Scrittura, WEB7 settembre 2017

Il Network Marketing e la punta dell’Iceberg

Il valore di una #BellaStoria vera.

Se sei anche tu una vittima di The Secret e passi ore della tua giornata a scrivere e riscrivere desideri assurdi e irrealizzabili, se ripeti come un mantra frasi senza senso sperando che, per magia, alla bella età di 40 anni diventerai una rock star, senza nemmeno saper fare il giro blues del chitarrista da spiaggia, allora forse è il momento di svegliarsi e andare a lavorare.

No, non intendo in fabbrica o ufficio, intendo a lavorare su di te.

Rifatti il look, ma quello interiore
Il lavoro su sé stessi è di gran moda.
La buona notizia è che non lo si fa fingendo che tutto vada bene nel migliore dei mondi possibili. Lo si fa guardando con coraggio a ciò che si è e applicando il principio di realtà.
Per anni ho pensato che lo si facesse per il benessere psicofisico personale.
Per lo meno questa era la motivazione che mi ha spinto a ricercare e sperimentare tecniche e percorsi diversi tra loro, ma che portavano sempre alla conoscenza di me stessa, una conoscenza il più completa possibile, nella consapevolezza che, comunque, il mio piccolo nocciolo ignoto era bene che restasse intatto.

Godersi la vita o godersi i soldi?
Sono un po’ nauseata da come il lavoro su se stessi venga banalizzato e svenduto come espediente per fare soldi e raggiungere il successo.
Possibile che la misura del successo sia la quantità di denaro guadagnata o la marca dell’auto? Forse sì, ma per me non è così.
Il lavoro su di sé per me rappresenta ancora la chiave della felicità e per ciascuno di noi la felicità si riveste di colori particolari e sfumature uniche.
La strada da percorrere è chiara: voglio continuare a trasformarmi ed evolvere, cercando nuovi modi per fare affari (la parola “business” mi dà il voltastomaco), perseguendo modalità coscienziose per produrre ricchezza e non solo soldi, perché la ricchezza è composta da tante minute sfaccettature che molto hanno a che vedere con la qualità della vita.
Ricercare la bellezza, recuperare tempo libero, coltivare il piacere, invece di affogare nel lavoro fine a se stesso.

Il grande inganno della finta libertà
Con un po’ di tristezza vedo molte persone, licenziate dal posto fisso e di fatto scacciate dal mercato del lavoro, che vengono manipolate allo scopo di convincerle che lavorare in proprio sia la felicità, tacendo loro gli inevitabili problemi con cui si dovranno confrontare.
La libertà è una scelta, non può essere il ripiego perché ti hanno licenziato.
E’ inutile cercare di convincersi che si fa il lavoro più bello del mondo se, sotto sotto, un piccolo tarlo continua a roderci il cervello, sussurrandoci che moriremo di fame.
Licenziata per ben due volte in 5 anni, sbattuta violentemente fuori dal mercato del lavoro all’età di oltre 50 anni, conosco bene la paura, il dolore, il senso di inutilità che ti attanaglia alla gola.
Adesso lavoro per me: come dico spesso “sono libera di lavorare”, ma se fossi libera davvero credo smetterei di lavorare del tutto.
Questà è la verità.
A chi insegue tempo libero e successo, ma passa le giornate al computer, o peggio, si porta ovunque gli strumenti di lavoro, suggerisco di riflettere se valeva la pena di licenziarsi per essere liberi, per ritrovarsi poi incatenati a un lavoro senza certezze, con orari ancora più massacranti.
Queste sono domande opportune, perché quando si sceglie di lavorare per sé e non per un padrone, bisogna avere chiaro cosa significa.
Vuol dire disciplina, obiettivi precisi, costanza.
Vuol dire conoscersi molto bene e individuare i propri limiti e le proprie potenzialità.

Il lavoro interiore e la discesa agli inferi
Con il lavoro su di sé si scende in quel sottosuolo che alimenta immaginazione e memoria, per attingere forza e verità.
Un sottosuolo dove nascono le paure e, a volte, alberga il dolore.
Ecco perché non riesco a perdonare chi diffonde facili teorie sulle potenzialità, i talenti e il successo.
In questi anni hanno fatto più danni
The Secret e La Chiave che il gas nervino.
Forse è vero: quando il dito indica la luna, lo stolto guarda il dito, ma non sempre lo stolto è colpevole.
Lo stolto è innocente, perché inconsapevole, mentre la responsabilità di averlo ingannato va a chi non ha fatto attenzione alle parole incaute con cui ha manipolato le persone.
Come ci si difende dai serpenti incantatori?
Con il lavoro personale, la formazione continua, non solo quella tecnica (indispensabile), ma anche quella che ci porta a conoscere ciò che si cela dentro di noi, nella parte più profonda.


A cosa serve il lavoro interiore?

1. A preservare il nostro fegato
Sul versante professionale serve a non farsi schizzare l’embolo quando qualcuno ci mette a dura prova sul lavoro; a non attaccare al muro il collega mannaro, a non sentirsi invalidati dalle sarcastiche osservazioni del proprio capo frustrato, a restare impassibili quando i clienti ci chiedono lo sconto e a rifiutarlo con un sorriso, a recuperare crediti e insoluti senza litigare e andare in causa.
Quando conosciamo bene i sottili meccanismi che ci muovono e le leve delicate con cui il prossimo può farci reagire in modo abnorme, diventiamo potenti.
Di fatto il nostro unico peggior sabotatore siamo noi, ma siamo anche il nostro miglior alleato.

2. A raccontare la nostra Bella Storia
Il lavoro interiore serve a scavare nelle profondità della memoria e dei ricordi antichi per estrarre #LaBellaStoria da raccontare al nostro pubblico: la storia dei limiti e delle potenzialità che ci diversificano da tutti gli altri, le passioni e i talenti, i giochi preferiti, i sogni da realizzare, gli affetti e le emozioni.
I concorrenti potranno essere molto più bravi di noi o molto peggiori, ma per il nostro pubblico e i nostri clienti noi saremo unici.

3. A fare Network Marketing
Il lavoro interiore serve per realizzare la modalità di concludere affari, più interessante e più virtuosa che conosco: il network marketing.
Per creare relazioni e legami con la nostra rete serve una storia da raccontare ma, come dice Eric Worre, a nessuno interessa sapere quanto sei figo, ricco e di successo, ma a molti interessa sapere come hai fatto a diventarlo, trasformando la tua vita da schiavo in un’esperienza di ricerca e pratica dei tuoi valori, insomma in una vita piena.

Ma perché per qualcuno non funziona?
A questo punto una domanda sorge spontanea: perché non per tutti la narrazione della storia e il network marketing funzionano?
La risposta è semplice: perché molti vogliono raccontare solo la punta dell’iceberg.
Hanno paura a tuffarsi nell’acqua fredda e profonda, che diventa buia negli abissi.
Preferiscono restare a galleggiare in superficie, ignorando che tanto più ampia è la massa sommersa, tanto maggiore sarà la parte visibile.
Trascurano di esplorare cosa c’è sotto e indeboliscono la loro storia, che si scioglie come neve al sole.
La potenza fa paura, ma se la domini cavalcherai il drago.

No #BellaStoria
No #NetworkMarketing

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2 risposte a Il Network Marketing e la punta dell’Iceberg

  1. Lilly scrive:

    Sei bravissima, articolo splendido!

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