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	<title>Ariarosa &#187; Viaggi</title>
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		<title>Cibo da compagnia</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Feb 2019 11:23:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Animali d&#8217;affezione, cioè tutti Durante i mei 4 anni di vita a Sao Tomé e Principe non avevo cani o gatti con me. Gli animali di compagnia non erano visti di buon occhio; per gli africani negli anni ’80 il &#8230; <a href="http://www.ariarosa.it/scrittura/cibo-da-compagnia/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Animali d&#8217;affezione, cioè tutti<br />
</strong><br />
Durante i mei 4 anni di vita a Sao Tomé e Principe non avevo cani o gatti con me. Gli animali di compagnia non erano visti di buon occhio; per gli africani negli anni ’80 il mondo animale si divideva in due grandi classi, alla faccia di Linneo: gli elementi pericolosi &#8211; categoria in cui i cani, le scolopendre e il mamba nero venivano raggruppati &#8211; e la classe cibo, che accoglieva tutte le altre specie.<br />
<em>“C’est la bouffe qui passe patronne!”</em> rispose un giorno uno dei portatori gabonesi alla mia richiesta di conoscere il nome di un serpente che ci aveva attraversato la strada.</p>
<p><strong>Italiani brava gente: <em>&#8220;io non ti mangio&#8221;</em><br />
</strong>I santomensi mangiavano qualunque tipo di selvaggina o pesce, escluse le aragoste; quelle per loro erano spazzatura nemica, che distruggeva le reti con le chele. Una volta compreso che noi ne andavamo ghiotti, cominciarono a vendercele, a prezzi sempre più cari, via via che la richiesta aumentava, secondo le migliori regole dell’ortodossia economica. Poi provarono a proporci altri animali, che noi rifiutammo categoricamente di mangiare. Dopo l’episodio di un gabbiano ferito, portato a casa di una mia collega in veste di merce edibile e amorevolmente risparmiato e curato, la voce che i cooperanti italiani erano un po’ <em>malucos</em> (pazzi eccentrici) e invece di mangiare gli animali se li tenevano in casa, si sparse. Da quel giorno ci fu offerto (a pagamento) di tutto e in continuazione: gatti con le gambe spezzate, cani rognosi tramortiti da scontri con jeep e camionette, galline sperdute.</p>
<p><strong>Gallina salva fa buona compagnia<br />
</strong>La mia amica Alessandra costruì addirittura una scaletta perché la sua gallina, salvata dalla morte, potesse uscire da sola a passeggio nella corte, passando dalla finestra.<br />
Gallina era molto abile a evitare gli agguati dei bambini che cercavano di trasformarla in pasto, si vedeva che era una consumata ribelle, sfuggita a precedenti insidie per perizia o perché covata sotto una buona stella.</p>
<p><strong>Gino capretto clandestino<br />
</strong>A Pasqua il falegname del villaggio ci chiamò per donarci un capretto, in segno di riconoscenza per la nostra collega medico, che aveva curato suo figlio. Eravamo veramente afflitte: dovemmo andare da lui a caricare sulla jeep il capretto legato e urlante. Facemmo finta di accettare. Fu un viaggio infernale, fortunatamente breve. Una volta a casa Gino (il capretto lo chiamammo così) fu liberato dalle corde e rimase a vivere con noi. Al nostro autista fu fatto giurare di mantenere il segreto sulla sua sopravvivenza e l’<em>empregada</em> (la governante) fu istruita a montare la guardia per nascondere Gino in caso fosse apparso il falegname all’orizzonte.<br />
Evento che fortunatamente non si verificò, perché di sicuro Gino avrebbe scelto il momento più inopportuno per belare a pieni polmoni. In segno di gratitudine Gino il clandestino divorava qualunque pianta, ortaggio, oggetto, ferramenta di piccola taglia, trovasse in cortile. Teneva tutto molto pulito, purtroppo il suo concetto di pulizia includeva anche scarpe e indumenti, di cui Gino si serviva tirandoli giù direttamente dalle corde su cui venivano sciorinati.<br />
Umidi gli piacevano molto.</p>
<p><strong>La Gaia belva<br />
</strong>Fu così, grazie al nostro sconsiderato amore per gli animali, che arrivò da noi anche Gaia.<br />
Con notevole sforzo creativo Stefano e Lidia l’avevano chiamata Gaia perché il nome che le davano i santomensi era Lagaia. Si trattava di uno zibetto africano. Non sapevamo nemmeno se fosse maschio o femmina, ma ormai per noi era Gaia.<br />
Carinissima, con un musetto simpatico e una folta pelliccia, rischiava e rischia tuttora la vita perché è considerata un pasto prelibato e la sua pelliccia è molto apprezzata come ornamento. Era così tenera che ce ne innamorammo subito, senza minimamente curarci di prendere informazioni su di lei. All’epoca il concetto di specie protetta era di là da venire e noi eravamo sinceri e inconsapevoli amanti degli animali: al massimo si pensava a proteggere le balene o il panda gigante.</p>
<p><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/Lagaia.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1446" title="lagaia" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/Lagaia-e1550314019614.jpg" alt="" width="500" height="348" /></a></p>
<p>Ben presto Gaia si rivelò l’ottava piaga d’Egitto.<br />
Mordeva come una tigre, puzzava come un orinatoio, ringhiava con voce da iena, quando era incazzata (accadeva spesso che lo fosse) si gonfiava come un gatto furioso e nottetempo razziava con metodo i pollai dei vicini, che il giorno dopo si presentavano alla nostra porta con i resti dei cadaveri sanguinanti, esigendo giustizia e rimborso.<br />
Mettendomi nei suoi panni, anzi nella sua pelliccia, comprendo adesso quanto dovesse soffrire un animale notturno, selvatico, solitario, cacciatore e carnivoro, abituato a dormire di giorno nella vegetazione fitta e a nutrirsi uccidendo anche grandi prede, nel ritrovarsi chiuso in una casa con un gruppo di umani bene intenzionati, ma sprovveduti e ignoranti, che cercavano di grattarle la pancia, accarezzarla e farla diventare vegetariana.<br />
Io avrei ucciso per molto meno.<br />
I meno decerebrati del gruppo si opposero a questa tortura e riuscimmo a convincere gli altri a liberare Gaia nel suo habitat.</p>
<p><strong>La liberazione di Gaia<br />
</strong>Organizzammo una spedizione con l’aiuto di Fernando, il nostro autista, che si prestò, a malincuore, ad aiutarci a rilasciare nella foresta quell’ottimo bocconcino. Facemmo costruire una solida gabbia in legno e Gaia fu incappucciata e legata per l’ultima volta. Si difese con ardimento e, malgrado gli spessi guanti da lavoro che gli indomiti mercenari, da noi ingaggiati per la bisogna, indossavano per proteggersi, Gaia lasciò il segno.<br />
Durante il trasportò ringhiò, graffiò, cagò, pisciò e produsse secrezioni ripugnanti che ci accompagnarono per mesi, come monito a lasciare in pace la fauna selvatica. Di sicuro l’eroico zibetto insegnò la lezione anche ai locali, che da quel momento si guardarono bene dal portarcene altri esemplari.</p>
<p><strong>Billy, lo Jacquot innamorato<br />
</strong>Uno dei rari santomensi che possedevano animali di compagnia era il fratello del ministro dell’Economia, che lavorava alla sede locale delle Nazioni Unite. Era anche il mio compagno, diciamo la relazione principale che intrattenevo in quei tempi di giovanili follie, in cui mi ero adeguata senza problemi all’allegra gestione dei rapporti intimi con l’altro sesso.</p>
<p><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/PappagalloJacquot.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1448" title="pappagallojacquot" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/PappagalloJacquot-e1550316087181.jpg" alt="" width="500" height="295" /></a><br />
Lui viveva con Billy, un pappagallo parlante, per l’esattezza era un pappagallo cenerino, uno Jacquot, quelli bruttarelli, grigi con la coda rossa, gli unici in grado di produrre suoni simili alla voce umana, un po’ come i merli indiani. Pare siano super intelligenti e morbosamente affezionati ai loro padroni. In effetti Billy adorava il suo padrone e quando lui ed io litigavamo mi inseguiva per becchettarmi le caviglie.<br />
A me non piaceva, non ho mai avuto grande simpatia per i pennuti e capivo benissimo che per Billy ero la rivale, l’intrusa che gli contendeva le attenzioni del suo grande amore. Io abitavo in un’altra casa, ma quando andavo a casa del mio compagno in sua assenza, non appena l’<em>empregada</em> socchiudeva la porta, alle sue spalle si palesava Billy, giunto a controllare chi fosse che aveva bussato. Se i suo unico amore era presente Billy gli saltellava intorno ripetendo insistentemente: <em>“cossa Billy, cossa”, “gratta Billy, grattalo”</em>, dandogli colpettini con la testa contro le mani per farsi grattare le piume.<br />
Benché mi infastidisse riconosco che era uno spettacolo di seduzione unico: Billy inclinava il capino, si sprimacciava le piume, faceva la ruota con le ali e poi sbirciava il suo amore coprendosi vezzosamente il becco con l’ala a guisa di ventaglio, avvicinandosi di sghimbescio, accennando passi di danza. Queste premure erano esclusivamente riservate all&#8217;oggetto della sua devozione e non mi restava che attendere pazientemente che l’amoreggiamento terminasse, sennò le mie caviglie ne avrebbero fatto le spese.</p>
<p>Tutti questi animali popolavano le case dei miei amici e colleghi.<br />
Infine una sera giunse anche per me l’incontro con il mio animale d’affezione santomense.</p>
<p><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/Conigli.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1447" title="conigli" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/Conigli-e1550315291656.jpg" alt="" width="500" height="250" /></a></p>
<p><strong>Corniglio e la sua progenie<br />
</strong>Stavo tornando dal Bataclàn, l’unica discoteca dell’isola, insieme alla mia amica, quando vedemmo, fermo in mezzo alla strada, abbagliato dai fari dell’auto, un coniglio bianco.<br />
Inchiodai la jeep e scesi per raccogliere l’incauto coniglio autostoppista prima che qualche santomense lo scorgesse e se lo portasse a casa per farlo finire in pentola. Lì per lì non avevo un piano; l’obiettivo immediato era salvargli la vita. Arrivate a casa la mia amica ed io chiudemmo Coniglio in ufficio, dove lui passò la notte rosicchiando tutti i cavi elettrici che riuscì a raggiungere. Il giorno successivo chiamammo un veterinario e l’elettricista.<br />
Del veterinario in seguito non ci fu più bisogno, mentre con l’elettricista avremmo stretto un patto a vita.<br />
Gli venne dato il nome Coniglio, che i santomensi trasformarono in Cornelio, perché in porrtoghese coniglio si dice <em>“coelho”</em> e avevano pensato che invece Coniglio significasse Cornelio in italiano. A quel punto decisi di attuare un’operazione di sincretismo culturale chiamandolo Corniglio e quel nome gli rimase finché ebbe vita. Una vita che fu lunga, serena e prolifica.</p>
<p>Tra la corale disapprovazione del personale santomense Corniglio fu accolto in casa non come portata in un menù, ma come membro della cooperazione italiana a Sao Tomé e Principe.<br />
Pensammo di lasciarlo libero in giardino e la scelta fu di suo gradimento. Corniglio cominciò a scavare peggio di una talpa, destando le ire del giardiniere che si vedeva devastare il frutto delle quotidiane fatiche. La bastardaggine di Corniglio era pari alla lunghezza delle sue orecchie e lo spingeva a scavare proprio nelle aiuole e nel terriccio dissodato di fresco, che gli richiedeva un minor impegno nell’operazione. Alle sue perforazioni non sopravviveva nulla e alla fine l’ebbe vinta lui: il giardiniere si arrese a non avere in giardino che alberi di grosso fusto ed erba infestante, rinunciò ai fiori e Corniglio restò dominatore assoluto del territorio. Preoccupate per l’equilibrio psicofisico di Corniglio pensammo che, se gli avessimo trovato una compagna, anziché bucherellare il terreno, magari si sarebbe impegnato in altre attività ludiche. Immemori del significato del detto “figliare come conigli” contattammo un allevamento e comprammo Corniglia.<br />
Lei si comportò secondo natura: 5 parti all’anno, con 10 – 12 <em>corniglietti</em> ad ogni parto. I <em>corniglietti</em> appena nati stavano con lei, poi, per proteggerli da cani e gatti, li trasferivamo in ufficio, dove loro rosicchiavano con perizia tutti i cavi elettrici. Arrivava l’immancabile elettricista che ogni volta si stupiva del fatto che i roditori non restassero mai fulminati, riparava i cavi e ci proponeva di acquistare in blocco i guastatori. Al nostro fermo rifiuto se ne andava ridendo e scuotendo la testa. Quando i <em>corniglietti</em> erano cresciutelli andavano ad accrescere le schiere dei conigli ormai inselvatichiti che popolavano lo spazio all’aperto e la storia proseguiva: il nostro giardino era diventato la collina dei conigli.</p>
<p>Pareva che la colonia dei Cornigli sapesse di abitare in una zona franca, perché se ne stavano lì a scavare, senza alcuna pulsione a esplorare l’infido spazio oltre la recinzione. I predatori, umani e animali, erano però in agguato, quindi ci sentimmo in dovere di assumere un guardiano diurno e uno notturno (armati di machete) per proteggere i Cornigli. La nostra fama di <em>malucos </em>(pazzi eccentrici) si sparse in tutta l’isola e i bambini accorrevano a vedere quei matti degli italiani che pagavano elettricisti e guardiani per tenersi degli inutili conigli vivi in giardino, mentre avrebbero potuto mangiarseli.</p>
<p>Ogni mattina Fausta, la nostra <em>empregada</em>, anziché dirci <em>“bom dia”</em>, scuoteva la testa, guardava noi, poi i Cornigli, poi di nuovo noi, riscuoteva la testa e pronunciava lapidaria la sua sentenza <em>“que gasto!”</em> che spreco!</p>
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		<title>Blogger a scuola dal sinologo, Casa dei Carraresi, Treviso</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Feb 2013 23:43:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ieri sera, a Treviso, presso la Casa dei Carraresi, Marcatrevigiana.it ha offerto a trenta bloggers l’opportunità unica di condividere l’esperienza di Adriano Màdaro, giornalista appassionato, sinologo e curatore di mostre internazionali dedicate alla Cina e al Tibet. © foto per &#8230; <a href="http://www.ariarosa.it/arte-2/blogger-a-scuola-dal-sinologo-casa-dei-carraresi-treviso/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri sera, a Treviso, presso la Casa dei Carraresi, <strong><a href="http://www.marcatrevigiana.it/" target="_blank">Marcatrevigiana.it</a></strong> ha offerto a trenta bloggers l’opportunità unica di condividere l’esperienza di <strong><a href="http://www.madaro.it/" target="_blank">Adriano Màdaro</a></strong>, giornalista appassionato, sinologo e curatore di mostre internazionali dedicate alla Cina e al Tibet.</p>
<p><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2013/02/Madaro_Mostra-Tibet-Fotografia-con-Cesare-Gerolimetto-01-e1361230098492.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-665" title="Madaro_Mostra-Tibet-Fotografia-con-Cesare-Gerolimetto-01" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2013/02/Madaro_Mostra-Tibet-Fotografia-con-Cesare-Gerolimetto-01-e1361230098492.jpg" alt="" width="500" height="281" /></a><em>© foto per gentile concessione di <a href="http://www.marcatrevigiana.it/" target="_blank">Marcatrevigiana.it</a></em></p>
<p>Dopo la visita alla mostra <em>Tibet, tesori dal tetto del mondo</em>, (aperta al pubblico dal 20 ottobre ’12 al 2 giugno ’13) in cui le suggestive immagini scattate da Màdaro nel corso dei suoi 175 viaggi in Oriente, guidavano il visitatore alla scoperta della cultura e della filosofia del buddhismo tantrico tibetano, il giornalista <strong>Sergio Zanellato</strong> lo ha presentato a una platea attenta e curiosa, intervenuta al <strong>Seminario <em>Farsi un&#8217;opinione</em>.</strong></p>
<p>Màdaro ha parlato con generosità della sua esperienza, raccontando le scelte che hanno orientato l’allestimento della mostra: ogni pezzo un’emozione e un frammento di vita da narrare.<br />
Nelle sale in cui le imponenti fotografie delle vette più alte del mondo e delle lamaserie inerpicate sulle pendici delle montagne facevano da sfondo a preziose statuine in oro massiccio, costumi e copricapi cangianti, gioielli elaborati, strumenti musicali e oggetti sacri, Màdaro ha messo in scena con perizia secoli di storia e cultura, chiudendo il percorso con un interrogativo stimolante per il visitatore: ciò che sappiamo sulle relazioni tra Cina e Tibet corrisponde a verità?<br />
L’ultima sala riporta l’interessante carteggio tra l’allora presidente della repubblica popolare Cinese, Mao ZeDong e l’attuale Dalai Lama, Tientsin Gyatso. La qualità del rapporto testimoniata dalle lettere sembra improntata al dialogo amichevole.</p>
<p>Cosa accadde dunque nel 1959, data dell’insurrezione di Lhasa e della partenza del Dalai Lama dal paese?</p>
<p>Partendo da questa domanda Zanellato e Màdaro hanno costruito il dibattito e la riflessione su cosa significhi fare giornalismo, costruirsi la propria opinione basata sull’incontrovertibilità dei fatti, darne testimonianza attendibile.</p>
<p><strong><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2013/02/Madaro_Marca_AR.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-669" title="Madaro_Marca_AR" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2013/02/Madaro_Marca_AR-e1361230498741.jpg" alt="" width="500" height="250" /></a></strong><em>Adriano Màdaro &#8211; © foto per gentile concessione di <a href="http://www.marcatrevigiana.it/" target="_blank">Marcatrevigiana.it</a></em></p>
<p><em> </em><strong>Come si arriva a scrivere?<br />
Come si può ottenere credibilità e autorevolezza?</strong></p>
<p>La ricetta di Zanellato è – a prima vista – semplice: <em>“un pieno di esperienza e un euro di umiltà”</em>. Tutto si può ottenere lavorando sodo e credendo in ciò che si fa.<br />
Le abilità necessarie da coltivare sono la capacità di acquisire conoscenze e di diventare competenti nelle materie prescelte, ma la dote più preziosa è soprattutto quella di saper trasmettere agli altri ciò che si è appreso, arricchendoli della propria esperienza condivisa.<br />
Come fa Màdaro quando racconta il suo amore per la Cina con gli occhi che brillano e la voce vibrante.<br />
<em>“In Cina non si va, ci si ritorna”</em> dice, annunciando il suo 176esimo viaggio. L’ennesimo ritorno in una vita trascorsa a coltivare la passione nata a cinque anni, quando la mamma, maestra, gli portò a casa un riassunto della storia di Marco Polo. Quel libriccino conteneva delle pagine essenziali: alcuni fogli bianchi, su cui si invitava il lettore a completare il percorso dell’esploratore grazie all’utilizzo dell’atlante geografico. Fu così che il piccolo Adriano scoprì l’esistenza del Kazakistan prima ancora di saper leggere e scrivere, cercando di tracciare su quella mappa sconfinata la via più breve tra Venezia ed il Celeste Impero.</p>
<p>Se la passione brucia non si può che andare e nel corso degli anni Màdaro è andato nei più remoti angoli dell’Estremo Oriente, laureandosi con una tesi sulla Rivoluzione Cinese e superando le mille difficoltà create dalla mancanza di relazioni diplomatiche tra Italia e Cina.<br />
Il suo primo viaggio risale al 1976, epoca in cui l’occidente riteneva che il regime di Mao avesse creato l’inferno. <em>“In parte era proprio così”</em> ammette Màdaro, <em>“ma io volevo vedere la realtà con i miei occhi. Quando vado in Cina cerco di inserirmi e di vedere il resto del mondo dalla loro ottica: divento cinese.”</em></p>
<p>Ecco la ricetta per la tolleranza e la convivenza: comprendere il punto di vista dell’altro. Non significa condividerlo e accettarlo pedissequamente, ma avere l’umiltà e l’apertura mentale di considerare che non esiste solo il punto di vista della cultura occidentale.</p>
<p>L’invito di Màdaro ai giovani blogger è di essere curiosi, cercare, verificare le fonti, non accontentarsi delle verità preconfezionate dalle propagande, esercitare il libero pensiero e usare la ragione.</p>
<p><strong>Il dovere di un giornalista?<br />
</strong>Andare a verificare di persona e documentarsi fino a distillare la verità ad ogni costo.</p>
<p><strong>Cosa possono ancora insegnarci la Cina e la sua millenaria cultura?<br />
</strong>Un diverso approccio alla produzione e al business e una visione non individualista della vita e della società.<br />
Questo sconfinato paese ci stupisce con l’intraprendenza e la laboriosità del suo popolo e i suoi numeri sorprendenti: 9.460.000 kilometri quadrati di territorio, di cui solo un decimo è coltivabile; un miliardo e mezzo di abitanti che aumenteranno presto in maniera esponenziale perché il controllo delle nascite è stato tolto; città popolose quanto una nazione: Pechino conta 12 milioni di abitanti (wikipedia dice 18 milioni), Shangai 14 milioni. I cinesi hanno acquistato il debito pubblico americano, stanno progettando un aeroporto a Caltanissetta e un porto vicino ad Agrigento, che diventerà una base per i traffici nel Mediterraneo; hanno riempito il vuoto lasciato dalle potenze coloniali in Africa, creando infrastrutture in cambio di materie prime. Sono lungimiranti e attivi.<br />
60.000 studenti cinesi ogni anno vanno a studiare in Germania con borse di studio dello stato tedesco; 75.000 vanno in Inghilterra, 40.000  in Francia, 30.000 in Spagna. In Italia solo 600.<br />
La Cina è una delle grandi opportunità che la globalizzazione offre all’asfittica economia occidentale per rianimarsi, ma se non sapremo coglierla ne verremo sopraffatti e perderemo una grande occasione.</p>
<p>Suggerimento per i giovani: perfezionare competenze specifiche, aprirsi alle nuove opportunità del mercato ed essere disponibili a viaggiare e conoscere nuovi mondi e nuove culture.</p>
<p><strong><em>____________________</em></strong></p>
<p><strong><em>Info su Mostra Tibet: tesori dal tetto del mondo<br />
</em></strong><a href="http://www.laviadellaseta.info/" target="_blank">http://www.laviadellaseta.info/</a></p>
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		<title>Afro taxi driver</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Feb 2013 16:02:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Sono le tre del mattino: Sandro ed io stiamo uscendo da Les Bambous, dopo il concerto di musica afro e cerchiamo un taxi. Ne arriva uno che scarica tre signori ubriachi e fa salire noi, ripartendo mentre loro cercano di &#8230; <a href="http://www.ariarosa.it/viaggi/afro-taxi-driver/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono le tre del mattino: Sandro ed io stiamo uscendo da Les Bambous, dopo il concerto di musica afro e cerchiamo un taxi. Ne arriva uno che scarica tre signori ubriachi e fa salire noi, ripartendo mentre loro cercano di introdursi nell&#8217;abitacolo, infilando testa, spalle e braccia nel finestrino per offrirci della birra.<br />
Nell&#8217;auto siamo in quattro: Sandro, io, il tassista ed un signore che inizia la conversazione di rito: <em>“Ca va? Français?&#8230; Espagnols?&#8230; ah! Italiens!&#8230; Italiano, como va? como stai?”<br />
</em>Appurato che siamo italiani e alloggiamo all&#8217;associazione Siraba, ci aggiorna sulle sue conoscenze in seno all&#8217;organizzazione. Sul suo viso affiora un lieve disappunto nello scoprire che quelli che conosco io non sono quelli che conosce lui. Parla, parla, parla. Il tassista guida in silenzio. Si ferma a caricare un altro tizio e scarica il conversatore ad una stazione di servizio.<br />
Riparte. Dopo un po&#8217; frena di colpo e carica due signore in abiti succinti. Riparte. Gira a destra, a sinistra, a destra. Gira in tondo. Strade sterrate, polvere. Gira a destra, a sinistra. Sembra di stare sempre allo stesso punto e in effetti, dopo un po&#8217; ci ritroviamo di fronte a Les Bambous, da cui eravamo usciti mezz&#8217;ora prima. Le signore sono arrivate. Il tassista riparte. Non torna indietro. Prosegue e continua a girare a destra e a sinistra in questa città fatta di tanti settori tagliati da strade. Alcune asfaltate. Poche. La maggioranza sono piste di sabbia, polvere e spazzatura, che separano una fila di case dall&#8217;altra.</p>
<p><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2013/02/Afro_taxi_driver_2.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-602" title="Afro_taxi_driver_2" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2013/02/Afro_taxi_driver_2-e1360511989277.jpg" alt="" width="500" height="336" /><br />
</a><em>© foto by Marcell Claassen &#8211; http://www.flickr.com/photos/marcell_claassen/</em></p>
<p>In auto siamo sempre in quattro: Sandro, io, il tizio ed il tassista, che ora si ferma a caricare una ragazzetta con due fagotti. Dopo un po&#8217; il tizio scende. Il tassista cambia direzione e si inoltra nel nulla buio di un quartiere che potrebbe essere situato in qualunque punto cardinale della città. Buio totale. Buche profonde. Procediamo a sobbalzi e svoltiamo a sinistra, costeggiando un muro alto, color fango. Sempre buio, molto buio. Nemmeno le case sono illuminate: ci fermiamo in un vicolo più buio degli altri. Il tassista spegne i fari prima di arrestare il motore e in quegli attimi di nero assoluto la ragazzetta scende e sparisce in una casa buia, con i suoi fagotti.</p>
<p>Ripartiamo, proseguendo in linea retta finché, sobbalzando, ci ritroviamo su una strada asfaltata. Viaggiamo spediti. <em>“Vedrai che ora ci porta a casa”</em> sussurro a Sandro.<br />
Stiamo procedendo da qualche minuto nella medesima direzione, quando il conducente frena, inchiodando il taxi nel bel mezzo di un incrocio. Non ha lo specchietto: si volta per fare marcia indietro e, sorridendo, ne approfitta per dirci: <em>“Client!”<br />
</em>Marcia indietro e ardita svolta a sinistra contromano.</p>
<p>Il “cliente” è una <em>maman</em> grassa, seduta su tre sacchi di plastica, stracolmi di qualcosa. E&#8217; vestita a festa: pagne giallo e blu e un bel foulard bianco e azzurro. Intorno a lei sono disposti i bagagli, in ranghi ordinati: due fagotti di tela, tre secchi di plastica, una cesta, alcune conche impilate una sull&#8217;altra e un numero imprecisato di catinelle di plastica e di metallo. Al nostro arrivo compare correndo una donna, che trascina fuori da un&#8217;abitazione qualche altra borsa. Il tassista scende e carica i bagagli. Tutti. Non ci stanno, ma lui li carica lo stesso: portabagagli aperto e via. La signora sale davanti e il tassista e la donna le stipano in braccio e tra le gambe qualche altro collo.</p>
<p>Si riparte. Questa volta nella direzione della strada in cui la <em>maman</em> attendeva e che si trova – esattamente – in senso opposto alla direzione verso la quale stavamo procedendo prima di raccoglierla.<br />
Il tassista guida tranquillo. Scarica la <em>maman </em>con le sue masserizie, per rimpiazzarla dopo poco con un&#8217;anziana che – a giudicare dalla mole dei bagagli &#8211; sta traslocando.<br />
Quando decide infine di scaricarci a casa è passata oltre un&#8217;ora e mezza.<br />
E’ quasi l’alba.</p>
<p><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2013/02/Afro_taxi_driver.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-605" title="Afro_taxi_driver" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2013/02/Afro_taxi_driver-e1360512092355.jpg" alt="" width="500" height="333" /></a></p>
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		<title>Dove osano gli artisti</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Mar 2012 16:44:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Viaggi]]></category>
		<category><![CDATA[Croazia]]></category>
		<category><![CDATA[hotel design]]></category>
		<category><![CDATA[Lone Hotel Design]]></category>
		<category><![CDATA[rovigno]]></category>

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		<description><![CDATA[Lone Hotel Design, Rovigno, Istria, Croazia Stare dentro ad un ambiente accogliente come una culla e sentirsi parte della natura circostante è un’alchimia che si realizza quando si entra nella hall del Lone Hotel Design di Rovigno. In volute sinuose &#8230; <a href="http://www.ariarosa.it/viaggi/dove-osano-gli-artisti/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Lone Hotel Design, Rovigno, Istria, Croazia</strong></p>
<p>Stare dentro ad un ambiente accogliente come una culla e sentirsi parte della natura circostante è un’alchimia che si realizza quando si entra nella hall del Lone Hotel Design di Rovigno.<br />
In volute sinuose gli ampi corridoi vi si aprono intorno, avvolgendovi nella luce che entra dall’ampia, spettacolare, vetrata che unifica i vari livelli, aperti e invitanti.</p>
<p>Chiarezza e volumi ariosi catturano lo sguardo, inducendolo a spaziare nelle tre dimensioni, e quando ci si addentra nella struttura si svelano dettagli che ammaliano l’occhio e smuovono il corpo.<br />
Pareti di piante vertiginosamente salgono in alto, facendovi inclinare il capo e restare naso all’aria.<br />
Soffitti di specchi e ampi spazi in cui ardite sculture sfidano gravità e logica, vi conducono oltre gli orizzonti noti.<br />
Tutto intorno si espandono la macchia mediterranea e il luccichio ammiccante del mare, mentre in lontananza si intravede l’isola di Sant’Andrea.</p>
<div id="attachment_307" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2012/03/VET_8709.jpg"><img class="size-full wp-image-307" title="VET_8709" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2012/03/VET_8709-e1330706551533.jpg" alt="Hall Lone Hotel Design, Rovigno, Croazia" width="500" height="333" /></a><p class="wp-caption-text">Panoramica sulla hall - foto di Renato Vettorato</p></div>
<p>Al Lone Hotel Design si è osato andare oltre, grazie alla capacità visionaria di designer, architetti ed artisti, ottenendo un risultato spettacolare.<br />
Molto si può dire di questo lussuosissimo hotel 5 stelle, orgoglio della nuova generazione di designer e architetti croati, inaugurato da appena 10 mesi.<br />
Sicuramente molti avranno parlato dell’attrezzatissima zona wellness, (1.700 metri quadrati) dotata di bagno turco, sauna, vasche idromassaggio, docce sensoriali, piscina, zona relax, area fitness; dei due ristoranti e del night; del ricco buffet che vi stuzzica al mattino e vi delizia la sera; degli ottimi vini e del personale, che sa essere efficiente e cortese senza peccare di formalismo.<br />
E in tanti avranno apprezzato e lodato le confortevoli stanze, tutte con vista sul mare, con arredi e complementi realizzati in esclusiva per Lone Hotel, con gusto e modernità.</p>
<p>Inutile parlare ancora di ciò che merita di essere sperimentato di persona.<br />
Lusso, comfort, attenzione per l’ambiente, armonia e dettagli che fanno la differenza, creando quel sottile senso di benessere che si coglie dalle sfumature.</p>
<div id="attachment_309" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2012/03/VET_8711.jpg"><img class="size-full wp-image-309" title="VET_8711" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2012/03/VET_8711-e1330706714311.jpg" alt="Lone Hotel Design, Rovigno - esterno" width="500" height="333" /></a><p class="wp-caption-text">Lone Hotel Design, pronti a salpare - foto di Renato Vettorato</p></div>
<p>Se cercate un luogo veramente speciale per il relax e amate il mare, non esitate.<br />
Rovigno è bellissima e il Lone Design Hotel è il punto ideale da cui salpare pere visitarla.<br />
Che sia per questo che la struttura assomiglia a una nave?</p>
<p><strong>Lone Hotel Design, Rovigno, Croazia, Luje Adamovića 31, HR &#8211; 52210 Rovinj, Croatia<br />
Tel. +385 (0)52 632 000 Fax +385 (0)52 632 001 </strong><a href="mailto:lone@maistra.hr"><strong>lone@maistra.hr</strong></a></p>
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		<title>Il cuoco professore</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Mar 2012 15:35:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Piacere]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggi]]></category>
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		<category><![CDATA[Cucina]]></category>
		<category><![CDATA[gusto]]></category>
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		<category><![CDATA[itinerari golosi]]></category>
		<category><![CDATA[konoba Puli Pineta]]></category>
		<category><![CDATA[specialità]]></category>

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		<description><![CDATA[Trattoria Puli Pineta, Zminj, Croazia Pino Kuhar ha un sorriso contagioso e una simpatia che si trasmette non appena gli stringi la mano. Lo guardi affettare generosamente il prosciutto d’Istria nella sua linda cucina e ti senti a casa. Kuhar &#8230; <a href="http://www.ariarosa.it/viaggi/il-cuoco-professore-trattoria-puli-pineta-zminj-croazia/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Trattoria Puli Pineta, Zminj, Croazia</strong></p>
<p>Pino Kuhar ha un sorriso contagioso e una simpatia che si trasmette non appena gli stringi la mano.<br />
Lo guardi affettare generosamente il prosciutto d’Istria nella sua linda cucina e ti senti a casa.<br />
Kuhar in croato significa cuoco.<br />
<em>Nomen omen.</em></p>
<p>Pino con quella giacca bianca sembra esserci nato.<br />
Ti travolge di specialità antiche, fatte in casa: gnocchi, fusi, <em>pliukanci</em>, salsicce, radicchio con fagioli, tartufo fragrante, funghi e cipolle passite nell’aceto, formaggio alla griglia.</p>
<p style="text-align: center;">
<div id="attachment_294" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2012/03/VET_8823.jpg"><img class="size-full wp-image-294  " title="VET_8823" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2012/03/VET_8823-e1330702462326.jpg" alt="Pino Kuhar, trattoria Puli Pineta, Zminj, Croazia" width="500" height="750" /></a><p class="wp-caption-text">Pino all&#39;opera - foto di Renato Vettorato (Puli Pineta, Zminj, Croazia)</p></div>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: left;">La tagliata di schiena di bue gigante istriano “boscarin” te la cucina sotto agli occhi, sulla griglia del focolare.</p>
<p style="text-align: left;">Profumo di cibo e di fuoco di legna.</p>
<div id="attachment_301" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2012/03/VET_8848.jpg"><img class="size-full wp-image-301" title="VET_8848" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2012/03/VET_8848-e1330702847219.jpg" alt="Il focolare - Puli Pineta, Zminj, Croazia" width="500" height="333" /></a><p class="wp-caption-text">Il focolare - foto di Renato Vettorato</p></div>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: left;">Ti mesce la malvasìa e ti rallegra con il <em>muscat</em>.<br />
E si inventa dessert così unici che gli deve trovare un nome lì per lì, perché non saranno mai uguali… e chissà se la prossima volta non ci aggiungerà qualche altro dettaglio sorprendente…<br />
Avete mai pensato di accoppiare ricotta di pecora pressata con il gelato, miele al profumo di limone e gheriglio di noce?<br />
Lui sì.<br />
E come tocco finale d’artista ti suggerisce di metterci un filo di quel profumato olio d’oliva dell’Istria, fragrante come il suo colore.</p>
<p style="text-align: left;"><em>“Pino come si chiama il dessert?”<br />
</em>Ti guarda interrogativo.<br />
<em>“The name of dessert?”<br />
“Surprise!”</em> risponde con un ampio sorriso.<br />
Come dargli torto?</p>
<p style="text-align: left;">Pino e Lidjia Kuhar gestiscono la <strong>Konoba Puli Pineta a Zminj, in Istria</strong>, ma lui di lavoro fa il professore.<br />
La cucina è la sua passione.<br />
Provare per credere.</p>
<p><strong>Puli Pineta, Zminj, Croazia,<br />
tel. +385 (0)98 99 11 795 – +385 (0)91 18 46 644 – </strong><a href="mailto:pino-kuhar@net.hr"><strong>pino-kuhar@net.hr</strong></a></p>
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		<title>Natale con i tuoi ? Meglio il MALI.</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Oct 2011 21:17:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Viaggi]]></category>
		<category><![CDATA[Festival au Désert]]></category>
		<category><![CDATA[Mali]]></category>
		<category><![CDATA[Pays Dogon]]></category>

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		<description><![CDATA[A Natale volete restare immersi in un delirio di pacchettini, essere travolti da un tormentone di buonismo, ritrovarvi orrendamente impoveriti dalle spese obbligate che dovrete sostenere per acquistare inutili regali a persone altrettanto inutili, che frequentate solo per necessità o &#8230; <a href="http://www.ariarosa.it/viaggi/natale-con-i-tuoi-meglio-il-mali/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A Natale volete restare immersi in un delirio di pacchettini, essere travolti da un tormentone di buonismo, ritrovarvi orrendamente impoveriti dalle spese obbligate che dovrete sostenere per acquistare inutili regali a persone altrettanto inutili, che frequentate solo per necessità o convenienza ?</p>
<p>Oppure preferite spendere gioiosamente i vostri sudatissimi denari, folleggiando sulle dune del Sahara ?</p>
<p>Volete ammazzarvi mangiando panettone farcito con improbabili creme multicolori e rabbrividire nel freddo, nel gelo, nella neve e nella nebbia, cercando di consolarvi ascoltando “White Christmas” ?</p>
<p>Oppure volete danzare volteggiando al suono del djembé vestiti di eterei veli ?</p>
<p>Insomma volete godere o vi rassegnate a passare l’ennesimo pallosissimo natale ?</p>
<p>Se decidete di lasciare il masochismo natalizio e volervi finalmente un po’ di bene vi consiglio caldamente un bel viaggio in MALI.</p>
<p>Innanzitutto c’è Bamako con la miglior musica e i migliori musicisti d’Africa.<br />
Poi c’è il Pays Dogon: kilometri e kilometri di falaise con vista sulla savana e sul deserto, panorami da favola e una cosmogonia da far invidia agli antichi greci.<br />
Potrete navigare sul fiume Niger e zampettare sugli altopiani.</p>
<p>E a gennaio vi attende la chicca finale: le Festival au Désert a Toumbouctou.<br />
12-13-14 gennaio 2012 in pieno deserto, i migliori gruppi e musicisti nord africani e africani suonano giorno e notte in un Festival rock come non se ne fanno più.</p>
<p>Fantastico come il Parco Lambro …<br />
… e in più ci sono i cammelli.</p>
<p><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2011/10/fest11-e1317936785747.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-220" title="fest1" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2011/10/fest11-e1317936785747.jpg" alt="" width="500" height="375" /></a></p>
<p>Se volete andare in questo meraviglioso paese (da viaggiatori e non da turisti), contattate</p>
<p><strong>Benjamin Guindo &#8211; MALI<a title="Contact Email" href="mailto:nombori2001@yahoo.fr"><br />
nombori2001@yahoo.fr<br />
</a></strong><strong>Téléphone<br />
Fixe</strong> : <strong>00 223 20 24 23 59<br />
Portable : 00 223 76 42 53 72</strong><a href="http://hogon.canalblog.com/"><br />
<strong>http://hogon.canalblog.com/</strong></a></p>
<p>Una affidabile, simpatica, professionale guida Dogon.<br />
Io sono stata con lui in Mali a dicembre 2009 e in Burkina Faso nel 2010.<br />
Vi organizzerà un viaggio proprio come lo desiderate voi.</p>
<p><em><strong>Le Mali vous souhaite la bienvenue !</strong></em><br />
Buone feste !</p>
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		<title>Attenzione coccodrilli</title>
		<link>http://www.ariarosa.it/viaggi/attenzione-coccodrilli/</link>
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		<pubDate>Mon, 26 Sep 2011 01:36:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Viaggi]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Bazoulé]]></category>
		<category><![CDATA[Burkina Faso]]></category>
		<category><![CDATA[coccodrilli]]></category>
		<category><![CDATA[viaggi]]></category>

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		<description><![CDATA[Palude sacrée de Bazoulé, BURKINA FASO. La jeep fila veloce su una strada, un po’ pista, un po’ asfalto. L’orizzonte è ampio, esteso, luminoso. Luce rossa e polverosa. Sorpassiamo biciclette cariche come pullman, motorini fastidiosi che trasportano famiglie al completo, &#8230; <a href="http://www.ariarosa.it/viaggi/attenzione-coccodrilli/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Palude sacrée de Bazoulé, BURKINA FASO.<br />
</strong></p>
<p>La jeep fila veloce su una strada, un po’ pista, un po’ asfalto.<br />
L’orizzonte è ampio, esteso, luminoso. Luce rossa e polverosa.<br />
Sorpassiamo biciclette cariche come pullman, motorini fastidiosi che trasportano famiglie al completo, bancarelle di cibo, frutta e molto altro.<br />
E persone che camminano.<br />
La maggioranza sono donne.<br />
Donne con pesi, pesi di tutti i tipi: bambini appesi a grappolo sulla schiena, fagotti in testa, catinelle, ceste, calebasses, sacchi, secchi.</p>
<p>Un universo sulla loro testa.</p>
<p>Loro non crollano.<br />
Camminano, camminano, camminano.<br />
Il peso è più lieve se ti muovi?<br />
I fardelli pesano, ma i figli nascono per l’orgoglio dei padri e pesano sulla schiena di Mama Africa.<br />
Sono incazzate.<br />
Di una rabbia antica.<br />
Continuano a camminare.<br />
Io le trovo bellissime: la bellezza della realtà.</p>
<p><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2011/09/donne-camminano-africablog_sett11.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-197" title="donne camminano africablog_sett11" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2011/09/donne-camminano-africablog_sett11.jpg" alt="Donne africane che camminano" width="500" height="365" /></a></p>
<p>Corriamo, mentre Didier ci dà il benvenuto nella Terra degli Uomini Integri.<br />
Thomas Sankara, il Che Guevara africano aveva voluto celebrare con questo nome la nascita del paese libero: Burkina Faso, la terra dei veri uomini.</p>
<p>Si va alla Palude dei Coccodrilli Sacri: Bazoulé.<br />
A me importa poco dove si va.<br />
Sono in Africa e si va. E’ l’andare che conta. Mi sento bene nella mia pelle. E sono felice.</p>
<p>Arriviamo a Bazoulé: una specie di Italia In Miniatura, l’Africa Kitsch in tutto il suo splendore; un villaggetto turistico che ci accoglie con rimbombante musica di Michael Jackson, surreali panchine fatte a forma di elefantini, coccodrilloni e mostruosi conigli di dimensioni esagerate, stile Incubo Di Alice.<br />
Nell’angolo dell’artigianato (un quadratino di terra zeppo di piantine di cotone asfittiche) una tettoia di canne ricopre un vecchietto sdentato di età compresa tra i 60 e gli 80, che è stato piazzato lì a fingere di tessere. Tutto intorno a lui pendono strisce di cotone che ci vengono proposte a prezzi da boutique luxury.<br />
Tento di divertirmi un po’ mercanteggiando.<br />
Il tessitore è tetragono ad ogni trattativa; si vede che è sul libro paga del complesso turistico.</p>
<p>Nel frattempo Didier ci parla di sacrifici di polli offerti ai coccodrilli. Vedendo la mia faccia si affretta a sottolineare che il pollo è sufficiente che lo paghiamo. Non è necessario gettarlo al coccodrillo.<br />
Io penso: <em>“un pollo che paga un pollo”</em>, ma so che in Africa mi capiterà spesso di sentirmi un po’ turista-pollo. Spennata va bene, l’importante è non essere sbranata.<br />
Dopo un vano tentativo di ordinare il pranzo nel ristorante del villaggetto dobbiamo ripiegare, sconfitti da un imperturbabile signore che ci spiega che, avendo una prenotazione per 100 coperti, non se me parla proprio di aggiungerne altri 7.<br />
Troppo stress ?<br />
Lo guardo ammirata.<br />
Noi non abbiamo fame. Abbiamo terminato da poco di fare colazione.<br />
Didier invece considera questo rifiuto come un delitto di lesa maestà, un affronto personale.<br />
Il cameriere non molla.<br />
Didier arriccia il naso e si rabbuia.<br />
Il cameriere visibilmente se ne frega.<br />
Didier gli volta le spalle.<br />
Il cameriere tiene la posizione.<br />
E’ teatro in tutta la sua potenza.<br />
Qui c’è molto da imparare.</p>
<p>Ripieghiamo sconfitti e io cerco di consolare Didier dicendogli che sicuramente troveremo un ristorante molto migliore di questo, che non offre che del montone arrostito. Le mie parole si riveleranno profetiche quando, dopo molte ore, ci siederemo finalmente a mangiare delle ottime <em>brochettes di capitaine </em>con le verdure in un ristorantino di Ouaga.<br />
Per me si tratta di un cambio vantaggioso: pesce e verdura al posto della carne. In Africa vita dura per i vegetariani; dopo l’Italia e l’Argentina credo sia il paese più carnivoro del mondo.<br />
Partiamo a piedi dal villaggetto Afrodisney dirigendoci verso la Palude Sacra.<br />
La guida locale ci porta a vedere delle gigantesche pietrose tartarughe. Mi fanno un po’ tristezza a guardarle da dietro una rete metallica. Loro sembrano molto indifferenti. Che sia la saggezza della lentezza? Quando ci si sposta a millimetri è necessario rendersi impermeabili al mondo esterno, proteggersi bene e fare capolino solo quando del cibo cade dal cielo, come le foglie di cavolo che la guida getta loro a manciate.</p>
<p>Proseguiamo verso l’attrazione principale: i coccodrilli.<br />
La guida agita il pollo legato per le zampe, a testa in giù. Ogni persona che incontriamo tiene un pollo in questo modo. Vedo un bambino che tiene così un pulcino. Ovviamente morto.<br />
Non so bene se la scena del Piccolo Alien con il Piccolo Pollo mi fa ridere o piangere. Non sopporto la sofferenza inutile. Il piccolo pollo almeno è morto. Mi sale la rabbia e vorrei legare a testa in giù qualcuno di loro per sentire come pigolerebbero.<br />
Cerco di distrarmi guardandomi intorno.</p>
<p><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2011/09/Africa-di-Esmeralda1.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-201" title="Africa di Esmeralda" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2011/09/Africa-di-Esmeralda1-e1317001900338.jpg" alt="Donna africana disegno di Esmeralda" width="500" height="312" /></a></p>
<p>___________________________________   <em>[disegno originale di Margherita Tramutoli]</em></p>
<p>La strada è rossa, interminabile; tutto intorno si estende la savana, sul fondo luccicano due stagni: a destra uno piccolo, una vera palude di erba bagnata, acqua stagnante; a sinistra un laghetto più ampio.<br />
Dei bambini ci vengono incontro reggendo dei vegetali: gambi lunghi terminano in un bulbo fatto a palla, pieno di semi. Sono verdi, con striature bianche e rossicce.<em><br />
“Semi di ninfea”</em> dice Didier<em><br />
“Quando c’è la carestia si mangiano. Sanno di nulla, ma riempiono la pancia per un giorno o due.”</em><br />
La guida piega sulla destra e rallenta,<br />
Didier dice: <em>“Doucement” (Lentamente)</em><br />
Ci chiedono di a non fare rumore.<br />
Pericolo reale o <em>suspence</em> turistica? Il dubbio mi accompagna.<br />
Comunque nelle due pozze tra l’erba affiora una geometria regolare, una cartina topografica in rilievo. Si capisce che il coccodrillo se ne resterebbe anche lì, ma la nostra guida lo prende e lo sposta di peso.<br />
Ci invita ad avvicinarci per toccarlo.<br />
Gli altri esitano.</p>
<p>Io ho paura, ma non ho mai toccato un coccodrillo e non riesco a resistere.<br />
So che toccare è molto diverso dal vedere. Toccando posso aggiungere un pezzetto di esperienza per avvicinarmi alla verità; la verità della realtà, che comunque mi sfuggirà, ma che &#8211; almeno per un attimo &#8211; sarà sotto le mie mani.<br />
Un piede davanti all’altro, piano, piano, lievemente. Non voglio disturbare. La paura lascia il posto alla deferenza. Mi sento un invasore e mentalmente chiedo scusa, chiedo permesso.<br />
Il coccodrillo è immobile: occhi chiusi. I denti spuntano lateralmente.<br />
So che un morso potrebbe costarmi la mano, ma mi sento tranquilla. Mi accuccio vicino a lui, allungo la mano sinistra e lo tocco.<br />
È caldo e duro, sembra un guscio; la mia idea che potesse essere viscido, freddo e umidiccio era infondata.<br />
Toccare con mano serve a questo: a sapere come stanno le cose.<br />
Sento il cuore che mi batte nelle dita.<br />
Il coccodrillo resta immobile. Allontano la mano, mi rialzo con lentezza e arretro silenziosamente.<br />
Un altro coccodrillo scivola nella pozza accanto.<br />
Mi rifiuto di se dermici sopra, benché la guida lo faccia e mi incoraggi ad imitarla.<br />
L’amara sensazione di poter commettere un’azione irriguardosa mi trattiene: non vedo ragione per mancargli di rispetto.<br />
Mentre ci allontaniamo dalla pozza la guida ci spiega che quei due coccodrilli sono tranquilli, ma che quelli del laghetto non sono altrettanto innocui.<br />
Mi viene il sospetto che quelli nella pozza possano essere drogati, malati, anziani o forse ipernutriti.<br />
Per attirare il coccodrillo sulla sponda del laghetto la guida agita il pollo che, ovviamente, si lamenta.</p>
<p>Il coccodrillo striscia, il pollo pigola, i turisti scattano foto. Non voglio sentirmi parte di questa messinscena e mi allontano con Katarina.<br />
Vado a fotografare con il mio telefonino l’unica cosa che mi sembra significativa: un cartello stradale triangolare, bianco con i bordi rossi.<br />
Nel mezzo campeggia un coccodrillo nero.<br />
Al di sotto un’insegna rettangolare avverte: <strong><em>ATTENTION CROCODILES!</em></strong></p>
<p><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2011/09/Attention-crocodiles-grande.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-205" title="Attention crocodiles grande" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2011/09/Attention-crocodiles-grande-e1317002264304.jpg" alt="Attention crocodiles primo piano" width="500" height="374" /></a></p>
<p><em>[22 dicembre 2010]</em></p>
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		<title>Mama Africa: Ouagadougou</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Apr 2011 14:51:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Burkina Faso]]></category>
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		<description><![CDATA[Jejé Vigné Lo-ho Jejé Vigné Lo-ho Togo &#8211; Lò ! Canto, salto e ballo sui gradini dell’aeroporto di Ouaga mentre Mama Africa mi accoglie. Dietro di me un carretto traboccante di bagagli incalza. “Attention, attention madame, attention ! &#8230;” Sento &#8230; <a href="http://www.ariarosa.it/viaggi/africa-burkina-faso/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2011/04/04-aeroport-ouaga.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-97" title="04-aeroport ouaga" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2011/04/04-aeroport-ouaga.jpg" alt="" width="498" height="330" /></a></p>
<p><em>Jejé Vigné Lo-ho<br />
Jejé Vigné Lo-ho<br />
Togo &#8211; Lò !</em><br />
Canto, salto e ballo sui gradini dell’aeroporto di Ouaga mentre Mama Africa mi accoglie. Dietro di me un carretto traboccante di bagagli incalza.<em><br />
“Attention, attention madame, attention ! &#8230;”</em> Sento gridare, mani mi afferrano il braccio per mettermi in salvo dal carrello stracolmo che corre giù dalla rampa, animato di vita propria e inseguito da un <em>porteur</em> affannato.<br />
All’interno della sala arrivi cataste di colli ostacolano viaggiatori sudati e puzzolenti, che traspirano sotto giacconi imbottiti e sciarpe di lana.<br />
I miei piedi bollenti incespicano in grovigli di tubi che spuntano a tradimento dai buchi che costellano il pavimento di cemento.<br />
Il nastro trasportatore dei bagagli non funziona: le valigie cadono rumorosamente a terra, lanciate da facchini vocianti. I passeggeri del volo da Parigi (cinque ore di ritardo causa brina sulle ali) scavalcano sacchi e persone per raggiungere il proprio bagaglio. Alcuni siedono su mucchi di valigie appena recuperate.<br />
Qua e là qualche collo sventrato lascia intravedere il contenuto, illuminato dalla luce scialba dei tubi fluorescenti. I ventilatori, malgrado rari momenti di accelerazione turbo, comunque inefficaci e subito seguiti dallo spegnimento delle luci dell’aeroporto, non producono alcuna variazione sensibile alla temperatura.<br />
Fatica, caldo, puzza e rumore.<br />
Benvenuti a Ouaga.<br />
Per la verità la sala arrivi dell’aeroporto è ancora un Non Mondo, ove si levita tra il Prima e l’Adesso. Il Prima apparentemente organizzato dei nostri aeroporti, la cui efficiente gestione ha comunque dovuto soccombere alle recenti nevicate. E … Il bello dell’Africa è che in Africa non c’è un Dopo, ma solo un Intensissimo ORA.<br />
Mama Africa: uno dei luoghi più spirituali del mondo. Tutto sempre, assolutamente, totalmente concentrato sul vitale momento presente. Il presente necessario per poter dire: “ci sono”.<br />
Eccomi: sulla porta d’ingresso dell’aeroporto di Ouaga.<br />
Ci sono !<br />
Il mio amico Mesme risponde al mio canto.<em><br />
Jejé Vigné Lo-ho<br />
Jejé Vigné Lo-ho<br />
Togo &#8211; Lò !</em><br />
Gli occhi sorridono di giora prima ancora che la bocca riapra.<br />
I dreadlock volano.<br />
Benvenuta a casa !</p>
<p><em>[20 dicembre 2010]</em></p>
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