Scrittura10 aprile 2017

Marketing Sempliciotto batte Fuffa Marketing: 5 a 0

Oggi parliamo di:

- Cucina semplice
– #Valore e Buon marketing

Grazie alla segnalazione di cari amici che conoscono la mia profonda avversione per i locali fusion e trendy, dove si mangia la carbonara destrutturata che, per il semplice fatto di presentarsi miseramente con uno spaghetto solitario in un angolo del piatto, un cicciolo (non fritto) nell’altro angolo e una non meglio identificata cremina di uova, maltrattate da uno chef sadomaso, nell’ultimo cantuccio, ti viene a costare quanto 10 kili di pasta di grano duro + una pancetta intera + la produzione mensile di un intero pollaio di trenta galline, ho deciso di andare a sperimentare la buona cucina casalinga di una volta in una trattoria milanese come non ne esistono più.
Ci avevo già provato una prima volta, commettendo l’imperdonabile errore di arrivare a destinazione alle 13 e 15, orario in cui il titolare, senza peraltro degnarmi di uno sguardo, mi lasciò sulla porta e, alla mia accorata richiesta di cibo rispose con un grugnito, indicandomi un cartello scritto a mano che riportava la perentoria frase: COMPLETO – CHIUSO.
Incredula guardai la sala, pullulante di clienti.
Alle 13.15 non c’era un buco libero.
Un avventore impietosito mi spiegò che per sperare di riuscire a mangiare si sarebbe dovuti arrivare alle 11 e 30.

Impara a dire qualche NO:
se vali e hai successo i clienti ti desiderano DI PIU’.

La tenacia è la mia miglior dote e, ieri, ci ho riprovato.
Animata dalla determinazione ho telefonato alle 10 per prenotare e mi sono sentita rispondere che le prenotazioni non esistono.
Se arrivi entro le 13 mangi, sennò pazienza.

Partita di buzzo buono per arrivare in tempo mi sono ritrovata a destinazione alle 11 e 30, ma poiché ancora non ci potevo credere che nel 2017 ci fosse qualcuno che si presentava al ristorante a quell’ora, ho temporeggiato.
Alle 11 e 40 ho aperto la porta e la macchina del tempo mi ha traslato nel 1960.

Pavimento a piastrelle bicolori, tavolini quadrati da 4 persone con tovagliette a quadretti rossi e bianchi, mura patinate dal tempo, porte scrostate, una vecchia stufa a legna in ghisa, che amici bene informati giurano essere l’unica forma di riscaldamento esistente nel locale, un bancone dal colore indeterminabile e sedie di ogni tinta, materiale, forma e foggia.

Addetti al servizio il titolare e la di lui sorella (settantenne); in cucina la stessa sorella, che in questa incarnazione ha evidentemente ricevuto il dono dell’ubiquità, più la mamma novantaquattrenne che deve vantare un’ascendenza hunza, altrimenti non si spiega come possa sfornare cibo a velocità ultrasonica per decine di persone.

Allibita conto 80 coperti, ma mi rendo conto che in realtà sono di più, perché l’oste è abilissimo nell’incastrare avventori in ogni spazio disponibile.
Arriva a stiparne 6 in tavoli da 4 e nessuno protesta.
Persino i cani presenti se ne stanno buoni a cuccia e nemmeno osano affacciarsi alla porta della cucina, sempre aperta.
Alcuni tavoli sono situati nella zona cucina-cesso e quando vai alla toilette rischi di abbattere i malcapitati a colpi di porta in faccia.
Il bagno è senza luce elettrica, che comunque non serve, perché il locale apre solo a pranzo.
Però la carta c’è.
Presenza cani più carta igienica in bagno.
La mia personale metrica di attribuzione punti si mette in moto.
Questo posto è ok.

Il valore non è assoluto.
Si stabilisce sulla base delle esigenze e preferenze del TARGET.

Stavolta il titolare, anche se mi lascia per un po’ in purga perché (scoprirò poi) non mi conosce e non sa chi mi ha mandato, decide di farmi mangiare e mi indica un tavolo occupato da una coppia, alla quale, andando dritto al punto, segnala che io mangerò con loro.
Le parole esatte sono: “non penserete mica di avere un tavolo da quattro solo per voi? Qui ci metto altri due, sennò il posto non basta per tutti…” e se ne va.

Affascinata, comincio a riflettere sulla comunicazione, le parole giuste in relazione al target e agli obiettivi di marketing e mi viene da ridere, mentre l’oste sale vertiginosamente nella mia classifica di “comunicatore superfigo”.

I miei compagni di tavolo ed io cominciamo a fare conoscenza.
Sono simpatici.
Aspettiamo, invano, che qualcuno ci caghi, ma nessuno viene a prendere la comanda, benché il signore al tavolo con me provi più volte ad alzare la mano.
Io ormai mi sono arresa e mi godo la scena.

Entra un avventore che, per fortuna, è amico d’infanzia del mio compagno di desco.
Dopo gli abbracci di rito ci spiega l’arcano: nessuno ci considera perché, se vuoi mangiare, devi alzare il culo, prendere il menu, alcuni foglietti e una penna, gentilmente messi a disposizione dal locale, e scriverti la comanda da solo.
Poi, quando lo reputerà opportuno, il personale (cioè il titolare unico) la verrà a prendere.

In quel momento, il mio incauto compagno di tavolo si azzarda a estrarre di tasca il cellulare per fotografare sua moglie, ma viene paralizzato da un urlo belluino, apostrofato in milanese e minacciato di espulsione immediata.
I vicini di tavolo si affrettano a illuminarci sulla regola base del locale: i telefoni cellulari sono VIETATI!
A tavola si mangia e si fa conoscenza, sennò fuori!

E’ ufficiale: mi sono innamorata del titolare e di questo locale aduso alle vecchie eleganti regole della buona educazione.

Medito sul fatto che ci vorrei portare il 90% dei miei amici, che regolarmente redarguisco quando, a tavola con me, anziché considerarmi degna di attenzione, smanettano sulla tastiera.

Una signora sdentata, seduta al tavolo accanto al nostro sentenzia: “qui ci vuole rispetto!” sostenuta da un attempato commensale che rincara la dose e dice, ridendo e indicando l’oste: “vabbé, tanto se non rispetti le regole non c’è problema, lui qui ti taglia la mano”.
Il mio rating “pro trattoria” sale alle stelle.

Il cliente non ha sempre ragione.
Stabilisci le tue regole e impara a farti rispettare.

Mentre di fronte a me si svolgono scene degne del miglior teatro dell’assurdo, una signora estrae da una sacca una serie di completini da bambino fatti all’uncinetto e comincia a venderli sul posto.
Evidentemente c’è tolleranza per il co-marketing.
Mamme con piccoli alien al seguito provano maglioncini e golfini ai loro pargoli.
I cani cominciano a presentarsi tra loro, annusandosi il posteriore, ma sempre in rispettoso silenzio e anche tra le persone il ghiaccio si scioglie: la gente chiacchiera, ride, conversa.
Nessuna notifica da social, né squillo molesto viene a turbare questa atmosfera d’antan.
E poi arrivano i piatti.
La nostra buona cucina vera, quella senza contaminazioni al profumo di curcuma, priva di lettini di rucola, monda da zenzero e curry, solletica le mie nari e mi delizia il palato.
Roba semplice: zuppa di farro e fagioli, risotto alle ortiche, zuppa di verdura.
Salto il secondo, con disappunto dell’oste che mi dice: “ma cosa vieni qui a fare se non mangi niente (se te magnet nagot)?” e mi chiede “ma chi ti ha mandato, che gli faccio un culo così?!”.
I miei commensali mangiano una vera super cotoletta alla milanese, con insalata già condita (e guai a te se osi chiedere variazioni sui condimenti).
L’apoteosi dell’appagamento dei sensi la raggiungo quando la sciura depone di fronte a me la mousse di cioccolato, che ha esattamente il sapore di quella che faccio io: di vero burro burroso e cioccolata fondente.
Buonissima.
La risucchio, estatica, benedicendo la loro cucina non spocchiosa, non pretenziosa, non aromatizzata al sapore di qualche cosa.
Mi piacerebbe chiedere il bis, ma la sciura ritorna e schiaffa il dessert davanti al mio vicino, spingendo di lato il piatto con la cotoletta.

Messaggio subliminale: “muoviti che chiudiamo!”.

Sono ormai le 12 e 45. Dopo aver intassato gente in ogni dove, il titolare espone il suo perentorio cartello: COMPLETO – CHIUSO e, impermeabile a ogni supplica, alle 12 e 50 comincia a rifiutare i clienti.
Alle 12 e 58 vengo scodellata fuori dal locale dopo aver pagato l’esorbitante cifra di 4 euro.
Sono euforica.
Rotolandomi dalle risate chiamo i miei amici e li benedico, relazionando sull’esperienza.
Esperienza: parola chiave del fuffa marketing, ma in questo luogo la posso pronunciare, perché è vera.
Siccome sono malata di marketing e comunicazione cerco anche di trovare il senso.
Un senso semplice come le cose buone, un senso che riassumo in 5 concetti.

Il valore esiste quando:
  1. Hai un buon prodotto (cucini bene e soddisfi le esigenze).
  2. La fai semplice e ti fai capire (senza curcuma e zenzero, senza inutili paroloni inglesi e frasi fatte).
  3. Sei te stesso e te ne freghi delle conseguenze (hai il tuo Personal Branding e le tue regole e non hai paura di perdere clienti).
  4. Non accetti chiunque, ma scegli tu (i clienti cafoni con il cellulare acceso e quelli che non pagano, meglio lasciarli perdere).
  5. Applichi un onesto prezzo di mercato (ma ricordati che non sarà per il prezzo che i clienti ti ameranno).
Tutto il resto non serve, è come destrutturare la carbonara per stupire, ma – dopo un po’ – la gente si sveglia.
AMEN
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Una risposta a Marketing Sempliciotto batte Fuffa Marketing: 5 a 0

  1. Daniele Camerin scrive:

    Rientro perfettamente nel target del locale! Devo stare attento alla mano, ma sono pronto a correre il rischio…

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