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	<title>Ariarosa &#187; Scrittura</title>
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		<title>Cibo da compagnia</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Feb 2019 11:23:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Animali d&#8217;affezione, cioè tutti Durante i mei 4 anni di vita a Sao Tomé e Principe non avevo cani o gatti con me. Gli animali di compagnia non erano visti di buon occhio; per gli africani negli anni ’80 il &#8230; <a href="http://www.ariarosa.it/scrittura/cibo-da-compagnia/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Animali d&#8217;affezione, cioè tutti<br />
</strong><br />
Durante i mei 4 anni di vita a Sao Tomé e Principe non avevo cani o gatti con me. Gli animali di compagnia non erano visti di buon occhio; per gli africani negli anni ’80 il mondo animale si divideva in due grandi classi, alla faccia di Linneo: gli elementi pericolosi &#8211; categoria in cui i cani, le scolopendre e il mamba nero venivano raggruppati &#8211; e la classe cibo, che accoglieva tutte le altre specie.<br />
<em>“C’est la bouffe qui passe patronne!”</em> rispose un giorno uno dei portatori gabonesi alla mia richiesta di conoscere il nome di un serpente che ci aveva attraversato la strada.</p>
<p><strong>Italiani brava gente: <em>&#8220;io non ti mangio&#8221;</em><br />
</strong>I santomensi mangiavano qualunque tipo di selvaggina o pesce, escluse le aragoste; quelle per loro erano spazzatura nemica, che distruggeva le reti con le chele. Una volta compreso che noi ne andavamo ghiotti, cominciarono a vendercele, a prezzi sempre più cari, via via che la richiesta aumentava, secondo le migliori regole dell’ortodossia economica. Poi provarono a proporci altri animali, che noi rifiutammo categoricamente di mangiare. Dopo l’episodio di un gabbiano ferito, portato a casa di una mia collega in veste di merce edibile e amorevolmente risparmiato e curato, la voce che i cooperanti italiani erano un po’ <em>malucos</em> (pazzi eccentrici) e invece di mangiare gli animali se li tenevano in casa, si sparse. Da quel giorno ci fu offerto (a pagamento) di tutto e in continuazione: gatti con le gambe spezzate, cani rognosi tramortiti da scontri con jeep e camionette, galline sperdute.</p>
<p><strong>Gallina salva fa buona compagnia<br />
</strong>La mia amica Alessandra costruì addirittura una scaletta perché la sua gallina, salvata dalla morte, potesse uscire da sola a passeggio nella corte, passando dalla finestra.<br />
Gallina era molto abile a evitare gli agguati dei bambini che cercavano di trasformarla in pasto, si vedeva che era una consumata ribelle, sfuggita a precedenti insidie per perizia o perché covata sotto una buona stella.</p>
<p><strong>Gino capretto clandestino<br />
</strong>A Pasqua il falegname del villaggio ci chiamò per donarci un capretto, in segno di riconoscenza per la nostra collega medico, che aveva curato suo figlio. Eravamo veramente afflitte: dovemmo andare da lui a caricare sulla jeep il capretto legato e urlante. Facemmo finta di accettare. Fu un viaggio infernale, fortunatamente breve. Una volta a casa Gino (il capretto lo chiamammo così) fu liberato dalle corde e rimase a vivere con noi. Al nostro autista fu fatto giurare di mantenere il segreto sulla sua sopravvivenza e l’<em>empregada</em> (la governante) fu istruita a montare la guardia per nascondere Gino in caso fosse apparso il falegname all’orizzonte.<br />
Evento che fortunatamente non si verificò, perché di sicuro Gino avrebbe scelto il momento più inopportuno per belare a pieni polmoni. In segno di gratitudine Gino il clandestino divorava qualunque pianta, ortaggio, oggetto, ferramenta di piccola taglia, trovasse in cortile. Teneva tutto molto pulito, purtroppo il suo concetto di pulizia includeva anche scarpe e indumenti, di cui Gino si serviva tirandoli giù direttamente dalle corde su cui venivano sciorinati.<br />
Umidi gli piacevano molto.</p>
<p><strong>La Gaia belva<br />
</strong>Fu così, grazie al nostro sconsiderato amore per gli animali, che arrivò da noi anche Gaia.<br />
Con notevole sforzo creativo Stefano e Lidia l’avevano chiamata Gaia perché il nome che le davano i santomensi era Lagaia. Si trattava di uno zibetto africano. Non sapevamo nemmeno se fosse maschio o femmina, ma ormai per noi era Gaia.<br />
Carinissima, con un musetto simpatico e una folta pelliccia, rischiava e rischia tuttora la vita perché è considerata un pasto prelibato e la sua pelliccia è molto apprezzata come ornamento. Era così tenera che ce ne innamorammo subito, senza minimamente curarci di prendere informazioni su di lei. All’epoca il concetto di specie protetta era di là da venire e noi eravamo sinceri e inconsapevoli amanti degli animali: al massimo si pensava a proteggere le balene o il panda gigante.</p>
<p><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/Lagaia.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1446" title="lagaia" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/Lagaia-e1550314019614.jpg" alt="" width="500" height="348" /></a></p>
<p>Ben presto Gaia si rivelò l’ottava piaga d’Egitto.<br />
Mordeva come una tigre, puzzava come un orinatoio, ringhiava con voce da iena, quando era incazzata (accadeva spesso che lo fosse) si gonfiava come un gatto furioso e nottetempo razziava con metodo i pollai dei vicini, che il giorno dopo si presentavano alla nostra porta con i resti dei cadaveri sanguinanti, esigendo giustizia e rimborso.<br />
Mettendomi nei suoi panni, anzi nella sua pelliccia, comprendo adesso quanto dovesse soffrire un animale notturno, selvatico, solitario, cacciatore e carnivoro, abituato a dormire di giorno nella vegetazione fitta e a nutrirsi uccidendo anche grandi prede, nel ritrovarsi chiuso in una casa con un gruppo di umani bene intenzionati, ma sprovveduti e ignoranti, che cercavano di grattarle la pancia, accarezzarla e farla diventare vegetariana.<br />
Io avrei ucciso per molto meno.<br />
I meno decerebrati del gruppo si opposero a questa tortura e riuscimmo a convincere gli altri a liberare Gaia nel suo habitat.</p>
<p><strong>La liberazione di Gaia<br />
</strong>Organizzammo una spedizione con l’aiuto di Fernando, il nostro autista, che si prestò, a malincuore, ad aiutarci a rilasciare nella foresta quell’ottimo bocconcino. Facemmo costruire una solida gabbia in legno e Gaia fu incappucciata e legata per l’ultima volta. Si difese con ardimento e, malgrado gli spessi guanti da lavoro che gli indomiti mercenari, da noi ingaggiati per la bisogna, indossavano per proteggersi, Gaia lasciò il segno.<br />
Durante il trasportò ringhiò, graffiò, cagò, pisciò e produsse secrezioni ripugnanti che ci accompagnarono per mesi, come monito a lasciare in pace la fauna selvatica. Di sicuro l’eroico zibetto insegnò la lezione anche ai locali, che da quel momento si guardarono bene dal portarcene altri esemplari.</p>
<p><strong>Billy, lo Jacquot innamorato<br />
</strong>Uno dei rari santomensi che possedevano animali di compagnia era il fratello del ministro dell’Economia, che lavorava alla sede locale delle Nazioni Unite. Era anche il mio compagno, diciamo la relazione principale che intrattenevo in quei tempi di giovanili follie, in cui mi ero adeguata senza problemi all’allegra gestione dei rapporti intimi con l’altro sesso.</p>
<p><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/PappagalloJacquot.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1448" title="pappagallojacquot" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/PappagalloJacquot-e1550316087181.jpg" alt="" width="500" height="295" /></a><br />
Lui viveva con Billy, un pappagallo parlante, per l’esattezza era un pappagallo cenerino, uno Jacquot, quelli bruttarelli, grigi con la coda rossa, gli unici in grado di produrre suoni simili alla voce umana, un po’ come i merli indiani. Pare siano super intelligenti e morbosamente affezionati ai loro padroni. In effetti Billy adorava il suo padrone e quando lui ed io litigavamo mi inseguiva per becchettarmi le caviglie.<br />
A me non piaceva, non ho mai avuto grande simpatia per i pennuti e capivo benissimo che per Billy ero la rivale, l’intrusa che gli contendeva le attenzioni del suo grande amore. Io abitavo in un’altra casa, ma quando andavo a casa del mio compagno in sua assenza, non appena l’<em>empregada</em> socchiudeva la porta, alle sue spalle si palesava Billy, giunto a controllare chi fosse che aveva bussato. Se i suo unico amore era presente Billy gli saltellava intorno ripetendo insistentemente: <em>“cossa Billy, cossa”, “gratta Billy, grattalo”</em>, dandogli colpettini con la testa contro le mani per farsi grattare le piume.<br />
Benché mi infastidisse riconosco che era uno spettacolo di seduzione unico: Billy inclinava il capino, si sprimacciava le piume, faceva la ruota con le ali e poi sbirciava il suo amore coprendosi vezzosamente il becco con l’ala a guisa di ventaglio, avvicinandosi di sghimbescio, accennando passi di danza. Queste premure erano esclusivamente riservate all&#8217;oggetto della sua devozione e non mi restava che attendere pazientemente che l’amoreggiamento terminasse, sennò le mie caviglie ne avrebbero fatto le spese.</p>
<p>Tutti questi animali popolavano le case dei miei amici e colleghi.<br />
Infine una sera giunse anche per me l’incontro con il mio animale d’affezione santomense.</p>
<p><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/Conigli.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1447" title="conigli" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/Conigli-e1550315291656.jpg" alt="" width="500" height="250" /></a></p>
<p><strong>Corniglio e la sua progenie<br />
</strong>Stavo tornando dal Bataclàn, l’unica discoteca dell’isola, insieme alla mia amica, quando vedemmo, fermo in mezzo alla strada, abbagliato dai fari dell’auto, un coniglio bianco.<br />
Inchiodai la jeep e scesi per raccogliere l’incauto coniglio autostoppista prima che qualche santomense lo scorgesse e se lo portasse a casa per farlo finire in pentola. Lì per lì non avevo un piano; l’obiettivo immediato era salvargli la vita. Arrivate a casa la mia amica ed io chiudemmo Coniglio in ufficio, dove lui passò la notte rosicchiando tutti i cavi elettrici che riuscì a raggiungere. Il giorno successivo chiamammo un veterinario e l’elettricista.<br />
Del veterinario in seguito non ci fu più bisogno, mentre con l’elettricista avremmo stretto un patto a vita.<br />
Gli venne dato il nome Coniglio, che i santomensi trasformarono in Cornelio, perché in porrtoghese coniglio si dice <em>“coelho”</em> e avevano pensato che invece Coniglio significasse Cornelio in italiano. A quel punto decisi di attuare un’operazione di sincretismo culturale chiamandolo Corniglio e quel nome gli rimase finché ebbe vita. Una vita che fu lunga, serena e prolifica.</p>
<p>Tra la corale disapprovazione del personale santomense Corniglio fu accolto in casa non come portata in un menù, ma come membro della cooperazione italiana a Sao Tomé e Principe.<br />
Pensammo di lasciarlo libero in giardino e la scelta fu di suo gradimento. Corniglio cominciò a scavare peggio di una talpa, destando le ire del giardiniere che si vedeva devastare il frutto delle quotidiane fatiche. La bastardaggine di Corniglio era pari alla lunghezza delle sue orecchie e lo spingeva a scavare proprio nelle aiuole e nel terriccio dissodato di fresco, che gli richiedeva un minor impegno nell’operazione. Alle sue perforazioni non sopravviveva nulla e alla fine l’ebbe vinta lui: il giardiniere si arrese a non avere in giardino che alberi di grosso fusto ed erba infestante, rinunciò ai fiori e Corniglio restò dominatore assoluto del territorio. Preoccupate per l’equilibrio psicofisico di Corniglio pensammo che, se gli avessimo trovato una compagna, anziché bucherellare il terreno, magari si sarebbe impegnato in altre attività ludiche. Immemori del significato del detto “figliare come conigli” contattammo un allevamento e comprammo Corniglia.<br />
Lei si comportò secondo natura: 5 parti all’anno, con 10 – 12 <em>corniglietti</em> ad ogni parto. I <em>corniglietti</em> appena nati stavano con lei, poi, per proteggerli da cani e gatti, li trasferivamo in ufficio, dove loro rosicchiavano con perizia tutti i cavi elettrici. Arrivava l’immancabile elettricista che ogni volta si stupiva del fatto che i roditori non restassero mai fulminati, riparava i cavi e ci proponeva di acquistare in blocco i guastatori. Al nostro fermo rifiuto se ne andava ridendo e scuotendo la testa. Quando i <em>corniglietti</em> erano cresciutelli andavano ad accrescere le schiere dei conigli ormai inselvatichiti che popolavano lo spazio all’aperto e la storia proseguiva: il nostro giardino era diventato la collina dei conigli.</p>
<p>Pareva che la colonia dei Cornigli sapesse di abitare in una zona franca, perché se ne stavano lì a scavare, senza alcuna pulsione a esplorare l’infido spazio oltre la recinzione. I predatori, umani e animali, erano però in agguato, quindi ci sentimmo in dovere di assumere un guardiano diurno e uno notturno (armati di machete) per proteggere i Cornigli. La nostra fama di <em>malucos </em>(pazzi eccentrici) si sparse in tutta l’isola e i bambini accorrevano a vedere quei matti degli italiani che pagavano elettricisti e guardiani per tenersi degli inutili conigli vivi in giardino, mentre avrebbero potuto mangiarseli.</p>
<p>Ogni mattina Fausta, la nostra <em>empregada</em>, anziché dirci <em>“bom dia”</em>, scuoteva la testa, guardava noi, poi i Cornigli, poi di nuovo noi, riscuoteva la testa e pronunciava lapidaria la sua sentenza <em>“que gasto!”</em> che spreco!</p>
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		<title>Orologi e mutande. Figuracce autobiografiche</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Aug 2018 09:12:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono a scuola, in seconda elementare. Sono una “brava bambina”, studiosa e obbediente. Alla maestra piaccio molto e alle compagne non dispiaccio, benché sia una secchiona, perché aiuto, passo generosamente i compiti da copiare e, quando si tratta di scrivere &#8230; <a href="http://www.ariarosa.it/scrittura/orologi-e-mutande-figuracce-autobiografiche/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr">Sono a scuola, in seconda elementare.<br />
Sono una “brava bambina”, studiosa e obbediente.<br />
Alla maestra piaccio molto e alle compagne non dispiaccio, benché sia una secchiona, perché aiuto, passo generosamente i compiti da copiare e, quando si tratta di scrivere cronache e temi in italiano, mi trasformo in una vera e propria macchina che sforna testi a profusione, ovviamente tutti diversi, avendo anche l’accortezza di inserire qualche piccolo refuso.<br />
Fin da piccola sono un genio del male!</p>
<p dir="ltr">Stiamo imparando a leggere l’ora perché in seconda si fa la cresima e con la cresima &#8211; si sa &#8211; i padrini e le madrine ti regaleranno l’orologio e mica si può fare la figuraccia barbina di non saperlo leggere!</p>
<p dir="ltr"><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/FB_IMG_1550257188539.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1426" title="fb_img_1550257188539" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/FB_IMG_1550257188539-e1550308332506.jpg" alt="" width="500" height="375" /></a></p>
<p dir="ltr">
<p dir="ltr">Per insegnarcelo la maestra ci fa allenare su un grande orologio a muro, tondo e giallastro. Lo ricordo nitidamente perché fu il mio incubo.<br />
Ero una bambina iper miope, in veneto <span style="text-decoration: underline;">s</span>i direbbe <em>“orba come un talpòn”</em> (che era proprio ciò che mi ripetevano mie sorelle), ma cercavo disperatamente di non aggravare ulteriormente il mio senso di disagio e inadeguatezza indossando anche gli occhiali, che quando ero bambina erano di una bruttezza imbarazzante e avrebbero definitivamente sancito il mio status di “topo da biblioteca”.<br />
Quindi mi barcamenavo alla bell’e meglio, sedendo in primo banco e, grazie all’aiuto della mitica Alfonsina Bressan, che andava malissimo in italiano, ma ci vedeva come un’aquila, me la cavavo nel copiare i compiti alla lavagna, grazie alle sue dettature sommesse e rapide, sussurrate quando la maestra ci dava le spalle.<br />
In cambio Alfonsina aveva la prelazione sui temi di italiano che macinavo come una catena di montaggio.</p>
<p dir="ltr">Ma con l’orologio è un altro paio di maniche:<br />
Alfonsina è pessima.<br />
Ci vede dieci decimi, ma confonde le lancette e quindi &#8211; impotente a soccorrermi &#8211; assiste rattristata alla mia disfatta.<br />
La maestra non si capacita e io mi sento una traditrice della sua fiducia.<br />
Per fortuna nei giorni successivi la lettura dell’orologio diventa materia di interrogazione alla cattedra.<br />
E’ la mia salvezza: a meno di un metro dal quadrante maledetto riesco a distinguere numeri e lancette e, con voce squillante e sicura, declamo gli orari che la maestra compone per verificare se sappiamo leggere l’ora.<br />
Prendo il solito bel voto e mi aggiudico, come ulteriore gratifica, l’ambito premio supplementare di indicare con la bacchetta le nuove parole da leggere e imparare, scritte alla lavagna dalla maestra.<br />
Ogni settimana viene designata un’alunna meritevole per questa mansione: lei indica le parole e le interrogate le devono leggere. Oltre ad assaporare il potere di impugnare la bacchetta dell’insegnante, si gode del privilegio di non essere interrogate.</p>
<p dir="ltr">Fu così che un brutto giorno si consumò per me la più vergognosa e disdicevole esperienza.</p>
<p dir="ltr">E’ quasi l’una e la maestra mi chiama alla lavagna per indicare le parole.<br />
Mi porge la bacchetta e mi rendo conto, con orrore, che, sotto la gonna e il grembiule, qualcosa non va.<br />
Mi scendono le mutande.<br />
L’elastico infingardo ha scelto proprio quel momento di mia massima autorevolezza per cedere.<br />
Incerta su come procedere, barcollo. Cerco di trattenere le mutande al di sopra degli indumenti, ma la presa non è delle più semplici. Nel frattempo devo alzare il braccio destro per tendere la bacchetta verso la lavagna.<br />
Ho sette anni e sono piccola. A ogni estensione del braccio sento le mutande scivolare inesorabilmente.<br />
Mi contorco: un colpo di bacchetta alla lavagna e una rapida strizzata al grembiule, al di sotto della vita, nel disperato tentativo di raggiungere e placcare le mutande al di sotto delle gonne. Devo sembrare un ginnasta contorsionista, ma nessuno ci fa caso, né la maestra (troppo occupata a rampognare chi commette errori) né le mie compagne, protese nello sforzo di compitare le lettere.<br />
Nessuno bada a me.<br />
Oggi mi fa persino ridere l’idea di come restassero ignare e impassibili mentre sotto i loro occhi si consumava la tragedia della frantumazione del mio <em>personal branding</em>. Ma forse se ne erano accorte e avevano scelto di far finta di nulla per non umiliarmi, in fondo ero la prima della classe e poi magari mi volevano anche un po’ di bene.<br />
Chi l’ha detto che i bambini sono crudeli?</p>
<p dir="ltr">In qualche modo giungo alla fine dell’incarico e posso finalmente correre in bagno a sfilarmi le mutande e nasconderle in cartella: ho vinto, non sono cadute a terra, le ho tolte io.</p>
<p dir="ltr">Da quel giorno pretesi di indossare la rassicurante calzamaglia, che con il suo avvolgente abbraccio avrebbe arginato possibili crolli di lingerie e autostima.</p>
<p>Che sia così che si costruisce il proprio look?</p>
<p dir="ltr">© Photo by Noah Silliman on Unsplash</p>
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		<title>La casa della memoria</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jul 2018 09:07:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mi ricordo… tanto, tutto. A volte mi sembra di essere sommersa dai ricordi di quand’ero piccola, bambina, anche se non riesco a risalire con ricordi coscienti e nitidi oltre i 4 anni, ma ricordo. Ricordo immagini, flash; ricordo la casa &#8230; <a href="http://www.ariarosa.it/scrittura/la-casa-della-memoria/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr">Mi ricordo…<br />
tanto, tutto.</p>
<p dir="ltr">A volte mi sembra di essere sommersa dai ricordi di quand’ero piccola, bambina, anche se non riesco a risalire con ricordi coscienti e nitidi oltre i 4 anni, ma ricordo.<br />
Ricordo immagini, flash; ricordo la casa di Cornuda, quella casa dove, ancor oggi, a quasi 60 anni, la mente corre quando deve ambientare qualche scena; quando, leggendo un romanzo, voglio collocarne il protagonista in un luogo fisico.</p>
<p dir="ltr">Allora il giardino diventa la Giungla Nera, dove Kammamuri arranca sul Giaròn, mentre pellerossa appostati tra le pannocchie lo prendono di mira con frecce incendiarie.</p>
<p dir="ltr">Alice scava cunicoli nelle aiuole di garofanini cinesi, i fiori preferiti di mia nonna Regina, inseguendo il Bianconiglio che si tuffa sottoterra estraendo l’orologio a cipolla dal panciotto.</p>
<p dir="ltr"><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/FB_IMG_1550257096570.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1420" title="fb_img_1550257096570" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/FB_IMG_1550257096570-e1550307949733.jpg" alt="" width="500" height="345" /></a></p>
<p dir="ltr">Quella casa è <strong>LA</strong> casa.<br />
Forse lo è perché, in realtà, mica me la ricordo davvero… è come se fosse una casa diffusa, con stanze che affiorano dalla memoria, come isolotti di secca nella bassa marea, scollegate tra loro e ognuna percepita e assaporata come unità a se stante.</p>
<p dir="ltr">La casa della memoria.</p>
<p dir="ltr">
]]></content:encoded>
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		<title>Madeleine e vecchi merletti</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Jun 2018 08:57:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Luoghi della memoria #LaBellaStoria Ricordo la casa con il salotto sempre in penombra, con le &#8220;rotolande&#8221; (la zia Bettina le persiane le chiamava così) abbassate, perché era la stanza dove non si entrava quasi mai e nemmeno ricordo da dove &#8230; <a href="http://www.ariarosa.it/scrittura/madeleine-e-vecchi-merletti/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr">
<h3><strong>Luoghi della memoria</strong><br />
#LaBellaStoria</h3>
<p dir="ltr"><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/FB_IMG_1550257165074.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1413" title="fb_img_1550257165074" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/FB_IMG_1550257165074-e1550307357325.jpg" alt="" width="500" height="332" /></a></p>
<p dir="ltr">Ricordo la casa con il salotto sempre in penombra, con le <em>&#8220;rotolande&#8221;</em> (la zia Bettina le persiane le chiamava così) abbassate, perché era la stanza dove non si entrava quasi mai e nemmeno ricordo da dove vi si accedesse, ma ho viva nella mente l’immagine dei divanetti con i piedini (in veneto <em>&#8220;i pécoi&#8221;</em>) a forma di zampette di leone e la tappezzeria a foglie verdi su fondo avorio, fissata da borchiette a testa lucida e tonda, su un gros grain di passamaneria verde bottiglia.</p>
<p dir="ltr">Sulle testiere delle poltrone frau di pelle marrone scuro la zia Bettina appoggiava i suoi centrini fatti a rete, dove orge di amorini grassi e veneri danzanti si contendevano cornucopie stracolme di frutti.</p>
<p dir="ltr">Per la zia Bettina i centrini di merletto a filet erano il segno di massima distinzione e raffinatezza, sopravvissute vestigia dei bei tempi andati e della nobiltà decaduta dei suoi avi.<br />
L’aura luminosa dei Mazzocato aleggiava sui poggiatesta e sui centrotavola lavorati al tombolo, perché la zia Bettina ti sapeva raccontare le storie di famiglia con dovizia di particolari e ne faceva scaturire aneddoti succosi, come dalla madeleine di Proust.</p>
<p dir="ltr"><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/FB_IMG_1550257171448.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1414" title="fb_img_1550257171448" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/FB_IMG_1550257171448-e1550307445644.jpg" alt="" width="500" height="539" /></a></p>
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<p dir="ltr">Va detto che lei, grande narratrice, era molto più divertente di Proust, avendo a disposizione, negli scandali e nei segreti di famiglia, un ottimo materiale letterario.</p>
<p dir="ltr"><em>© Photo by Emily Valletta on <span style="text-decoration: underline;">Unsplash</span></em></p>
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		<title>Volti: una zia conturbante</title>
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		<pubDate>Fri, 18 May 2018 08:30:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La zia Bettina, detta zia Be, aveva una sua personale visione della moda e dell’eleganza. I turbanti fissati con spilloni erano per lei il massimo dello chic, così come i colli di pelliccia, da fissare sui cappotti o i manicotti &#8230; <a href="http://www.ariarosa.it/scrittura/volti-una-zia-conturbante/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr">La zia Bettina, detta zia Be, aveva una sua personale visione della moda e dell’eleganza.<br />
I turbanti fissati con spilloni erano per lei il massimo dello chic, così come i colli di pelliccia, da fissare sui cappotti o i manicotti in agnellino persiano e i guanti… una signora non esce mai senza guanti: ne possedeva persino di pizzo bianco e avorio, da utilizzare d’estate.</p>
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<p><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/FB_IMG_1550257835005-e1550305636118.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1398" title="fb_img_1550257835005" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/FB_IMG_1550257835005-e1550305636118.jpg" alt="Una zia conturbante" width="500" height="448" /></a></p>
<p>Da bambina ero affascinata dai suoi accessori, anche da quelli più <em>trash</em>, perché la zia Be coltivava un gusto eclettico, che la conduceva a esplorare gli accostamenti più surreali, ottenendone degli choc poetici stile Mirò.</p>
<p>Raccoglieva le sorprese dell’uovo di Pasqua per adornarsene.<br />
Tanto le faceva indossare un foulard di seta che una reticella sintetica per i capelli. Alternava ninnoli di plastica e similoro, con spille d’argento e cammei in avorio, che lei chiamava <em>“brelò”</em>.<br />
Ancora oggi l’etimologia di <em>“brelò”</em> mi risulta oscura, forse una contaminazione dal francese <em>“broche”</em> incrociato con il concetto di luccicore e brillantezza.</p>
<p>La cosa certa è che la zia Be aveva fantasia da vendere e la capacità meravigliosa di guardare il mondo con occhi bambini: ciò che riluceva per lei era oro.<br />
Vedeva la bellezza oltre il valore, anche se ogni tanto sospirava, rammentando i gioielli di famiglia dilapidati da un padre giocatore compulsivo e mani buche, oppure dispersi dalla sorella maggiore, mia nonna Regina, che amava agghindarsi con gioielli veri per sfilare sul palco alle recite delle suore canossiane.</p>
<p>Secondo la zia Be gli ultimi preziosi resti dell’esiguo patrimonio Mazzocato erano stati persi così, danzando su una scena.<br />
Io trovavo che fosse un modo esaltante di perdere un patrimonio e, quando la zia Be me lo raccontava, vedevo la nonna Regina vorticare al centro di un palcoscenico, con un’ampia gonna di tulle e falpalà, schizzando perle e pietre preziose in tutte le direzioni.<br />
Un lussuoso vortice dispersivo che sprizzava luce e felicità.<br />
Forse è per questo che non sono mai riuscita a dare valore all’oro e ai gioielli.<br />
A me piace che siano vistosi, luccicanti, anche pacchiani, ma che si vedano da lontano. Come una gazza ladra adoro il bagliore e l’effetto scenico: un piccolo prezioso orecchino non compete con lo strass luccicante.</p>
<p>Potenza della genealogia.</p>
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		<title>Nero come l&#8217;inchiostro</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Apr 2018 08:18:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La scoperta della Scrittura #LaBellaStoria Prima di scrivere si legge. A insegnarmi a leggere fu mia sorella Eta, in un meraviglioso giorno in cui la vita per me cambiò per sempre. Fui io a chiederlo. Andai da lei e le &#8230; <a href="http://www.ariarosa.it/scrittura/nero-come-linchiostro/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><strong>La scoperta della Scrittura</strong><br />
#LaBellaStoria</h2>
<p dir="ltr"><strong>Prima di scrivere si legge.<br />
</strong>A insegnarmi a leggere fu mia sorella Eta, in un meraviglioso giorno in cui la vita per me cambiò per sempre.<br />
Fui io a chiederlo.<br />
Andai da lei e le chiesi di scrivere una parola su un foglio, perché ero stanca di vedere che le persone guardavano per ore dei pezzi di carta con strani segni tracciati sopra. Mi avevano detto che quei segni erano le parole e allora avevo chiesto “scrivimi una parola”.</p>
<p dir="ltr">&#8220;SOLE&#8221; – aveva scritto la Eta.<br />
<em>“Leggi”</em> &#8211; le avevo chiesto.<br />
<em>“Sole”</em> &#8211; aveva letto.<br />
Avevo preso il foglietto e avevo fatto il giro di tutta la famiglia. Con mia grande delizia tutti avevano pronunciato la stessa parola, o meglio lo stesso suono, ma allora non facevo differenza tra parola e fonema. Sentivo di stringere tra le mani qualcosa di prezioso, una chiave magica per mondi ignoti. Provai un brivido di piacere.</p>
<p dir="ltr"><em> “Scrivimi un’altra parola”.<br />
</em><br />
Da quel momento non avrei più dato pace a nessuno.<br />
Sarei diventata avida, bulimica di parole, segni, scrittura e lettura in un crescendo parossistico che mi avrebbe portato a leggere qualunque scritta mi si fosse parata dinnanzi agli occhi, a compitare le etichette dell’acqua minerale a tavola, sbagliando gli accenti degli elementi chimici e sganasciandomi dalle risate nello scoprire che esisteva lo “stronzio”.<br />
Avevo quattro anni.</p>
<p dir="ltr">
<p><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/FB_IMG_1550257670472-e1550304265199.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1376" title="fb_img_1550257670472" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/FB_IMG_1550257670472-e1550304265199.jpg" alt="" width="500" height="333" /></a></p>
<p>Finalmente a sei anni andai in prima elementare e la mia prima maestra (e l’unica meritevole di essere ricordata), Erminia Durante, mi insegnò a scrivere.<br />
Purtroppo l’amara sorpresa dei primi giorni di prima elementare fu che la maestra mise tutta la classe a fare le aste e gli esercizi di calligrafia.<br />
Io smaniavo per scrivere parole intere, anche frasi, ma niente da fare: da ottobre fino a fine novembre furono pagine e pagine di aste, chiavi di sol, pallini, chiavi di fa, un’agonia.<br />
Finalmente passammo a scrivere, con la matita, i primi pensierini, sotto ai quali si facevano disegni.<br />
La matita non mi soddisfaceva, mi sembrava che tracciasse un tratto esile ed esitante; pigiavo per renderlo più visibile e mi si spuntava, la temperavo e pigiavo. La mina si spezzava.<br />
Frustrazione.</p>
<p>Il giorno in cui ci fu concesso l’inchiostro provai finalmente l’ebbrezza di vergare il foglio con un tratto consistente.<br />
I pennini erano infidi, ma erano oggetti delicati, raffinati, aggraziati e decorativi come piccoli gioielli.<br />
L’importante era non “schincarli”, altrimenti la punta sottile si sarebbe aperta, graffiando la carta, impennandosi sul foglio, allagando il candore del quaderno con macchie scure.<br />
A poco serviva la carta assorbente quando il danno era fatto: non restava che strappare la pagina dal quaderno, lasciando la ferita della lacerazione a eterno ricordo della sconfitta subita.</p>
<p dir="ltr">L’inchiostro aveva un odore inebriante.<br />
La bidella lo versava da un bottiglione nei calamai collocati in mezzo ai banchi.<br />
Bisognava fare attenzione a non raschiarne il fondo, perché vi si depositavano piccoli grumi, peluzzi di carta, che formavano strani agglomerati e, una volta ripescati, si spiaccicavano sul foglio con un rumorino liquido e maligno, distruggendo le lettere, annegando le parole, storpiando il senso della frase in una macchia nera.</p>
<p dir="ltr">L’inchiostro delle elementari era nero.<br />
Nero come il grembiule della maestra e della bidella, come la lavagna, come le copertine dei quaderni dai fogli coi bordi rossi; nero come un gatto nero che porta sfiga si dice, ma non ci ho mai creduto; nero come la pece si dice, ma io la pece da bambina non l’avevo mai vista; nero come i corvi, quelli sì che qualche volta li vedevo e li sentivo gracchiare; nero come il carbone, quello lo si vedeva il giorno della befana, ma di solito era carbone dolce.<br />
Insomma era nero.<br />
Nero come l’inchiostro.<br />
Così si dice.</p>
<p dir="ltr"><em>© Photo by Kelly Sikkema on <span style="text-decoration: underline;">Unsplash</span></em></p>
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		<title>La casa di Dracula</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Mar 2018 07:58:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Asolo]]></category>
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		<category><![CDATA[scrittura autobiografica]]></category>

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		<description><![CDATA[Esiste ancora. E’ ad Asolo. Ora so che fa parte del Convento degli Armeni, ma quando avevo 17 anni, per me e per i miei amici era la “Casa di Dracula”. Grigia, incorniciata da due alti cipressi, completamente addossata alla &#8230; <a href="http://www.ariarosa.it/scrittura/la-casa-di-dracula/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr">Esiste ancora. E’ ad Asolo.<br />
Ora so che fa parte del Convento degli Armeni, ma quando avevo 17 anni, per me e per i miei amici era la “Casa di Dracula”.</p>
<p dir="ltr"><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/FB_IMG_1550257899225-e1550303553854.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1368" title="fb_img_1550257899225" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/FB_IMG_1550257899225-e1550303553854.jpg" alt="Asolo convento Padri Armeni" width="500" height="663" /></a></p>
<p dir="ltr">Grigia, incorniciata da due alti cipressi, completamente addossata alla collina: era chiusa e abbandonata.<br />
Noi scavalcavamo la recinzione di notte, aprivamo un’imposta già scardinata ed entravamo con le torce per farci le canne in santa pace.</p>
<p>Dal piano terra della villa partiva un tunnel che portava dall’altra parte della collina.<br />
Scavato sotto terra, sbucava nelle cantine del Convento dei Padri Armeni Mechitaristi, all’epoca disabitato. Ci spingevamo fin dove era possibile arrivare e poi si tornava di là, tremanti di eccitazione per aver provato il brivido del proibito.</p>
<p dir="ltr">
]]></content:encoded>
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		<title>LA BELLA STORIA ce l&#8217;abbiamo dentro</title>
		<link>http://www.ariarosa.it/scrittura/la-bella-storia-ce-labbiamo-dentro/</link>
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		<pubDate>Wed, 21 Feb 2018 20:43:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[La Bella Storia]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura Potente]]></category>
		<category><![CDATA[storytelling]]></category>

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		<description><![CDATA[Ovvero come trasformare una cozza in un cuore. Come si racconta la propria #BellaStoria ? Ci sono tanti modi. Si può ripercorrere la strada nota della propria vita per scoprire che magari ci sono pezzetti importanti per noi che abbiamo &#8230; <a href="http://www.ariarosa.it/scrittura/la-bella-storia-ce-labbiamo-dentro/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Ovvero come trasformare una cozza in un cuore.</strong></em></p>
<p>Come si racconta la propria <strong>#BellaStoria</strong> ?<br />
Ci sono tanti modi.</p>
<p><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2018/02/Cozza_Cuore_aaron-burden-304587-unsplash.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1324" title="cozza_cuore_aaron-burden-304587-unsplash" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2018/02/Cozza_Cuore_aaron-burden-304587-unsplash-e1519245670251.jpg" alt="" width="500" height="375" /></a></p>
<p>Si può ripercorrere la strada nota della propria vita<br />
per scoprire che magari ci sono pezzetti importanti per noi<br />
che abbiamo lasciato indietro e che ci fa piacere recuperare:<br />
pacchi regalo natalizi da scartare, prati verdi e taxi gialli.<br />
Luci e ombre che si avvicendano.</p>
<p>E&#8217; bello provare il sottile piacere di indugiare su oggetti, pensieri, persone,<br />
che simbolicamente rappresentano ciò a cui siamo legati<br />
in modo intimo e struggente, per poi farsi delle belle risate<br />
sulle menate con cui ci complichiamo la vita<br />
e lanciarsi in nuovi scenari con immagini ardite,<br />
usando le parole come paracadute colorati.</p>
<p><strong>&#8220;LA BELLA STORIA&#8221; e il nòcciolo segreto<br />
</strong>Chiamo #BellaStoria quella parte così privata di ciascuno di noi,<br />
che gli altri non possono conoscere, a meno che non decidiamo<br />
di condividerla.</p>
<p>Nella Bella Storia sono racchiusi i ricordi giganteschi di immagini<br />
quotidiane, che i nostri occhi piccini spalancati sul mondo registravano<br />
con metriche relative e personali.<br />
La Bella Storia contiene sogni, desideri, emozioni irragionevoli e collerici capricci,<br />
attraverso i quali ci siamo misurati con un mondo<br />
che ha cercato di piegarci alle sue regole.<br />
Qualche volta ne siamo usciti vittoriosi.<br />
Qualche volta con le ossa rotte.<br />
Entrambi gli scenari sono interessanti.<br />
Entrambi appartengono solo a noi.</p>
<p>La scrittura fonde gli elementi che compongono la nostra<br />
identità in un crogiuolo in cui si amalgamano per generare<br />
la visione di nuove strade.</p>
<p><strong>UTILE E&#8217; BELLO.<br />
</strong>A cosa serve scrivere &#8220;LA BELLA STORIA&#8221;?<br />
Serve a intenerirsi sugli affetti e a inorgoglirsi per i successi<br />
e la capacità di tornare in piedi dopo le cadute.</p>
<p>Serve a <strong>presentarsi magicamente</strong>, chiamando a raccolta <strong>tutti i talenti,<br />
le risorse interne, le capacità innate e le competenze apprese</strong>.</p>
<p>Serve a <strong>dirsi </strong><em><strong>&#8220;sono proprio bravo</strong> a svolgere questo compito&#8221;<br />
</em>e a comprendere<em> &#8220;chi sono e cosa voglio veramente fare della mia vita&#8221;.</em></p>
<p>Serve a <strong>trovare nuove parole, fresche e vivaci</strong>,<br />
con cui dipingere di passione i propri progetti.</p>
<p><em><strong>Basta raccontare, adesso si narra.</strong></em></p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Il Network Marketing e la punta dell&#8217;Iceberg</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Sep 2017 19:52:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[WEB]]></category>
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		<category><![CDATA[formazione]]></category>
		<category><![CDATA[LaBellaStoria]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro Interiore]]></category>
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		<category><![CDATA[Scrittura Potente]]></category>
		<category><![CDATA[social media marketing]]></category>

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		<description><![CDATA[Il valore di una #BellaStoria vera. Se sei anche tu una vittima di The Secret e passi ore della tua giornata a scrivere e riscrivere desideri assurdi e irrealizzabili, se ripeti come un mantra frasi senza senso sperando che, per &#8230; <a href="http://www.ariarosa.it/scrittura/il-network-marketing-e-la-punta-delliceberg-2/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste"><strong>Il valore di una #BellaStoria vera.</strong></div>
<p>Se sei anche tu una vittima di <em>The Secret</em> e passi ore della tua giornata a scrivere e riscrivere desideri assurdi e irrealizzabili, se ripeti come un mantra frasi senza senso sperando che, per magia, alla bella età di 40 anni diventerai una rock star, senza nemmeno saper fare il giro blues del chitarrista da spiaggia, allora forse è il momento di svegliarsi e andare a lavorare.</p>
<div><span style="font-size: 16px;">No, non intendo in fabbrica o ufficio, intendo a lavorare su di te.<br />
</span></div>
<div><span style="font-size: 16px;"><br />
</span></div>
<div><span style="font-size: 16px;"><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2017/09/AR_Pulse_Iceberg.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1245" title="ar_pulse_iceberg" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2017/09/AR_Pulse_Iceberg-e1504813937757.jpg" alt="" width="500" height="268" /></a></span></div>
<p><strong>Rifatti il look, ma quello interiore<br />
</strong>Il lavoro su sé stessi è di gran moda.<br />
La buona notizia è che non lo si fa fingendo che tutto vada bene nel migliore dei mondi possibili. Lo si fa guardando con coraggio a ciò che si è e applicando il principio di realtà.<br />
Per anni ho pensato che lo si facesse per il benessere psicofisico personale.<br />
Per lo meno questa era la motivazione che mi ha spinto a ricercare e sperimentare tecniche e percorsi diversi tra loro, ma che portavano sempre alla conoscenza di me stessa, una conoscenza il più completa possibile, nella consapevolezza che, comunque, il mio piccolo nocciolo ignoto era bene che restasse intatto.</p>
<p><strong>Godersi la vita o godersi i soldi?<br />
</strong>Sono un po’ nauseata da come il lavoro su se stessi venga banalizzato e svenduto come espediente per fare soldi e raggiungere il successo.<br />
Possibile che la misura del successo sia la quantità di denaro guadagnata o la marca dell’auto? Forse sì, ma per me non è così.<br />
Il lavoro su di sé per me rappresenta ancora la chiave della felicità e per ciascuno di noi la felicità si riveste di colori particolari e sfumature uniche.<br />
La strada da percorrere è chiara: voglio continuare a trasformarmi ed evolvere, cercando nuovi modi per fare affari (la parola <em>“business”</em> mi dà il voltastomaco), perseguendo modalità coscienziose per produrre ricchezza e non solo soldi, perché <strong>la ricchezza è composta da tante minute sfaccettature che molto hanno a che vedere con la qualità della vita.<br />
</strong>Ricercare la bellezza, recuperare tempo libero, coltivare il piacere, invece di affogare nel lavoro fine a se stesso.</p>
<p><strong>Il grande inganno della finta libertà<br />
</strong>Con un po’ di tristezza vedo molte persone, licenziate dal posto fisso e di fatto scacciate dal mercato del lavoro, che vengono manipolate allo scopo di convincerle che lavorare in proprio sia la felicità, tacendo loro gli inevitabili problemi con cui si dovranno confrontare.<br />
<strong>La libertà è una scelta, non può essere il ripiego perché ti hanno licenziato.<br />
</strong>E’ inutile cercare di convincersi che si fa il lavoro più bello del mondo se, sotto sotto, un piccolo tarlo continua a roderci il cervello, sussurrandoci che moriremo di fame.<br />
Licenziata per ben due volte in 5 anni, sbattuta violentemente fuori dal mercato del lavoro all’età di oltre 50 anni, conosco bene la paura, il dolore, il senso di inutilità che ti attanaglia alla gola.<br />
Adesso lavoro per me: come dico spesso <em>&#8220;sono libera di lavorare&#8221;</em>, ma se fossi libera davvero credo smetterei di lavorare del tutto.<br />
Questà è la verità.<br />
A chi insegue tempo libero e successo, ma passa le giornate al computer, o peggio, si porta ovunque gli strumenti di lavoro, suggerisco di riflettere se valeva la pena di licenziarsi per essere liberi, per ritrovarsi poi incatenati a un lavoro senza certezze, con orari ancora più massacranti.<br />
Queste sono domande opportune, perché <strong>quando si sceglie di lavorare per sé e non per un padrone, bisogna avere chiaro cosa significa</strong>.<br />
Vuol dire disciplina, obiettivi precisi, costanza.<br />
Vuol dire conoscersi molto bene e individuare i propri limiti e le proprie potenzialità.</p>
<div><span style="font-size: 16px; font-weight: bold;">Il lavoro interiore e la discesa agli inferi<br />
</span><span style="font-size: 16px;">Con il lavoro su di sé si scende in quel sottosuolo che alimenta immaginazione e memoria, per attingere forza e verità.</span></div>
<div><span style="font-size: 16px;">Un sottosuolo dove nascono le paure e, a volte, alberga il dolore.<br />
Ecco perché non riesco a perdonare chi diffonde facili teorie sulle potenzialità, i talenti e il successo.<br />
In questi anni hanno fatto più danni </span><em>The Secret</em><span style="font-size: 16px;"> e </span><em>La Chiave</em><span style="font-size: 16px;"> che il gas nervino.</span></div>
<div><span style="font-size: 16px;">Forse è vero: quando il dito indica la luna, lo stolto guarda il dito, ma non sempre lo stolto è colpevole.</span></div>
<div><span style="font-size: 16px;">Lo stolto è innocente, perché inconsapevole, mentre la responsabilità di averlo ingannato va a chi non ha fatto attenzione alle parole incaute con cui ha manipolato le persone.</span></div>
<div><span style="font-size: 16px;">Come ci si difende dai serpenti incantatori?</span></div>
<div><span style="font-size: 16px;">Con il lavoro personale, la formazione continua, non solo quella tecnica (indispensabile), ma anche quella che ci porta a conoscere ciò che si cela dentro di noi, nella parte più profonda.</span></div>
<p><strong><br />
A cosa serve il lavoro interiore?</strong></p>
<p><strong>1.	A preservare il nostro fegato<br />
</strong>Sul versante professionale serve a non farsi schizzare l’embolo quando qualcuno ci mette a dura prova sul lavoro; a non attaccare al muro il collega mannaro, a non sentirsi invalidati dalle sarcastiche osservazioni del proprio capo frustrato, a restare impassibili quando i clienti ci chiedono lo sconto e a rifiutarlo con un sorriso, a recuperare crediti e insoluti senza litigare e andare in causa.<br />
Quando conosciamo bene i sottili meccanismi che ci muovono e le leve delicate con cui il prossimo può farci reagire in modo abnorme, diventiamo potenti.<br />
<strong>Di fatto il nostro unico peggior sabotatore siamo noi, ma siamo anche il nostro miglior alleato.</strong></p>
<p><strong>2.	A raccontare la nostra Bella Storia<br />
</strong>Il lavoro interiore serve a scavare nelle profondità della memoria e dei ricordi antichi per estrarre #LaBellaStoria da raccontare al nostro pubblico: la storia dei limiti e delle potenzialità che ci diversificano da tutti gli altri, le passioni e i talenti, i giochi preferiti, i sogni da realizzare, gli affetti e le emozioni.<br />
<strong>I concorrenti potranno essere molto più bravi di noi o molto peggiori, ma per il nostro pubblico e i nostri clienti noi saremo unici.</strong></p>
<p><strong>3.	A fare <em>Network Marketing<br />
</em></strong>Il lavoro interiore serve per realizzare la modalità di concludere affari, più interessante e più virtuosa che conosco: il <em>network marketing</em>.<br />
<strong>Per creare relazioni e legami con la nostra rete serve una storia da raccontare</strong> ma, come dice Eric Worre, a nessuno interessa sapere quanto sei figo, ricco e di successo, ma a molti interessa sapere come hai fatto a diventarlo, trasformando la tua vita da schiavo in un’esperienza di ricerca e pratica dei tuoi valori, insomma in una vita piena.</p>
<p><strong>Ma perché per qualcuno non funziona?<br />
</strong>A questo punto una domanda sorge spontanea: perché non per tutti la narrazione della storia e il network marketing funzionano?<br />
La risposta è semplice: <strong>perché molti vogliono raccontare solo la punta dell’iceberg.</strong><br />
Hanno paura a tuffarsi nell’acqua fredda e profonda, che diventa buia negli abissi.<br />
Preferiscono restare a galleggiare in superficie, ignorando che tanto più ampia è la massa sommersa, tanto maggiore sarà la parte visibile.<br />
Trascurano di esplorare cosa c’è sotto e indeboliscono la loro storia, che si scioglie come neve al sole.<br />
La potenza fa paura, ma se la domini cavalcherai il drago.<br />
<strong><br />
No #BellaStoria<br />
No #NetworkMarketing</strong></p>
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		<title>Marketing Sempliciotto batte Fuffa Marketing: 5 a 0</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Apr 2017 04:52:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[Cucina]]></category>
		<category><![CDATA[Marketing]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura Potente]]></category>

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		<description><![CDATA[Oggi parliamo di: - Cucina semplice &#8211; #Valore e Buon marketing Grazie alla segnalazione di cari amici che conoscono la mia profonda avversione per i locali fusion e trendy, dove si mangia la carbonara destrutturata che, per il semplice fatto &#8230; <a href="http://www.ariarosa.it/scrittura/marketing/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2017/04/AR_mktg-e1491799841419.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1227" title="ar_mktg" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2017/04/AR_mktg-e1491799841419.jpg" alt="" width="500" height="268" /></a></p>
<p>Oggi parliamo di:</p>
</div>
<div><strong>- Cucina semplice</strong><br />
<strong> &#8211; #Valore e Buon marketing</strong></div>
<div><strong><br />
</strong></div>
<div>Grazie alla segnalazione di cari amici che conoscono la mia profonda avversione per i locali <em>fusion</em> e <em>trendy</em>, dove si mangia la carbonara destrutturata che, per il semplice fatto di presentarsi miseramente con uno spaghetto solitario in un angolo del piatto, un cicciolo (non fritto) nell’altro angolo e una non meglio identificata cremina di uova, maltrattate da uno chef sadomaso, nell’ultimo cantuccio, ti viene a costare quanto 10 kili di pasta di grano duro + una pancetta intera + la produzione mensile di un intero pollaio di trenta galline, ho deciso di andare a sperimentare la buona cucina casalinga di una volta in una trattoria milanese come non ne esistono più.</div>
<div>Ci avevo già provato una prima volta, commettendo l’imperdonabile errore di arrivare a destinazione alle 13 e 15, orario in cui il titolare, senza peraltro degnarmi di uno sguardo, mi lasciò sulla porta e, alla mia accorata richiesta di cibo rispose con un grugnito, indicandomi un cartello scritto a mano che riportava la perentoria frase: COMPLETO – CHIUSO.<br />
Incredula guardai la sala, pullulante di clienti.<br />
Alle 13.15 non c’era un buco libero.<br />
Un avventore impietosito mi spiegò che per sperare di riuscire a mangiare si sarebbe dovuti arrivare alle 11 e 30.</div>
<div style="text-align: left;"><strong><br />
Impara a dire qualche NO:<br />
se vali e hai successo i clienti ti desiderano DI PIU&#8217;.<br />
</strong><br />
La tenacia è la mia miglior dote e, ieri, ci ho riprovato.<br />
Animata dalla determinazione ho telefonato alle 10 per prenotare e mi sono sentita rispondere che le prenotazioni non esistono.<br />
Se arrivi entro le 13 mangi, sennò pazienza.</p>
<p>Partita di buzzo buono per arrivare in tempo mi sono ritrovata a destinazione alle 11 e 30, ma poiché ancora non ci potevo credere che nel 2017 ci fosse qualcuno che si presentava al ristorante a quell’ora, ho temporeggiato.<br />
Alle 11 e 40 ho aperto la porta e la macchina del tempo mi ha traslato nel 1960.</p>
</div>
<div>Pavimento a piastrelle bicolori, tavolini quadrati da 4 persone con tovagliette a quadretti rossi e bianchi, mura patinate dal tempo, porte scrostate, una vecchia stufa a legna in ghisa, che amici bene informati giurano essere l’unica forma di riscaldamento esistente nel locale, un bancone dal colore indeterminabile e sedie di ogni tinta, materiale, forma e foggia.</p>
<p>Addetti al servizio il titolare e la di lui sorella (settantenne); in cucina la stessa sorella, che in questa incarnazione ha evidentemente ricevuto il dono dell’ubiquità, più la mamma novantaquattrenne che deve vantare un’ascendenza hunza, altrimenti non si spiega come possa sfornare cibo a velocità ultrasonica per decine di persone.</p>
</div>
<div>Allibita conto 80 coperti, ma mi rendo conto che in realtà sono di più, perché l’oste è abilissimo nell’incastrare avventori in ogni spazio disponibile.<br />
Arriva a stiparne 6 in tavoli da 4 e nessuno protesta.<br />
Persino i cani presenti se ne stanno buoni a cuccia e nemmeno osano affacciarsi alla porta della cucina, sempre aperta.</div>
<div>Alcuni tavoli sono situati nella zona cucina-cesso e quando vai alla toilette rischi di abbattere i malcapitati a colpi di porta in faccia.<br />
Il bagno è senza luce elettrica, che comunque non serve, perché il locale apre solo a pranzo.<br />
Però la carta c’è.</div>
<div>Presenza cani più carta igienica in bagno.<br />
La mia personale metrica di attribuzione punti si mette in moto.</div>
<div>Questo posto è ok.</div>
<div><strong><br />
Il valore non è assoluto.<br />
Si stabilisce sulla base delle esigenze e preferenze del TARGET.<br />
</strong><br />
Stavolta il titolare, anche se mi lascia per un po’ in purga perché (scoprirò poi) non mi conosce e non sa chi mi ha mandato, decide di farmi mangiare e mi indica un tavolo occupato da una coppia, alla quale, andando dritto al punto, segnala che io mangerò con loro.<br />
Le parole esatte sono: <em>“non penserete mica di avere un tavolo da quattro solo per voi? Qui ci metto altri due, sennò il posto non basta per tutti…”</em> e se ne va.</p>
<p>Affascinata, comincio a riflettere sulla comunicazione, le parole giuste in relazione al target e agli obiettivi di marketing e mi viene da ridere, mentre l’oste sale vertiginosamente nella mia classifica di “comunicatore superfigo”.</p>
</div>
<div>I miei compagni di tavolo ed io cominciamo a fare conoscenza.<br />
Sono simpatici.<br />
Aspettiamo, invano, che qualcuno ci caghi, ma nessuno viene a prendere la comanda, benché il signore al tavolo con me provi più volte ad alzare la mano.<br />
Io ormai mi sono arresa e mi godo la scena.</p>
<p>Entra un avventore che, per fortuna, è amico d’infanzia del mio compagno di desco.<br />
Dopo gli abbracci di rito ci spiega l’arcano: nessuno ci considera perché, se vuoi mangiare, devi alzare il culo, prendere il menu, alcuni foglietti e una penna, gentilmente messi a disposizione dal locale, e scriverti la comanda da solo.<br />
Poi, quando lo reputerà opportuno, il personale (cioè il titolare unico) la verrà a prendere.</p>
</div>
<div>In quel momento, il mio incauto compagno di tavolo si azzarda a estrarre di tasca il cellulare per fotografare sua moglie, ma viene paralizzato da un urlo belluino, apostrofato in milanese e minacciato di espulsione immediata.<br />
I vicini di tavolo si affrettano a illuminarci sulla regola base del locale: i telefoni cellulari sono VIETATI!<br />
A tavola si mangia e si fa conoscenza, sennò fuori!</p>
<p>E’ ufficiale: mi sono innamorata del titolare e di questo locale aduso alle vecchie eleganti regole della buona educazione.</p>
<p>Medito sul fatto che ci vorrei portare il 90% dei miei amici, che regolarmente redarguisco quando, a tavola con me, anziché considerarmi degna di attenzione, smanettano sulla tastiera.</p>
</div>
<div>Una signora sdentata, seduta al tavolo accanto al nostro sentenzia: <em>“qui ci vuole rispetto!”</em> sostenuta da un attempato commensale che rincara la dose e dice, ridendo e indicando l’oste: <em>“vabbé, tanto se non rispetti le regole non c’è problema, lui qui ti taglia la mano”.</em></div>
<div>Il mio rating “pro trattoria” sale alle stelle.</div>
<div><strong><br />
Il cliente non ha sempre ragione.<br />
Stabilisci le tue regole e impara a farti rispettare.<br />
</strong><br />
Mentre di fronte a me si svolgono scene degne del miglior teatro dell’assurdo, una signora estrae da una sacca una serie di completini da bambino fatti all’uncinetto e comincia a venderli sul posto.<br />
Evidentemente c’è tolleranza per il co-marketing.<br />
Mamme con piccoli alien al seguito provano maglioncini e golfini ai loro pargoli.<br />
I cani cominciano a presentarsi tra loro, annusandosi il posteriore, ma sempre in rispettoso silenzio e anche tra le persone il ghiaccio si scioglie: la gente chiacchiera, ride, conversa.<br />
Nessuna notifica da social, né squillo molesto viene a turbare questa atmosfera d’antan.</div>
<div>E poi arrivano i piatti.</div>
<div>La nostra buona cucina vera, quella senza contaminazioni al profumo di curcuma, priva di lettini di rucola, monda da zenzero e curry, solletica le mie nari e mi delizia il palato.<br />
Roba semplice: zuppa di farro e fagioli, risotto alle ortiche, zuppa di verdura.</div>
<div>Salto il secondo, con disappunto dell’oste che mi dice: <em>“ma cosa vieni qui a fare se non mangi niente (se te magnet nagot)?”</em> e mi chiede <em>“ma chi ti ha mandato, che gli faccio un culo così?!”</em>.<br />
I miei commensali mangiano una vera super cotoletta alla milanese, con insalata già condita (e guai a te se osi chiedere variazioni sui condimenti).<br />
L’apoteosi dell’appagamento dei sensi la raggiungo quando la <em>sciura</em> depone di fronte a me la mousse di cioccolato, che ha esattamente il sapore di quella che faccio io: di vero burro burroso e cioccolata fondente.</div>
<div>Buonissima.<br />
La risucchio, estatica, benedicendo la loro cucina non spocchiosa, non pretenziosa, non aromatizzata al sapore di qualche cosa.</div>
<div>Mi piacerebbe chiedere il bis, ma la <em>sciura</em> ritorna e schiaffa il dessert davanti al mio vicino, spingendo di lato il piatto con la cotoletta.</p>
<p>Messaggio subliminale: <em>“muoviti che chiudiamo!”</em>.</p>
</div>
<div>Sono ormai le 12 e 45. Dopo aver intassato gente in ogni dove, il titolare espone il suo perentorio cartello: COMPLETO – CHIUSO e, impermeabile a ogni supplica, alle 12 e 50 comincia a rifiutare i clienti.</div>
<div>Alle 12 e 58 vengo scodellata fuori dal locale dopo aver pagato l’esorbitante cifra di 4 euro.<br />
Sono euforica.<br />
Rotolandomi dalle risate chiamo i miei amici e li benedico, relazionando sull’esperienza.</div>
<div>Esperienza: parola chiave del fuffa marketing, ma in questo luogo la posso pronunciare, perché è vera.</div>
<div>Siccome sono malata di marketing e comunicazione cerco anche di trovare il senso.<br />
Un senso semplice come le cose buone, un senso che riassumo in 5 concetti.</div>
<div><strong><br />
Il valore esiste quando:<br />
</strong></div>
<ol>
<li><strong>Hai un buon prodotto</strong> <em>(cucini bene e soddisfi le esigenze)</em>.</li>
<li><strong>La fai semplice e ti fai capire</strong> <em>(senza curcuma e zenzero, senza inutili paroloni inglesi e frasi fatte)</em>.</li>
<li><strong>Sei te stesso e te ne freghi delle conseguenze</strong> <em>(hai il tuo Personal Branding e le tue regole e non hai paura di perdere clienti)</em>.</li>
<li><strong>Non accetti chiunque, ma scegli tu</strong> <em>(i clienti cafoni con il cellulare acceso e quelli che non pagano, meglio lasciarli perdere)</em>.</li>
<li><strong>Applichi un onesto prezzo di mercato</strong> <em>(ma ricordati che non sarà per il prezzo che i clienti ti ameranno)</em>.</li>
</ol>
<div>Tutto il resto non serve, è come destrutturare la carbonara per stupire, ma – dopo un po’ – la gente si sveglia.</div>
<div>AMEN</div>
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