una vita che fu lunga, serena e prolifica.</p>
<p>Tra la corale disapprovazione del personale santomense Corniglio fu accolto in casa non come portata in un menù, ma come membro della cooperazione italiana a Sao Tomé e Principe.<br />
Pensammo di lasciarlo libero in giardino e la scelta fu di suo gradimento. Corniglio cominciò a scavare peggio di una talpa, destando le ire del giardiniere che si vedeva devastare il frutto delle quotidiane fatiche. La bastardaggine di Corniglio era pari alla lunghezza delle sue orecchie e lo spingeva a scavare proprio nelle aiuole e nel terriccio dissodato di fresco, che gli richiedeva un minor impegno nell’operazione. Alle sue perforazioni non sopravviveva nulla e alla fine l’ebbe vinta lui: il giardiniere si arrese a non avere in giardino che alberi di grosso fusto ed erba infestante, rinunciò ai fiori e Corniglio restò dominatore assoluto del territorio. Preoccupate per l’equilibrio psicofisico di Corniglio pensammo che, se gli avessimo trovato una compagna, anziché bucherellare il terreno, magari si sarebbe impegnato in altre attività ludiche. Immemori del significato del detto “figliare come conigli” contattammo un allevamento e comprammo Corniglia.<br />
Lei si comportò secondo natura: 5 parti all’anno, con 10 – 12 <em>corniglietti</em> ad ogni parto. I <em>corniglietti</em> appena nati stavano con lei, poi, per proteggerli da cani e gatti, li trasferivamo in ufficio, dove loro rosicchiavano con perizia tutti i cavi elettrici. Arrivava l’immancabile elettricista che ogni volta si stupiva del fatto che i roditori non restassero mai fulminati, riparava i cavi e ci proponeva di acquistare in blocco i guastatori. Al nostro fermo rifiuto se ne andava ridendo e scuotendo la testa. Quando i <em>corniglietti</em> erano cresciutelli andavano ad accrescere le schiere dei conigli ormai inselvatichiti che popolavano lo spazio all’aperto e la storia proseguiva: il nostro giardino era diventato la collina dei conigli.</p>
<p>Pareva che la colonia dei Cornigli sapesse di abitare in una zona franca, perché se ne stavano lì a scavare, senza alcuna pulsione a esplorare l’infido spazio oltre la recinzione. I predatori, umani e animali, erano però in agguato, quindi ci sentimmo in dovere di assumere un guardiano diurno e uno notturno (armati di machete) per proteggere i Cornigli. La nostra fama di <em>malucos </em>(pazzi eccentrici) si sparse in tutta l’isola e i bambini accorrevano a vedere quei matti degli italiani che pagavano elettricisti e guardiani per tenersi degli inutili conigli vivi in giardino, mentre avrebbero potuto mangiarseli.</p>
<p>Ogni mattina Fausta, la nostra <em>empregada</em>, anziché dirci <em>“bom dia”</em>, scuoteva la testa, guardava noi, poi i Cornigli, poi di nuovo noi, riscuoteva la testa e pronunciava lapidaria la sua sentenza <em>“que gasto!”</em> che spreco!</p>
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		<title>Blogger a scuola dal sinologo, Casa dei Carraresi, Treviso</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Feb 2013 23:43:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ieri sera, a Treviso, presso la Casa dei Carraresi, Marcatrevigiana.it ha offerto a trenta bloggers l’opportunità unica di condividere l’esperienza di Adriano Màdaro, giornalista appassionato, sinologo e curatore di mostre internazionali dedicate alla Cina e al Tibet. © foto per &#8230; <a href="http://www.ariarosa.it/arte-2/blogger-a-scuola-dal-sinologo-casa-dei-carraresi-treviso/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri sera, a Treviso, presso la Casa dei Carraresi, <strong><a href="http://www.marcatrevigiana.it/" target="_blank">Marcatrevigiana.it</a></strong> ha offerto a trenta bloggers l’opportunità unica di condividere l’esperienza di <strong><a href="http://www.madaro.it/" target="_blank">Adriano Màdaro</a></strong>, giornalista appassionato, sinologo e curatore di mostre internazionali dedicate alla Cina e al Tibet.</p>
<p><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2013/02/Madaro_Mostra-Tibet-Fotografia-con-Cesare-Gerolimetto-01-e1361230098492.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-665" title="Madaro_Mostra-Tibet-Fotografia-con-Cesare-Gerolimetto-01" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2013/02/Madaro_Mostra-Tibet-Fotografia-con-Cesare-Gerolimetto-01-e1361230098492.jpg" alt="" width="500" height="281" /></a><em>© foto per gentile concessione di <a href="http://www.marcatrevigiana.it/" target="_blank">Marcatrevigiana.it</a></em></p>
<p>Dopo la visita alla mostra <em>Tibet, tesori dal tetto del mondo</em>, (aperta al pubblico dal 20 ottobre ’12 al 2 giugno ’13) in cui le suggestive immagini scattate da Màdaro nel corso dei suoi 175 viaggi in Oriente, guidavano il visitatore alla scoperta della cultura e della filosofia del buddhismo tantrico tibetano, il giornalista <strong>Sergio Zanellato</strong> lo ha presentato a una platea attenta e curiosa, intervenuta al <strong>Seminario <em>Farsi un&#8217;opinione</em>.</strong></p>
<p>Màdaro ha parlato con generosità della sua esperienza, raccontando le scelte che hanno orientato l’allestimento della mostra: ogni pezzo un’emozione e un frammento di vita da narrare.<br />
Nelle sale in cui le imponenti fotografie delle vette più alte del mondo e delle lamaserie inerpicate sulle pendici delle montagne facevano da sfondo a preziose statuine in oro massiccio, costumi e copricapi cangianti, gioielli elaborati, strumenti musicali e oggetti sacri, Màdaro ha messo in scena con perizia secoli di storia e cultura, chiudendo il percorso con un interrogativo stimolante per il visitatore: ciò che sappiamo sulle relazioni tra Cina e Tibet corrisponde a verità?<br />
L’ultima sala riporta l’interessante carteggio tra l’allora presidente della repubblica popolare Cinese, Mao ZeDong e l’attuale Dalai Lama, Tientsin Gyatso. La qualità del rapporto testimoniata dalle lettere sembra improntata al dialogo amichevole.</p>
<p>Cosa accadde dunque nel 1959, data dell’insurrezione di Lhasa e della partenza del Dalai Lama dal paese?</p>
<p>Partendo da questa domanda Zanellato e Màdaro hanno costruito il dibattito e la riflessione su cosa significhi fare giornalismo, costruirsi la propria opinione basata sull’incontrovertibilità dei fatti, darne testimonianza attendibile.</p>
<p><strong><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2013/02/Madaro_Marca_AR.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-669" title="Madaro_Marca_AR" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2013/02/Madaro_Marca_AR-e1361230498741.jpg" alt="" width="500" height="250" /></a></strong><em>Adriano Màdaro &#8211; © foto per gentile concessione di <a href="http://www.marcatrevigiana.it/" target="_blank">Marcatrevigiana.it</a></em></p>
<p><em> </em><strong>Come si arriva a scrivere?<br />
Come si può ottenere credibilità e autorevolezza?</strong></p>
<p>La ricetta di Zanellato è – a prima vista – semplice: <em>“un pieno di esperienza e un euro di umiltà”</em>. Tutto si può ottenere lavorando sodo e credendo in ciò che si fa.<br />
Le abilità necessarie da coltivare sono la capacità di acquisire conoscenze e di diventare competenti nelle materie prescelte, ma la dote più preziosa è soprattutto quella di saper trasmettere agli altri ciò che si è appreso, arricchendoli della propria esperienza condivisa.<br />
Come fa Màdaro quando racconta il suo amore per la Cina con gli occhi che brillano e la voce vibrante.<br />
<em>“In Cina non si va, ci si ritorna”</em> dice, annunciando il suo 176esimo viaggio. L’ennesimo ritorno in una vita trascorsa a coltivare la passione nata a cinque anni, quando la mamma, maestra, gli portò a casa un riassunto della storia di Marco Polo. Quel libriccino conteneva delle pagine essenziali: alcuni fogli bianchi, su cui si invitava il lettore a completare il percorso dell’esploratore grazie all’utilizzo dell’atlante geografico. Fu così che il piccolo Adriano scoprì l’esistenza del Kazakistan prima ancora di saper leggere e scrivere, cercando di tracciare su quella mappa sconfinata la via più breve tra Venezia ed il Celeste Impero.</p>
<p>Se la passione brucia non si può che andare e nel corso degli anni Màdaro è andato nei più remoti angoli dell’Estremo Oriente, laureandosi con una tesi sulla Rivoluzione Cinese e superando le mille difficoltà create dalla mancanza di relazioni diplomatiche tra Italia e Cina.<br />
Il suo primo viaggio risale al 1976, epoca in cui l’occidente riteneva che il regime di Mao avesse creato l’inferno. <em>“In parte era proprio così”</em> ammette Màdaro, <em>“ma io volevo vedere la realtà con i miei occhi. Quando vado in Cina cerco di inserirmi e di vedere il resto del mondo dalla loro ottica: divento cinese.”</em></p>
<p>Ecco la ricetta per la tolleranza e la convivenza: comprendere il punto di vista dell’altro. Non significa condividerlo e accettarlo pedissequamente, ma avere l’umiltà e l’apertura mentale di considerare che non esiste solo il punto di vista della cultura occidentale.</p>
<p>L’invito di Màdaro ai giovani blogger è di essere curiosi, cercare, verificare le fonti, non accontentarsi delle verità preconfezionate dalle propagande, esercitare il libero pensiero e usare la ragione.</p>
<p><strong>Il dovere di un giornalista?<br />
</strong>Andare a verificare di persona e documentarsi fino a distillare la verità ad ogni costo.</p>
<p><strong>Cosa possono ancora insegnarci la Cina e la sua millenaria cultura?<br />
</strong>Un diverso approccio alla produzione e al business e una visione non individualista della vita e della società.<br />
Questo sconfinato paese ci stupisce con l’intraprendenza e la laboriosità del suo popolo e i suoi numeri sorprendenti: 9.460.000 kilometri quadrati di territorio, di cui solo un decimo è coltivabile; un miliardo e mezzo di abitanti che aumenteranno presto in maniera esponenziale perché il controllo delle nascite è stato tolto; città popolose quanto una nazione: Pechino conta 12 milioni di abitanti (wikipedia dice 18 milioni), Shangai 14 milioni. I cinesi hanno acquistato il debito pubblico americano, stanno progettando un aeroporto a Caltanissetta e un porto vicino ad Agrigento, che diventerà una base per i traffici nel Mediterraneo; hanno riempito il vuoto lasciato dalle potenze coloniali in Africa, creando infrastrutture in cambio di materie prime. Sono lungimiranti e attivi.<br />
60.000 studenti cinesi ogni anno vanno a studiare in Germania con borse di studio dello stato tedesco; 75.000 vanno in Inghilterra, 40.000  in Francia, 30.000 in Spagna. In Italia solo 600.<br />
La Cina è una delle grandi opportunità che la globalizzazione offre all’asfittica economia occidentale per rianimarsi, ma se non sapremo coglierla ne verremo sopraffatti e perderemo una grande occasione.</p>
<p>Suggerimento per i giovani: perfezionare competenze specifiche, aprirsi alle nuove opportunità del mercato ed essere disponibili a viaggiare e conoscere nuovi mondi e nuove culture.</p>
<p><strong><em>____________________</em></strong></p>
<p><strong><em>Info su Mostra Tibet: tesori dal tetto del mondo<br />
</em></strong><a href="http://www.laviadellaseta.info/" target="_blank">http://www.laviadellaseta.info/</a></p>
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		<title>Attenzione coccodrilli</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Sep 2011 01:36:16 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Africa]]></category>
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		<category><![CDATA[Burkina Faso]]></category>
		<category><![CDATA[coccodrilli]]></category>
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		<description><![CDATA[Palude sacrée de Bazoulé, BURKINA FASO. La jeep fila veloce su una strada, un po’ pista, un po’ asfalto. L’orizzonte è ampio, esteso, luminoso. Luce rossa e polverosa. Sorpassiamo biciclette cariche come pullman, motorini fastidiosi che trasportano famiglie al completo, &#8230; <a href="http://www.ariarosa.it/viaggi/attenzione-coccodrilli/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Palude sacrée de Bazoulé, BURKINA FASO.<br />
</strong></p>
<p>La jeep fila veloce su una strada, un po’ pista, un po’ asfalto.<br />
L’orizzonte è ampio, esteso, luminoso. Luce rossa e polverosa.<br />
Sorpassiamo biciclette cariche come pullman, motorini fastidiosi che trasportano famiglie al completo, bancarelle di cibo, frutta e molto altro.<br />
E persone che camminano.<br />
La maggioranza sono donne.<br />
Donne con pesi, pesi di tutti i tipi: bambini appesi a grappolo sulla schiena, fagotti in testa, catinelle, ceste, calebasses, sacchi, secchi.</p>
<p>Un universo sulla loro testa.</p>
<p>Loro non crollano.<br />
Camminano, camminano, camminano.<br />
Il peso è più lieve se ti muovi?<br />
I fardelli pesano, ma i figli nascono per l’orgoglio dei padri e pesano sulla schiena di Mama Africa.<br />
Sono incazzate.<br />
Di una rabbia antica.<br />
Continuano a camminare.<br />
Io le trovo bellissime: la bellezza della realtà.</p>
<p><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2011/09/donne-camminano-africablog_sett11.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-197" title="donne camminano africablog_sett11" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2011/09/donne-camminano-africablog_sett11.jpg" alt="Donne africane che camminano" width="500" height="365" /></a></p>
<p>Corriamo, mentre Didier ci dà il benvenuto nella Terra degli Uomini Integri.<br />
Thomas Sankara, il Che Guevara africano aveva voluto celebrare con questo nome la nascita del paese libero: Burkina Faso, la terra dei veri uomini.</p>
<p>Si va alla Palude dei Coccodrilli Sacri: Bazoulé.<br />
A me importa poco dove si va.<br />
Sono in Africa e si va. E’ l’andare che conta. Mi sento bene nella mia pelle. E sono felice.</p>
<p>Arriviamo a Bazoulé: una specie di Italia In Miniatura, l’Africa Kitsch in tutto il suo splendore; un villaggetto turistico che ci accoglie con rimbombante musica di Michael Jackson, surreali panchine fatte a forma di elefantini, coccodrilloni e mostruosi conigli di dimensioni esagerate, stile Incubo Di Alice.<br />
Nell’angolo dell’artigianato (un quadratino di terra zeppo di piantine di cotone asfittiche) una tettoia di canne ricopre un vecchietto sdentato di età compresa tra i 60 e gli 80, che è stato piazzato lì a fingere di tessere. Tutto intorno a lui pendono strisce di cotone che ci vengono proposte a prezzi da boutique luxury.<br />
Tento di divertirmi un po’ mercanteggiando.<br />
Il tessitore è tetragono ad ogni trattativa; si vede che è sul libro paga del complesso turistico.</p>
<p>Nel frattempo Didier ci parla di sacrifici di polli offerti ai coccodrilli. Vedendo la mia faccia si affretta a sottolineare che il pollo è sufficiente che lo paghiamo. Non è necessario gettarlo al coccodrillo.<br />
Io penso: <em>“un pollo che paga un pollo”</em>, ma so che in Africa mi capiterà spesso di sentirmi un po’ turista-pollo. Spennata va bene, l’importante è non essere sbranata.<br />
Dopo un vano tentativo di ordinare il pranzo nel ristorante del villaggetto dobbiamo ripiegare, sconfitti da un imperturbabile signore che ci spiega che, avendo una prenotazione per 100 coperti, non se me parla proprio di aggiungerne altri 7.<br />
Troppo stress ?<br />
Lo guardo ammirata.<br />
Noi non abbiamo fame. Abbiamo terminato da poco di fare colazione.<br />
Didier invece considera questo rifiuto come un delitto di lesa maestà, un affronto personale.<br />
Il cameriere non molla.<br />
Didier arriccia il naso e si rabbuia.<br />
Il cameriere visibilmente se ne frega.<br />
Didier gli volta le spalle.<br />
Il cameriere tiene la posizione.<br />
E’ teatro in tutta la sua potenza.<br />
Qui c’è molto da imparare.</p>
<p>Ripieghiamo sconfitti e io cerco di consolare Didier dicendogli che sicuramente troveremo un ristorante molto migliore di questo, che non offre che del montone arrostito. Le mie parole si riveleranno profetiche quando, dopo molte ore, ci siederemo finalmente a mangiare delle ottime <em>brochettes di capitaine </em>con le verdure in un ristorantino di Ouaga.<br />
Per me si tratta di un cambio vantaggioso: pesce e verdura al posto della carne. In Africa vita dura per i vegetariani; dopo l’Italia e l’Argentina credo sia il paese più carnivoro del mondo.<br />
Partiamo a piedi dal villaggetto Afrodisney dirigendoci verso la Palude Sacra.<br />
La guida locale ci porta a vedere delle gigantesche pietrose tartarughe. Mi fanno un po’ tristezza a guardarle da dietro una rete metallica. Loro sembrano molto indifferenti. Che sia la saggezza della lentezza? Quando ci si sposta a millimetri è necessario rendersi impermeabili al mondo esterno, proteggersi bene e fare capolino solo quando del cibo cade dal cielo, come le foglie di cavolo che la guida getta loro a manciate.</p>
<p>Proseguiamo verso l’attrazione principale: i coccodrilli.<br />
La guida agita il pollo legato per le zampe, a testa in giù. Ogni persona che incontriamo tiene un pollo in questo modo. Vedo un bambino che tiene così un pulcino. Ovviamente morto.<br />
Non so bene se la scena del Piccolo Alien con il Piccolo Pollo mi fa ridere o piangere. Non sopporto la sofferenza inutile. Il piccolo pollo almeno è morto. Mi sale la rabbia e vorrei legare a testa in giù qualcuno di loro per sentire come pigolerebbero.<br />
Cerco di distrarmi guardandomi intorno.</p>
<p><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2011/09/Africa-di-Esmeralda1.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-201" title="Africa di Esmeralda" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2011/09/Africa-di-Esmeralda1-e1317001900338.jpg" alt="Donna africana disegno di Esmeralda" width="500" height="312" /></a></p>
<p>___________________________________   <em>[disegno originale di Margherita Tramutoli]</em></p>
<p>La strada è rossa, interminabile; tutto intorno si estende la savana, sul fondo luccicano due stagni: a destra uno piccolo, una vera palude di erba bagnata, acqua stagnante; a sinistra un laghetto più ampio.<br />
Dei bambini ci vengono incontro reggendo dei vegetali: gambi lunghi terminano in un bulbo fatto a palla, pieno di semi. Sono verdi, con striature bianche e rossicce.<em><br />
“Semi di ninfea”</em> dice Didier<em><br />
“Quando c’è la carestia si mangiano. Sanno di nulla, ma riempiono la pancia per un giorno o due.”</em><br />
La guida piega sulla destra e rallenta,<br />
Didier dice: <em>“Doucement” (Lentamente)</em><br />
Ci chiedono di a non fare rumore.<br />
Pericolo reale o <em>suspence</em> turistica? Il dubbio mi accompagna.<br />
Comunque nelle due pozze tra l’erba affiora una geometria regolare, una cartina topografica in rilievo. Si capisce che il coccodrillo se ne resterebbe anche lì, ma la nostra guida lo prende e lo sposta di peso.<br />
Ci invita ad avvicinarci per toccarlo.<br />
Gli altri esitano.</p>
<p>Io ho paura, ma non ho mai toccato un coccodrillo e non riesco a resistere.<br />
So che toccare è molto diverso dal vedere. Toccando posso aggiungere un pezzetto di esperienza per avvicinarmi alla verità; la verità della realtà, che comunque mi sfuggirà, ma che &#8211; almeno per un attimo &#8211; sarà sotto le mie mani.<br />
Un piede davanti all’altro, piano, piano, lievemente. Non voglio disturbare. La paura lascia il posto alla deferenza. Mi sento un invasore e mentalmente chiedo scusa, chiedo permesso.<br />
Il coccodrillo è immobile: occhi chiusi. I denti spuntano lateralmente.<br />
So che un morso potrebbe costarmi la mano, ma mi sento tranquilla. Mi accuccio vicino a lui, allungo la mano sinistra e lo tocco.<br />
È caldo e duro, sembra un guscio; la mia idea che potesse essere viscido, freddo e umidiccio era infondata.<br />
Toccare con mano serve a questo: a sapere come stanno le cose.<br />
Sento il cuore che mi batte nelle dita.<br />
Il coccodrillo resta immobile. Allontano la mano, mi rialzo con lentezza e arretro silenziosamente.<br />
Un altro coccodrillo scivola nella pozza accanto.<br />
Mi rifiuto di se dermici sopra, benché la guida lo faccia e mi incoraggi ad imitarla.<br />
L’amara sensazione di poter commettere un’azione irriguardosa mi trattiene: non vedo ragione per mancargli di rispetto.<br />
Mentre ci allontaniamo dalla pozza la guida ci spiega che quei due coccodrilli sono tranquilli, ma che quelli del laghetto non sono altrettanto innocui.<br />
Mi viene il sospetto che quelli nella pozza possano essere drogati, malati, anziani o forse ipernutriti.<br />
Per attirare il coccodrillo sulla sponda del laghetto la guida agita il pollo che, ovviamente, si lamenta.</p>
<p>Il coccodrillo striscia, il pollo pigola, i turisti scattano foto. Non voglio sentirmi parte di questa messinscena e mi allontano con Katarina.<br />
Vado a fotografare con il mio telefonino l’unica cosa che mi sembra significativa: un cartello stradale triangolare, bianco con i bordi rossi.<br />
Nel mezzo campeggia un coccodrillo nero.<br />
Al di sotto un’insegna rettangolare avverte: <strong><em>ATTENTION CROCODILES!</em></strong></p>
<p><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2011/09/Attention-crocodiles-grande.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-205" title="Attention crocodiles grande" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2011/09/Attention-crocodiles-grande-e1317002264304.jpg" alt="Attention crocodiles primo piano" width="500" height="374" /></a></p>
<p><em>[22 dicembre 2010]</em></p>
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		<title>Mama Africa: Ouagadougou</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Apr 2011 14:51:58 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Burkina Faso]]></category>
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		<description><![CDATA[Jejé Vigné Lo-ho Jejé Vigné Lo-ho Togo &#8211; Lò ! Canto, salto e ballo sui gradini dell’aeroporto di Ouaga mentre Mama Africa mi accoglie. Dietro di me un carretto traboccante di bagagli incalza. “Attention, attention madame, attention ! &#8230;” Sento &#8230; <a href="http://www.ariarosa.it/viaggi/africa-burkina-faso/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2011/04/04-aeroport-ouaga.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-97" title="04-aeroport ouaga" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2011/04/04-aeroport-ouaga.jpg" alt="" width="498" height="330" /></a></p>
<p><em>Jejé Vigné Lo-ho<br />
Jejé Vigné Lo-ho<br />
Togo &#8211; Lò !</em><br />
Canto, salto e ballo sui gradini dell’aeroporto di Ouaga mentre Mama Africa mi accoglie. Dietro di me un carretto traboccante di bagagli incalza.<em><br />
“Attention, attention madame, attention ! &#8230;”</em> Sento gridare, mani mi afferrano il braccio per mettermi in salvo dal carrello stracolmo che corre giù dalla rampa, animato di vita propria e inseguito da un <em>porteur</em> affannato.<br />
All’interno della sala arrivi cataste di colli ostacolano viaggiatori sudati e puzzolenti, che traspirano sotto giacconi imbottiti e sciarpe di lana.<br />
I miei piedi bollenti incespicano in grovigli di tubi che spuntano a tradimento dai buchi che costellano il pavimento di cemento.<br />
Il nastro trasportatore dei bagagli non funziona: le valigie cadono rumorosamente a terra, lanciate da facchini vocianti. I passeggeri del volo da Parigi (cinque ore di ritardo causa brina sulle ali) scavalcano sacchi e persone per raggiungere il proprio bagaglio. Alcuni siedono su mucchi di valigie appena recuperate.<br />
Qua e là qualche collo sventrato lascia intravedere il contenuto, illuminato dalla luce scialba dei tubi fluorescenti. I ventilatori, malgrado rari momenti di accelerazione turbo, comunque inefficaci e subito seguiti dallo spegnimento delle luci dell’aeroporto, non producono alcuna variazione sensibile alla temperatura.<br />
Fatica, caldo, puzza e rumore.<br />
Benvenuti a Ouaga.<br />
Per la verità la sala arrivi dell’aeroporto è ancora un Non Mondo, ove si levita tra il Prima e l’Adesso. Il Prima apparentemente organizzato dei nostri aeroporti, la cui efficiente gestione ha comunque dovuto soccombere alle recenti nevicate. E … Il bello dell’Africa è che in Africa non c’è un Dopo, ma solo un Intensissimo ORA.<br />
Mama Africa: uno dei luoghi più spirituali del mondo. Tutto sempre, assolutamente, totalmente concentrato sul vitale momento presente. Il presente necessario per poter dire: “ci sono”.<br />
Eccomi: sulla porta d’ingresso dell’aeroporto di Ouaga.<br />
Ci sono !<br />
Il mio amico Mesme risponde al mio canto.<em><br />
Jejé Vigné Lo-ho<br />
Jejé Vigné Lo-ho<br />
Togo &#8211; Lò !</em><br />
Gli occhi sorridono di giora prima ancora che la bocca riapra.<br />
I dreadlock volano.<br />
Benvenuta a casa !</p>
<p><em>[20 dicembre 2010]</em></p>
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		<title>AriaRosa</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Feb 2011 09:02:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
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		<category><![CDATA[teatro]]></category>
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		<description><![CDATA[AriaRosa nasce dal pensiero e da un desiderio di cambiamento nasce viva nasce allegra nasce ironica e anche un po’ bastardella. Nasce d’inverno e vive d’estate sprigiona ali e respira leggerezza scrive, balla, colora, parla, risuona. Rosa come il colore, &#8230; <a href="http://www.ariarosa.it/scrittura/online-il-nuovo-blog-di-ariarosa/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2011/02/Ariarosa-vola.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-89" title="Aria Rosa vola" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2011/02/Ariarosa-vola.jpg" alt="Aria Rosa vola" width="500" height="667" /></a></p>
<p>AriaRosa<br />
nasce dal pensiero e da un desiderio di cambiamento<br />
nasce viva<br />
nasce allegra<br />
nasce ironica<br />
e anche un po’ bastardella.<br />
Nasce d’inverno e vive d’estate<br />
sprigiona ali e respira leggerezza<br />
scrive, balla, colora, parla, risuona.</p>
<p>Rosa come il colore, come il fiore, come il passato &#8211; (consumato e rosicato)<br />
Rosa come l’aria quando la respiri nel deserto.</p>
<p><em>[9 febbraio 2011]</em></p>
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