Scrittura10 aprile 2017

Marketing Sempliciotto batte Fuffa Marketing: 5 a 0

Oggi parliamo di:

- Cucina semplice
– #Valore e Buon marketing

Grazie alla segnalazione di cari amici che conoscono la mia profonda avversione per i locali fusion e trendy, dove si mangia la carbonara destrutturata che, per il semplice fatto di presentarsi miseramente con uno spaghetto solitario in un angolo del piatto, un cicciolo (non fritto) nell’altro angolo e una non meglio identificata cremina di uova, maltrattate da uno chef sadomaso, nell’ultimo cantuccio, ti viene a costare quanto 10 kili di pasta di grano duro + una pancetta intera + la produzione mensile di un intero pollaio di trenta galline, ho deciso di andare a sperimentare la buona cucina casalinga di una volta in una trattoria milanese come non ne esistono più.
Ci avevo già provato una prima volta, commettendo l’imperdonabile errore di arrivare a destinazione alle 13 e 15, orario in cui il titolare, senza peraltro degnarmi di uno sguardo, mi lasciò sulla porta e, alla mia accorata richiesta di cibo rispose con un grugnito, indicandomi un cartello scritto a mano che riportava la perentoria frase: COMPLETO – CHIUSO.
Incredula guardai la sala, pullulante di clienti.
Alle 13.15 non c’era un buco libero.
Un avventore impietosito mi spiegò che per sperare di riuscire a mangiare si sarebbe dovuti arrivare alle 11 e 30.

Impara a dire qualche NO:
se vali e hai successo i clienti ti desiderano DI PIU’.

La tenacia è la mia miglior dote e, ieri, ci ho riprovato.
Animata dalla determinazione ho telefonato alle 10 per prenotare e mi sono sentita rispondere che le prenotazioni non esistono.
Se arrivi entro le 13 mangi, sennò pazienza.

Partita di buzzo buono per arrivare in tempo mi sono ritrovata a destinazione alle 11 e 30, ma poiché ancora non ci potevo credere che nel 2017 ci fosse qualcuno che si presentava al ristorante a quell’ora, ho temporeggiato.
Alle 11 e 40 ho aperto la porta e la macchina del tempo mi ha traslato nel 1960.

Pavimento a piastrelle bicolori, tavolini quadrati da 4 persone con tovagliette a quadretti rossi e bianchi, mura patinate dal tempo, porte scrostate, una vecchia stufa a legna in ghisa, che amici bene informati giurano essere l’unica forma di riscaldamento esistente nel locale, un bancone dal colore indeterminabile e sedie di ogni tinta, materiale, forma e foggia.

Addetti al servizio il titolare e la di lui sorella (settantenne); in cucina la stessa sorella, che in questa incarnazione ha evidentemente ricevuto il dono dell’ubiquità, più la mamma novantaquattrenne che deve vantare un’ascendenza hunza, altrimenti non si spiega come possa sfornare cibo a velocità ultrasonica per decine di persone.

Allibita conto 80 coperti, ma mi rendo conto che in realtà sono di più, perché l’oste è abilissimo nell’incastrare avventori in ogni spazio disponibile.
Arriva a stiparne 6 in tavoli da 4 e nessuno protesta.
Persino i cani presenti se ne stanno buoni a cuccia e nemmeno osano affacciarsi alla porta della cucina, sempre aperta.
Alcuni tavoli sono situati nella zona cucina-cesso e quando vai alla toilette rischi di abbattere i malcapitati a colpi di porta in faccia.
Il bagno è senza luce elettrica, che comunque non serve, perché il locale apre solo a pranzo.
Però la carta c’è.
Presenza cani più carta igienica in bagno.
La mia personale metrica di attribuzione punti si mette in moto.
Questo posto è ok.

Il valore non è assoluto.
Si stabilisce sulla base delle esigenze e preferenze del TARGET.

Stavolta il titolare, anche se mi lascia per un po’ in purga perché (scoprirò poi) non mi conosce e non sa chi mi ha mandato, decide di farmi mangiare e mi indica un tavolo occupato da una coppia, alla quale, andando dritto al punto, segnala che io mangerò con loro.
Le parole esatte sono: “non penserete mica di avere un tavolo da quattro solo per voi? Qui ci metto altri due, sennò il posto non basta per tutti…” e se ne va.

Affascinata, comincio a riflettere sulla comunicazione, le parole giuste in relazione al target e agli obiettivi di marketing e mi viene da ridere, mentre l’oste sale vertiginosamente nella mia classifica di “comunicatore superfigo”.

I miei compagni di tavolo ed io cominciamo a fare conoscenza.
Sono simpatici.
Aspettiamo, invano, che qualcuno ci caghi, ma nessuno viene a prendere la comanda, benché il signore al tavolo con me provi più volte ad alzare la mano.
Io ormai mi sono arresa e mi godo la scena.

Entra un avventore che, per fortuna, è amico d’infanzia del mio compagno di desco.
Dopo gli abbracci di rito ci spiega l’arcano: nessuno ci considera perché, se vuoi mangiare, devi alzare il culo, prendere il menu, alcuni foglietti e una penna, gentilmente messi a disposizione dal locale, e scriverti la comanda da solo.
Poi, quando lo reputerà opportuno, il personale (cioè il titolare unico) la verrà a prendere.

In quel momento, il mio incauto compagno di tavolo si azzarda a estrarre di tasca il cellulare per fotografare sua moglie, ma viene paralizzato da un urlo belluino, apostrofato in milanese e minacciato di espulsione immediata.
I vicini di tavolo si affrettano a illuminarci sulla regola base del locale: i telefoni cellulari sono VIETATI!
A tavola si mangia e si fa conoscenza, sennò fuori!

E’ ufficiale: mi sono innamorata del titolare e di questo locale aduso alle vecchie eleganti regole della buona educazione.

Medito sul fatto che ci vorrei portare il 90% dei miei amici, che regolarmente redarguisco quando, a tavola con me, anziché considerarmi degna di attenzione, smanettano sulla tastiera.

Una signora sdentata, seduta al tavolo accanto al nostro sentenzia: “qui ci vuole rispetto!” sostenuta da un attempato commensale che rincara la dose e dice, ridendo e indicando l’oste: “vabbé, tanto se non rispetti le regole non c’è problema, lui qui ti taglia la mano”.
Il mio rating “pro trattoria” sale alle stelle.

Il cliente non ha sempre ragione.
Stabilisci le tue regole e impara a farti rispettare.

Mentre di fronte a me si svolgono scene degne del miglior teatro dell’assurdo, una signora estrae da una sacca una serie di completini da bambino fatti all’uncinetto e comincia a venderli sul posto.
Evidentemente c’è tolleranza per il co-marketing.
Mamme con piccoli alien al seguito provano maglioncini e golfini ai loro pargoli.
I cani cominciano a presentarsi tra loro, annusandosi il posteriore, ma sempre in rispettoso silenzio e anche tra le persone il ghiaccio si scioglie: la gente chiacchiera, ride, conversa.
Nessuna notifica da social, né squillo molesto viene a turbare questa atmosfera d’antan.
E poi arrivano i piatti.
La nostra buona cucina vera, quella senza contaminazioni al profumo di curcuma, priva di lettini di rucola, monda da zenzero e curry, solletica le mie nari e mi delizia il palato.
Roba semplice: zuppa di farro e fagioli, risotto alle ortiche, zuppa di verdura.
Salto il secondo, con disappunto dell’oste che mi dice: “ma cosa vieni qui a fare se non mangi niente (se te magnet nagot)?” e mi chiede “ma chi ti ha mandato, che gli faccio un culo così?!”.
I miei commensali mangiano una vera super cotoletta alla milanese, con insalata già condita (e guai a te se osi chiedere variazioni sui condimenti).
L’apoteosi dell’appagamento dei sensi la raggiungo quando la sciura depone di fronte a me la mousse di cioccolato, che ha esattamente il sapore di quella che faccio io: di vero burro burroso e cioccolata fondente.
Buonissima.
La risucchio, estatica, benedicendo la loro cucina non spocchiosa, non pretenziosa, non aromatizzata al sapore di qualche cosa.
Mi piacerebbe chiedere il bis, ma la sciura ritorna e schiaffa il dessert davanti al mio vicino, spingendo di lato il piatto con la cotoletta.

Messaggio subliminale: “muoviti che chiudiamo!”.

Sono ormai le 12 e 45. Dopo aver intassato gente in ogni dove, il titolare espone il suo perentorio cartello: COMPLETO – CHIUSO e, impermeabile a ogni supplica, alle 12 e 50 comincia a rifiutare i clienti.
Alle 12 e 58 vengo scodellata fuori dal locale dopo aver pagato l’esorbitante cifra di 4 euro.
Sono euforica.
Rotolandomi dalle risate chiamo i miei amici e li benedico, relazionando sull’esperienza.
Esperienza: parola chiave del fuffa marketing, ma in questo luogo la posso pronunciare, perché è vera.
Siccome sono malata di marketing e comunicazione cerco anche di trovare il senso.
Un senso semplice come le cose buone, un senso che riassumo in 5 concetti.

Il valore esiste quando:
  1. Hai un buon prodotto (cucini bene e soddisfi le esigenze).
  2. La fai semplice e ti fai capire (senza curcuma e zenzero, senza inutili paroloni inglesi e frasi fatte).
  3. Sei te stesso e te ne freghi delle conseguenze (hai il tuo Personal Branding e le tue regole e non hai paura di perdere clienti).
  4. Non accetti chiunque, ma scegli tu (i clienti cafoni con il cellulare acceso e quelli che non pagano, meglio lasciarli perdere).
  5. Applichi un onesto prezzo di mercato (ma ricordati che non sarà per il prezzo che i clienti ti ameranno).
Tutto il resto non serve, è come destrutturare la carbonara per stupire, ma – dopo un po’ – la gente si sveglia.
AMEN
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Scrittura9 novembre 2016

No BellaStoria No Casa Bianca

Le elezioni USA si vincono grazie a un accurato lavoro sul Personal Branding. Lo abbiamo visto con Obama e oggi siamo qui a ragionare su:
Come cavolo ha fatto quel cafone di Trump a vincere le elezioni?

Questa è la domanda del giorno, che alcuni di noi, ancora sotto choc, si pongono. Gli analisti adesso stanno commentando una vittoria che i Simpson avevano predetto nel 2000, in un cartone animato in cui Lisa Simpson, divenuta Presidente, doveva rimediare ai danni del suo predecessore, che – guarda caso – era proprio Trump.
Quando si dice il meraviglioso realismo della fantasia!

Leggi qui il contributo di Davide Dal Maso e Alberto Nalin su questo tema https://www.linkedin.com/pulse/il-marketing-di-trump-vince-contro-la-pubblicità-della-dal-maso

Mentre la pagina web del sito ufficiale dell’immigrazione canadese va in crash e su Twitter si ironizza sul fuggifuggi dagli USA verso il vicino Canada, la rete è in fermento e io mi consolo cercando di comprendere perché, fino all’ultimo, ho sperato che Trump perdesse.

Questo è il punto.

Come tanti altri non speravo che Hillary Clinton vincesse, ma che battesse il suo avversario. Dopo il primo attimo di incredulo sgomento ho quindi deciso di analizzare perché, dal punto di vista dei “contenuti” e del “personal branding” si trattasse della cronaca di una sconfitta annunciata.

Cosa è conveniente mettere in funzione per raggiungere le persone con il tuo messaggio?
Di seguito considero 4 elementi chiave:

  1. Le Emozioni.
  2. La Narrazione.
  3. L’Identificazione.
  4. Il Personal Branding.

Sul fronte delle Emozioni:
il Guascone batte l’Algida

Donald Trump è un terribile, orrendo, volgare guascone.
Ispira disgusto, avversione, rabbia, oppure suscita ammirazione e desiderio di imitarlo. Ricorda i nostri leghisti che urlavano “in culo a Roma ladrona” e in effetti hanno avuto un notevole seguito.
Si aggancia ai sentimenti negativi e alle emozioni pure delle persone, quelle in cui non si ragiona con il lobo prefrontale, ma si fa agire il buon vecchio rettile che da millenni ci preserva dalle minacce e ci fa perpetuare la specie: quell’antico sauro per il quale vige la semplice regola “tu mi dai un pugno, io ti do un pugno”.
Insomma in lui non c’è nulla di tiepido.

Hillary Clinton invece è algida, controllata, calcolatrice.
E’ donna, ma sta antipatica pure alle donne, perché quando becca il consorte con la Lewinsky, abbozza.
Sicuramente reagisce nel modo migliore per mantenere il controllo, ma il controllo – si sa – è il contrario del piacere.
La buona vecchia Medea, se si fosse trovata al posto di Hillary, lo avrebbe sterminato in un bagno di sangue, maledicendo lui e la sua progenie: forse poco efficace a fini politici, ma di grande effetto scenico e gli umani amano il conflitto.
Hillary Clinton ha avuto il suo spannung epico e ha scelto di non giocarselo.

“Vogliono una donna presidente, ma non questa donna”, osservava prima del voto la sondaggista Ann Selzer.

Così è stato.

Sul fronte della Narrazione:
l’Epopea batte la Logica

Senza conflitto non c’è letteratura.
Alla base di una buona storia c’è la tensione narrativa.
Come insegnano le più elementari regole dello storytelling, per avvincere il tuo pubblico ti servono un eroe, un nemico, un doloroso problema e una brillante soluzione.

Trump saccheggia a man bassa l’immaginario collettivo della piccola america razzista, bigotta, omofoba e anticomunista e lo rende suo.
Rispolvera l’epopea dei pionieri al grido di “make America great again” e in quell’avverbio concentra i più potenti simboli dell’aggregazione: l’orgoglio e l’appartenenza, senza contare che si fa aiutare da allitterazioni e consonanze.
A sostenerlo sullo sfondo appare John Wayne, che pure se ammazzava i pellerossa ci è stato simpatico a tutti, almeno fino a quando sono arrivati Dustin Hoffman e Kevin Costner.

“Torniamo a essere uniti” è una delle sue frasi geniali, che fa trasparire la necessità di ristabilire qualcosa che si è perso.
“Torniamo”.
Tornare a un non meglio identificato “prima”, in cui ciascuno può infilarci i fantasmi preferiti: dai cosacchi mangiabambini, ai barbuti incappucciati e imbottiti di tritolo, alle famiglie gay.

Hillary Clinton parla invece la voce della logica e vanta la coerenza di una carriera impegnata e lineare, ma sempre in stretta connessione con il potere.
Di conseguenza l’elettorato segue Trump che gli ricorda “L’establishment vi ha tradito”.

I migliori fatti se non sono narrati con parole chiare e luminose non arrivano al cuore del pubblico e, mentre Trump coltiva il suo brand, Clinton si concentra sulla logica delle azioni.

Sul fronte dell’Identificazione:
il Normale Cialtrone batte la Perfettina

Trump è pieno di difetti: non si è fatto da solo, ma ha ereditato denaro e potere dal padre; è un voltagabbana che ci ha provato prima con i democratici, per poi approdare alla destra, comprendendo che avrebbe meglio soddisfatto i suoi obiettivi; i suoi messaggi sono volutamente offensivi, maleducati, sessisti, perché lui sa bene che su questo codice linguistico aggancia gli strati ignoranti della popolazione, che sono la maggioranza.
Fa attrazione alle fasce povere e prive di diritti, additando loro un nemico comune “l’establishment”; li ispira all’odio e alla divisione, gridando “restiamo uniti”.
Pronuncia parole che dividono, parole pericolose, ma potenti.
Sa il fatto suo e costruisce un brand di spessore.

Hillary Clinton, che invece si è sempre battuta per i diritti, dai giovani detenuti alle madri single, ai bambini disabili, lo ha però sempre fatto da una posizione di potere e privilegio.
Lei parla la lingua dei radical chic, che non convince il sottoproletariato urbano.

Le logiche del networking insegnano che per ispirare le persone è opportuno che tu ti ponga al loro livello: non sopra, né sotto, non troppo bravo, né totalmente inetto, ma sufficientemente incazzato e passionale da trascinare gli altri, agganciando la loro paura, la loro rabbia, il loro dolore.

Le personcine perfette dai capelli composti mancano di umanità e gli esseri umani per identificarsi hanno bisogno del sudore e delle lacrime.
Sono passati millenni da quando il rettile ci governava, ma dentro a quella nocciolina interna al cervello, che si chiama amigdala, funzioniamo ancora così e chi sa muovere quelle leve ci può manipolare a piacimento.

Sul fronte del Personal Branding:
il Creatore di Contenuti batte l’Oppositrice

Una storia da raccontare, che susciti emozioni nel pubblico, che ispiri gli altri a seguirti, funziona solo se lavori seriamente sulla tua intima essenza, altrimenti detta “personal branding”.

Hillary Clinton ha impostato la sua comunicazione “in opposizione” e l’opposizione non è che una forma di dipendenza.
Chi si oppone non ha contenuti e valori propri per cui combattere.
Chi si oppone resta agganciato alla comunicazione dell’altro, al suo eloquio, ai suoi argomenti.
Chi si oppone e non propone il Suo Sogno, resta schiavo delle idee degli oppositori e della concorrenza.
Se al tuo progetto non ci credi tu, perché mai gli altri ti dovrebbero seguire?

Donald Trump ci mette forza ed energia:
ti può fare schifo, ma convince e vince.

In fondo in fondo non facevo il tifo per Hillary nemmeno io, solo speravo che Trump perdesse.
Avevo dimenticato che quando si combatte è opportuno farlo “per qualcosa che mi sta a cuore”, anziché “contro qualcos’altro”.

No #BellaStoria No CasaBianca

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WEB13 febbraio 2016

Il follow up della zia Bettina

La scrittura social, dalla letterina di Natale a Linkedin

Perché si scrive?
Per passione, per sfogarsi, per lavoro, per piacere, per forza.
Scrivere è difficile, impossibile, faticoso; è bello, gratificante, divertente.

Quando ero piccola, oltre a leggere avidamente tutto ciò che mi passava sotto mano, scrivevo.
Per il piacere di rileggere i miei pensieri, finalmente messi in ordine e spinti verso un senso, che all’inizio non conoscevo e che scoprivo poco a poco.

Qualche volta invece mi toccava scrivere per forza: gli auguri di Natale e Pasqua e compleanni.
Una volta si usava così.
La mia allenatrice alla scrittura “per dovere” era la zia Bettina, che mi costringeva a interminabili sedute in cui riempivo pacchi di cartoline e bigliettini, con le frasi di rito.
Non solo le feste comandate, anche ringraziamenti per regali ricevuti, condoglianze, congratulazioni per matrimoni, feste, battesimi, comunioni e cerimonie affini.

La zia Bettina era un drago del follow up: intratteneva le relazioni come il più assiduo dei marketer.
Non le sfuggiva nulla: ricordava a memoria i compleanni di tre generazioni di parenti e parenti acquisiti, era preparatissima sul “santo del giorno” e non vi era onomastico, anche degli omonimi del più oscuro martire minore, che non venisse minuziosamente memorizzato e registrato.

Molto prima di Zuckerberg la zia Bettina faceva networking, con una determinazione degna di un marine in allenamento.
Io ero il suo soldato palladilardo.

Quanto ho odiato i bigliettini da spedire con le frasi di circostanza “tanti cari auguri”, “migliori auguri di buon anno”, “sentite condoglianze”; ricordo la volta in cui mi volle costringere all’orrida rima “un bacetto, Gina Moretto”. Lì mi ribellai.
Fu in quel giorno che nacque in me l’odio per le ripetizioni e l’avversione per i funnel che, lo so, funzionano, ma non per chi ha avuto una ziaBettina nell’albero genealogico.

L’eredità preziosa dell’ineffabile zia è la passione per le relazioni.
Il desiderio di comunicare – per iscritto – con le mie reti, in modo unico e personale.

COSA FUNZIONA PER ME
Farmi le domande
Se decido di stare sui social da professionista è bene che mi faccia delle domande.
- Quali sono i miei obiettivi di business?
- E quelli di marketing?
- A chi sto parlando?
- Cosa voglio che la mia rete faccia per me?
- Cosa faccio di buono per la mia rete?
- Il mio obiettivo cambia o è sempre lo stesso?
Tutte queste domande, periodicamente, me le faccio per iscritto:
Vi assicuro che fa la differenza.

Parlare in prima persona
La prima persona è la voce dell’autobiografia.
Da Rousseau a “longtemps je me suis couché de bonne heure”
parlare in prima persona significa mettersi in gioco e cercare la relazione.
Sui social, prima viene la persona, il “chi sono”, poi l’azione, il “cosa faccio”.
I ruoli sono utili per farsi ricercare su Google, ma quando le persone arrivano da me devono trovare l’unicità, il tratto distintivo, che le farà decidere di relazionarsi con me.

Rispondere. Sempre
Il minimo che posso fare quando qualcuno mi contatta è rispondergli.
Una persona che mi contatta mi regala il suo interesse, il suo tempo, il suo valore.
La risposta – il più tempestiva possibile –
è l’equo scambio che fa comprendere al mio interlocutore che lui per me, vale.

Mettere luce nelle relazioni: la magic mail.
La scrittura è il mio strumento di lavoro
e la uso per mettere in contatto tra loro le persone di valore.
Luca Bozzato nei suoi corsi parla della magic mail.
Una magic mail è un breve testo nel quale spiego ai miei due interlocutori, possono essere anche di più

  • Perché li sto mettendo in contatto
  • Quali sono le caratteristiche di ognuno di loro in cui io riconosco valore
  • Soprattutto la mia esperienza di relazione professionale con ciascuno.

Scrivere segnalazioni su Linkedin
Linkedin è la piattaforma di relazione professionale per eccellenza.
Offre quindi la possibilità di scrivere brevi segnalazioni
sui professionisti della mia rete con cui lavoro.
Meglio essere brevi, sintetici, chiari.
A nessuno interessa sapere che Tizio è simpatico e Caio ha un master.
Ciò che conta è come Tizio si relaziona e in che modo il master di Caio
può garantire le competenze adeguate a un ruolo professionale.

Lo schema ideale per la segnalazione è:

  • Ho lavorato/lavoro con lui/lei
  • Riconosco che è bravo/bravissimo in questo lavoro
  • Apprezzo le sue competenze tecniche nel tale settore
  • Garantisco che sarà di aiuto nello svolgere la tale mansione

______________________________
La scrittura nell’era dei social ancora serve.
Grazie ZiaBe.

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WEB16 dicembre 2015

Dritti Al Cuore: profili Linkedin che convertono.

GENESI DI UNA COLLABORAZIONE

Con Luca Bozzato è cominciato tutto da una e-mail,
dal contenuto interessante, ma con troppe cose così fantastiche da digerire,
che ho preferito prendere il telefono e chiamare.
Quel giorno all’altro capo del filo ho trovato un filosofo.
Filosofo? Ma esistono davvero?



Quando si formula questa parola il mio pensiero corre a Emanuele Severino e Jacques Derrida,
si crogiola in un excursus beato nei meandri della storia della filosofia occidentale.
Esistono ancora i filosofi?
Ebbene, pare proprio che questo ragazzo all’altro capo del filo sia un filosofo per davvero.
Un filosofo WEB 2.0

Comincio ad ascoltarlo affascinata.
La conversazione si prolunga e dal tema iniziale
(un corso sulle strategie per utilizzare al meglio Linkedin)
mi ritrovo a spaziare gioiosamente sui miei argomenti prediletti:
letteratura e arte, WEB e buona tecnologia,
con senso dell’umorismo e intelligenza.
Un tuffo nell’umanesimo che mi lascia deliziata e conquistata.
E’ amore!

Vado al corso e decido che su Linkedin c’è del buono.
Luca Bozzato decide che c’è del buono nella Scrittura Potente.
Cominciano gli incontri per capire se riusciamo a mettere insieme le nostre passioni e i nostri talenti.
Trascorriamo giornate a scrivere e riscrivere i nostri profili e i testi per il marketing individuale e comune.
Facciamo prove, controprove, test con i clienti.
Si investe molto e si guadagna poco, a volte nulla.
Ma quell’ebbrezza che deriva dall’aver a che fare con qualcuno che proviene dal tuo pianeta ti ripaga di qualunque sforzo.

Si cazzeggia e si ride come matti.
Si inventano storie di straordinaria pazzia che regolarmente diventano articoli e workshop.
Carroll e The Matrix, Cenerentola e Alice, Jung e il transumanesimo, i tarocchi di Jodorowsky e il WEB 3.0:
un vortice di contenuti ci avvolge in uno scambio continuo ed eccitante.

Il nome che scegliamo per noi lascia perplessi alcuni colleghi.
DRITTI AL CUORE.
Ma siete matti?
Ma cosa c’entra con il business?
Ma siete sicuri? guardate che il target non lo capirà.
Noi teniamo duro.
Il nome è quello.
Quello ci piace.
Ci risuona.
Perché noi il cuore ce lo mettiamo.
Lo mettiamo in ogni piccola virgola dei contenuti potenti, in ogni sudato esperimento o test per la lead generation, in ogni formazione creata per i clienti.

Il nostro cuore è lì e tutto il corpo lo segue.
Lo segue il cervello che studia strategie.
Lo seguono le mani che scrivono.
Lo seguono i piedi che si muovono e ci portano a peregrinare per tutto il Veneto e la Lombardia per parlare del nostro progetto.
Ma è il cuore che guida tutto, perché è con il cuore che si fanno le scelte folli,
quelle dei pazzi visionari e coraggiosi, quelle che continui a perseverare anche quando sembra che tutto crolli e che il mondo intero vada nel senso opposto al tuo.

E cosa fanno i folli visionari sognatori quando hanno un progetto che gli incendia il cuore?
Ne parlano con chiunque, con gli occhi lucidi e la parola veloce, il respiro corto e la fretta che li spinge avanti.
E non mollano, non mollano mai, anche quando pare che non funzioni, anche quando i soldi sono agli sgoccioli.
Ma loro non si possono fermare, perché in quel progetto ci hanno messo il cuore;
e il cuore, amici miei, quando è partito non lo fermi più.
Lo devi seguire e basta.

Il bello è che quando lo segui sei felice.
E gli obiettivi ti stanno davanti così chiari e limpidi che,
anche se sai che i passi da fare per raggiungerli ti costeranno fatica,
non vuoi fare altrimenti.

DRITTI AL CUORE nasce così.
Dallo scambio gioioso di due persone felici di condividere.
Quando un progetto nasce nella gioia fa attrazione e se tieni duro arrivano altri con cui condividere e andare avanti.
Ma tu vuoi i migliori con te, perché ci metti il cuore ed è per questo che i migliori arrivano:
è per questo che sulla nostra strada è arrivata Giulia.
Giulia Bezzi e il suo SEO Spirito.

Adesso siamo tre.
Il numero perfetto, la trinità, la compiutezza, la sintesi degli opposti.
Abbiamo tutto ciò che serve per creare efficace armonia su Linkedin e nel WEB:
- la Scrittura Potente che crea contenuti di valore,
- l’analisi SEO che ti indica la strada da seguire per sgominare gli avversari e primeggiare sui motori,
- la strategia all’avanguardia su Linkedin, per godere di un vantaggio competitivo sulla concorrenza.
Ma abbiamo anche qualcosa in più: il cuore.

Forse è vero, non tutti lo capiscono.
Ma chi lo capisce resta con te per sempre.

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WEB11 novembre 2015

LinkedIN Clinic. Profili a cuore aperto.

‪#‎LINKEDINCLINIC‬
==============
martedì 10 novembre dalle 18 alle 20 su blab
Giulia “TantaRoba” Bezzi
Luca Bozzato – Filosofo dal Cuore Social
Regina Moretto – Manovale della Comunicazione
si sono prodigati in un’analisi LIVE in diretta
di 4 profili Linkedin
andando #‎drittialcuore‬ del profilo dei 4 fortunati
che hanno ottenuto un bel checkup gratuito.

Clicca qui per vedere la registrazione.

E’ stata la nostra prima esperienza.
Sono molto soddisfatta.
384 iscritti, persone online partecipanti e attive, ma il motivo che mi ha dato più gioia è:

abbiamo avuto la conferma che
nel mondo ci sono persone che possiedono il vero WHY, la spinta, la forte motivazione
a proporre ciò che fanno.

Questo post è per loro.

Per Gianluca Gorlani ideatore de
IL MANAGER CON GLI STIVALI E IL MARQUESS MARKETING
Con lui, che esordisce nel suo riepilogo con la frase
“Lavoro felicemente nella Fabbrica Italiana Valvole
abbiamo visto come i manager e i collaboratori delle aziende possano dare lustro, incrementare l’immagine aziendale, apportare energia luminosa all’attività, grazie  alla condivisione della loro “felice” esperienza.
Finiti i tempi in cui si pensava che un collaboratore sui social stesse cazzeggiando.
Se il collaboratore sta sui social da professionista ti sta aiutando.
Se parla bene della sua azienda attirerà i talenti, perché quelli bravi non vogliono lavorare nelle aziende tristi e cazzone.
Seguitelo perché ha moltissimo da dire.

Per Davide Bombarda e la moglie Floriana
APPASSIONATI COLTIVATORI DI LIBERI TALENTI
che hanno un sogno così grande nel cuore che ci hanno fatto venire i brividi.
Nel Portale che illustra l’attività formativa della loro ONLUS
To Be Formazione
il payoff è “Per essere  quello che vuoi essere”.
Abbiamo sentito parole affascinanti come una musica:
la musica di chi crede che il mondo si possa cambiare.
Come lo cambiamo?
Aprendo le menti e i cuori della gente: aiutando i genitori a sviluppare e sostenere i talenti dei loro figli; insegnando ai giovani che la dipendenza non è benessere, che essa sia da droghe, alcool, gioco d’azzardo o tecnologia, mentre la creatività e le relazioni tra le persone invece sì.
Loro lo cambiano facendo kilometri, seguendo i migliori per formarsi e imparare, perché quando credi in qualcosa non c’è distanza che tenga, non ci sono controintenzioni che ti fermano.
Con gli occhi lucidi abbiamo cercato di dare tutto ciò che potevamo per mettere anche la nostra energia a sostegno di questo cammino.
Queste sono le persone che voglio nella mia rete.

Per Andrea Capoferri
SOLIDO COSTRUTTORE DI RELAZIONI

che con la sua piattaforma MLS mette in rete costruttori e agenzie immobiliari.
E che c’è di strano?
Lo fanno in tanti.
Questo è certo: il web pullula di piattaforme per l’intermediazione immobiliare,
ma quante ti danno la garanzia che tutti i contatti siano “personali” e “garantiti” da qualcuno che ci mette la faccia?
L’immobiliare è uno dei mercati più colpiti da crisi e difficoltà finanziarie.
Cantieri sospesi, case sfitte e invendute, che nemmeno le banche vogliono più, perché, a forza di ipoteche, anche gli istituti bancari sono sommersi da immobili il cui valore cala.
Questo è un mercato che ha un forte bisogno di aiuto e di professionisti, semplici, umani e solidi.
Chiamatelo e parlate con lui, perché è così modesto che nel suo profilo – per ora – dice molto meno di quanto possa darvi.

Per Marco Cappi
GRANDE MENTORE PER PICCOLE IMPRESE
che in un mercato in cui le storie horror sono all’ordine del giorno
guida le PMI a realizzare lo scopo aziendale di avere il bilancio in attivo e le fa svoltare verso il lieto fine.
Le Piccole Medie Imprese italiane sono leggendarie per la loro capacità di sostenere l’economia, ma a forza di dare energia a un sistema complicato, ormai rischiano il tracollo.
L’Italia ha ancora il primato dei migliori produttori, degli artigiani più creativi, delle piccole aziende che possono fare storia nel loro settore, ma tutto questo annega nel mare della crisi, degli insoluti, della concorrenza a basso costo.
Le strade sono due: la più semplice è dare la colpa ai cinesi, allo stato, ai clienti che non pagano; la più interessante è trovare un metodo per fare ciò per cui le aziende nascono: produrre ricchezza.
Marco lo sa fare, ma se siete troppo occupati a lamentarvi lasciate perdere: lui è come noi, aiuta solo chi se lo merita davvero.

Abbiamo messo tutto il nostro amore in questo incontro e
lavorandoci abbiamo compreso meglio cosa significa #‎ProfiliLinkedinBelliEBuoni
Significa che NOI FACCIAMO LA DIFFERENZA.

Se volete saperne di più guardatevi la registrazione del BLab di ieri.
Grazie per averci seguito.
Stay tuned!

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