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	<title>Ariarosa &#187; Scrittura Potente</title>
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		<title>Cibo da compagnia</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Feb 2019 11:23:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Animali d&#8217;affezione, cioè tutti Durante i mei 4 anni di vita a Sao Tomé e Principe non avevo cani o gatti con me. Gli animali di compagnia non erano visti di buon occhio; per gli africani negli anni ’80 il &#8230; <a href="http://www.ariarosa.it/scrittura/cibo-da-compagnia/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Animali d&#8217;affezione, cioè tutti<br />
</strong><br />
Durante i mei 4 anni di vita a Sao Tomé e Principe non avevo cani o gatti con me. Gli animali di compagnia non erano visti di buon occhio; per gli africani negli anni ’80 il mondo animale si divideva in due grandi classi, alla faccia di Linneo: gli elementi pericolosi &#8211; categoria in cui i cani, le scolopendre e il mamba nero venivano raggruppati &#8211; e la classe cibo, che accoglieva tutte le altre specie.<br />
<em>“C’est la bouffe qui passe patronne!”</em> rispose un giorno uno dei portatori gabonesi alla mia richiesta di conoscere il nome di un serpente che ci aveva attraversato la strada.</p>
<p><strong>Italiani brava gente: <em>&#8220;io non ti mangio&#8221;</em><br />
</strong>I santomensi mangiavano qualunque tipo di selvaggina o pesce, escluse le aragoste; quelle per loro erano spazzatura nemica, che distruggeva le reti con le chele. Una volta compreso che noi ne andavamo ghiotti, cominciarono a vendercele, a prezzi sempre più cari, via via che la richiesta aumentava, secondo le migliori regole dell’ortodossia economica. Poi provarono a proporci altri animali, che noi rifiutammo categoricamente di mangiare. Dopo l’episodio di un gabbiano ferito, portato a casa di una mia collega in veste di merce edibile e amorevolmente risparmiato e curato, la voce che i cooperanti italiani erano un po’ <em>malucos</em> (pazzi eccentrici) e invece di mangiare gli animali se li tenevano in casa, si sparse. Da quel giorno ci fu offerto (a pagamento) di tutto e in continuazione: gatti con le gambe spezzate, cani rognosi tramortiti da scontri con jeep e camionette, galline sperdute.</p>
<p><strong>Gallina salva fa buona compagnia<br />
</strong>La mia amica Alessandra costruì addirittura una scaletta perché la sua gallina, salvata dalla morte, potesse uscire da sola a passeggio nella corte, passando dalla finestra.<br />
Gallina era molto abile a evitare gli agguati dei bambini che cercavano di trasformarla in pasto, si vedeva che era una consumata ribelle, sfuggita a precedenti insidie per perizia o perché covata sotto una buona stella.</p>
<p><strong>Gino capretto clandestino<br />
</strong>A Pasqua il falegname del villaggio ci chiamò per donarci un capretto, in segno di riconoscenza per la nostra collega medico, che aveva curato suo figlio. Eravamo veramente afflitte: dovemmo andare da lui a caricare sulla jeep il capretto legato e urlante. Facemmo finta di accettare. Fu un viaggio infernale, fortunatamente breve. Una volta a casa Gino (il capretto lo chiamammo così) fu liberato dalle corde e rimase a vivere con noi. Al nostro autista fu fatto giurare di mantenere il segreto sulla sua sopravvivenza e l’<em>empregada</em> (la governante) fu istruita a montare la guardia per nascondere Gino in caso fosse apparso il falegname all’orizzonte.<br />
Evento che fortunatamente non si verificò, perché di sicuro Gino avrebbe scelto il momento più inopportuno per belare a pieni polmoni. In segno di gratitudine Gino il clandestino divorava qualunque pianta, ortaggio, oggetto, ferramenta di piccola taglia, trovasse in cortile. Teneva tutto molto pulito, purtroppo il suo concetto di pulizia includeva anche scarpe e indumenti, di cui Gino si serviva tirandoli giù direttamente dalle corde su cui venivano sciorinati.<br />
Umidi gli piacevano molto.</p>
<p><strong>La Gaia belva<br />
</strong>Fu così, grazie al nostro sconsiderato amore per gli animali, che arrivò da noi anche Gaia.<br />
Con notevole sforzo creativo Stefano e Lidia l’avevano chiamata Gaia perché il nome che le davano i santomensi era Lagaia. Si trattava di uno zibetto africano. Non sapevamo nemmeno se fosse maschio o femmina, ma ormai per noi era Gaia.<br />
Carinissima, con un musetto simpatico e una folta pelliccia, rischiava e rischia tuttora la vita perché è considerata un pasto prelibato e la sua pelliccia è molto apprezzata come ornamento. Era così tenera che ce ne innamorammo subito, senza minimamente curarci di prendere informazioni su di lei. All’epoca il concetto di specie protetta era di là da venire e noi eravamo sinceri e inconsapevoli amanti degli animali: al massimo si pensava a proteggere le balene o il panda gigante.</p>
<p><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/Lagaia.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1446" title="lagaia" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/Lagaia-e1550314019614.jpg" alt="" width="500" height="348" /></a></p>
<p>Ben presto Gaia si rivelò l’ottava piaga d’Egitto.<br />
Mordeva come una tigre, puzzava come un orinatoio, ringhiava con voce da iena, quando era incazzata (accadeva spesso che lo fosse) si gonfiava come un gatto furioso e nottetempo razziava con metodo i pollai dei vicini, che il giorno dopo si presentavano alla nostra porta con i resti dei cadaveri sanguinanti, esigendo giustizia e rimborso.<br />
Mettendomi nei suoi panni, anzi nella sua pelliccia, comprendo adesso quanto dovesse soffrire un animale notturno, selvatico, solitario, cacciatore e carnivoro, abituato a dormire di giorno nella vegetazione fitta e a nutrirsi uccidendo anche grandi prede, nel ritrovarsi chiuso in una casa con un gruppo di umani bene intenzionati, ma sprovveduti e ignoranti, che cercavano di grattarle la pancia, accarezzarla e farla diventare vegetariana.<br />
Io avrei ucciso per molto meno.<br />
I meno decerebrati del gruppo si opposero a questa tortura e riuscimmo a convincere gli altri a liberare Gaia nel suo habitat.</p>
<p><strong>La liberazione di Gaia<br />
</strong>Organizzammo una spedizione con l’aiuto di Fernando, il nostro autista, che si prestò, a malincuore, ad aiutarci a rilasciare nella foresta quell’ottimo bocconcino. Facemmo costruire una solida gabbia in legno e Gaia fu incappucciata e legata per l’ultima volta. Si difese con ardimento e, malgrado gli spessi guanti da lavoro che gli indomiti mercenari, da noi ingaggiati per la bisogna, indossavano per proteggersi, Gaia lasciò il segno.<br />
Durante il trasportò ringhiò, graffiò, cagò, pisciò e produsse secrezioni ripugnanti che ci accompagnarono per mesi, come monito a lasciare in pace la fauna selvatica. Di sicuro l’eroico zibetto insegnò la lezione anche ai locali, che da quel momento si guardarono bene dal portarcene altri esemplari.</p>
<p><strong>Billy, lo Jacquot innamorato<br />
</strong>Uno dei rari santomensi che possedevano animali di compagnia era il fratello del ministro dell’Economia, che lavorava alla sede locale delle Nazioni Unite. Era anche il mio compagno, diciamo la relazione principale che intrattenevo in quei tempi di giovanili follie, in cui mi ero adeguata senza problemi all’allegra gestione dei rapporti intimi con l’altro sesso.</p>
<p><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/PappagalloJacquot.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1448" title="pappagallojacquot" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/PappagalloJacquot-e1550316087181.jpg" alt="" width="500" height="295" /></a><br />
Lui viveva con Billy, un pappagallo parlante, per l’esattezza era un pappagallo cenerino, uno Jacquot, quelli bruttarelli, grigi con la coda rossa, gli unici in grado di produrre suoni simili alla voce umana, un po’ come i merli indiani. Pare siano super intelligenti e morbosamente affezionati ai loro padroni. In effetti Billy adorava il suo padrone e quando lui ed io litigavamo mi inseguiva per becchettarmi le caviglie.<br />
A me non piaceva, non ho mai avuto grande simpatia per i pennuti e capivo benissimo che per Billy ero la rivale, l’intrusa che gli contendeva le attenzioni del suo grande amore. Io abitavo in un’altra casa, ma quando andavo a casa del mio compagno in sua assenza, non appena l’<em>empregada</em> socchiudeva la porta, alle sue spalle si palesava Billy, giunto a controllare chi fosse che aveva bussato. Se i suo unico amore era presente Billy gli saltellava intorno ripetendo insistentemente: <em>“cossa Billy, cossa”, “gratta Billy, grattalo”</em>, dandogli colpettini con la testa contro le mani per farsi grattare le piume.<br />
Benché mi infastidisse riconosco che era uno spettacolo di seduzione unico: Billy inclinava il capino, si sprimacciava le piume, faceva la ruota con le ali e poi sbirciava il suo amore coprendosi vezzosamente il becco con l’ala a guisa di ventaglio, avvicinandosi di sghimbescio, accennando passi di danza. Queste premure erano esclusivamente riservate all&#8217;oggetto della sua devozione e non mi restava che attendere pazientemente che l’amoreggiamento terminasse, sennò le mie caviglie ne avrebbero fatto le spese.</p>
<p>Tutti questi animali popolavano le case dei miei amici e colleghi.<br />
Infine una sera giunse anche per me l’incontro con il mio animale d’affezione santomense.</p>
<p><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/Conigli.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1447" title="conigli" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/Conigli-e1550315291656.jpg" alt="" width="500" height="250" /></a></p>
<p><strong>Corniglio e la sua progenie<br />
</strong>Stavo tornando dal Bataclàn, l’unica discoteca dell’isola, insieme alla mia amica, quando vedemmo, fermo in mezzo alla strada, abbagliato dai fari dell’auto, un coniglio bianco.<br />
Inchiodai la jeep e scesi per raccogliere l’incauto coniglio autostoppista prima che qualche santomense lo scorgesse e se lo portasse a casa per farlo finire in pentola. Lì per lì non avevo un piano; l’obiettivo immediato era salvargli la vita. Arrivate a casa la mia amica ed io chiudemmo Coniglio in ufficio, dove lui passò la notte rosicchiando tutti i cavi elettrici che riuscì a raggiungere. Il giorno successivo chiamammo un veterinario e l’elettricista.<br />
Del veterinario in seguito non ci fu più bisogno, mentre con l’elettricista avremmo stretto un patto a vita.<br />
Gli venne dato il nome Coniglio, che i santomensi trasformarono in Cornelio, perché in porrtoghese coniglio si dice <em>“coelho”</em> e avevano pensato che invece Coniglio significasse Cornelio in italiano. A quel punto decisi di attuare un’operazione di sincretismo culturale chiamandolo Corniglio e quel nome gli rimase finché ebbe vita. Una vita che fu lunga, serena e prolifica.</p>
<p>Tra la corale disapprovazione del personale santomense Corniglio fu accolto in casa non come portata in un menù, ma come membro della cooperazione italiana a Sao Tomé e Principe.<br />
Pensammo di lasciarlo libero in giardino e la scelta fu di suo gradimento. Corniglio cominciò a scavare peggio di una talpa, destando le ire del giardiniere che si vedeva devastare il frutto delle quotidiane fatiche. La bastardaggine di Corniglio era pari alla lunghezza delle sue orecchie e lo spingeva a scavare proprio nelle aiuole e nel terriccio dissodato di fresco, che gli richiedeva un minor impegno nell’operazione. Alle sue perforazioni non sopravviveva nulla e alla fine l’ebbe vinta lui: il giardiniere si arrese a non avere in giardino che alberi di grosso fusto ed erba infestante, rinunciò ai fiori e Corniglio restò dominatore assoluto del territorio. Preoccupate per l’equilibrio psicofisico di Corniglio pensammo che, se gli avessimo trovato una compagna, anziché bucherellare il terreno, magari si sarebbe impegnato in altre attività ludiche. Immemori del significato del detto “figliare come conigli” contattammo un allevamento e comprammo Corniglia.<br />
Lei si comportò secondo natura: 5 parti all’anno, con 10 – 12 <em>corniglietti</em> ad ogni parto. I <em>corniglietti</em> appena nati stavano con lei, poi, per proteggerli da cani e gatti, li trasferivamo in ufficio, dove loro rosicchiavano con perizia tutti i cavi elettrici. Arrivava l’immancabile elettricista che ogni volta si stupiva del fatto che i roditori non restassero mai fulminati, riparava i cavi e ci proponeva di acquistare in blocco i guastatori. Al nostro fermo rifiuto se ne andava ridendo e scuotendo la testa. Quando i <em>corniglietti</em> erano cresciutelli andavano ad accrescere le schiere dei conigli ormai inselvatichiti che popolavano lo spazio all’aperto e la storia proseguiva: il nostro giardino era diventato la collina dei conigli.</p>
<p>Pareva che la colonia dei Cornigli sapesse di abitare in una zona franca, perché se ne stavano lì a scavare, senza alcuna pulsione a esplorare l’infido spazio oltre la recinzione. I predatori, umani e animali, erano però in agguato, quindi ci sentimmo in dovere di assumere un guardiano diurno e uno notturno (armati di machete) per proteggere i Cornigli. La nostra fama di <em>malucos </em>(pazzi eccentrici) si sparse in tutta l’isola e i bambini accorrevano a vedere quei matti degli italiani che pagavano elettricisti e guardiani per tenersi degli inutili conigli vivi in giardino, mentre avrebbero potuto mangiarseli.</p>
<p>Ogni mattina Fausta, la nostra <em>empregada</em>, anziché dirci <em>“bom dia”</em>, scuoteva la testa, guardava noi, poi i Cornigli, poi di nuovo noi, riscuoteva la testa e pronunciava lapidaria la sua sentenza <em>“que gasto!”</em> che spreco!</p>
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		<title>Prima l&#8217;uovo o la gallina?</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Sep 2018 09:39:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Il mondo è uno specchio che a ciascuno restituisce la sua immagine.” [William Makepeace Thackeray, La Fiera delle Vanità] Personal Branding, Corporate Identity e le insidie dell&#8217;internazionalizzazione Quando un&#8217;azienda comunica con il mercato spesso si preoccupa di Vision, Mission, Valori, &#8230; <a href="http://www.ariarosa.it/web/prima-luovo-o-la-gallina/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>“Il mondo è uno specchio che a ciascuno restituisce la sua immagine.”<br />
[William Makepeace Thackeray, La Fiera delle Vanità]</em></p>
<h3><strong><em>Personal Branding, Corporate Identity </em>e le insidie dell&#8217;internazionalizzazione</strong></h3>
<p><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/UovoGallina.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1433" title="uovogallina" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/UovoGallina-e1550310006193.jpg" alt="" width="500" height="268" /></a></p>
<p>Quando un&#8217;azienda comunica con il mercato spesso si preoccupa di Vision, Mission, Valori, Filosofia, ma a volte trascura un dettaglio sostanziale: prima della Corporate Identity viene il Personal Branding (dell’imprenditore del Sales Manager, del HR, etc.). La riflessione sul PB presuppone che si sappia cosa si vuole e cosa non si vuole, cosa piace e cosa no, quali sono i propri talenti e le proprie passioni.</p>
<p>E&#8217; sull&#8217;unicità (delle aziende e delle funzioni aziendali) che si deve puntare, ma per comunicarla bisogna conoscerla. Quando si scrive un testo, si sceglie una foto, si prepara lo storyboard di un video, bisogna scrivere le domande. Lo so, sono sempre le solite.<br />
E allora perché non ce le poniamo più spesso? Almeno una volta al giorno?</p>
<ul>
<li> -       a chi sto parlando?</li>
<li> -       chi è il pubblico che cerco?</li>
<li> -       quali aziende cerco?</li>
<li> -       con quali ruoli e funzioni aziendali è conveniente che io parli per raggiungere il mio obiettivo?</li>
<li> -       cosa voglio che facciano le persone quando leggono le mie brochure, vengono al mio stand in fiera, visitano i miei profili e le mie pagine social o vedono i miei video? La CTA efficace deriva dalle risposte a queste domande.</li>
<li> -       che cosa offro loro?</li>
<li> -       quali sono le soluzioni che porto per i loro problemi più comuni?</li>
<li> -       cosa piace al mio pubblico?</li>
<li> -       cosa non gli piace?</li>
<li> -       quali sono gli obiettivi personali, professionali e aziendali?</li>
</ul>
<p><strong>Le insidie della Corporate Identity che viaggia all’estero.<br />
</strong>Quando la comunicazione coordinata di un’azienda si mette a viaggiare, rimette in gioco tutta la comunicazione.<br />
Se fin dall’inizio l’azienda aveva una strategia, è possibile che ne esca vincente. In caso contrario, se non si fa attenzione anche ai dettagli, se ne esce con le ossa rotte.<br />
Se il payoff aziendale è in dialetto veneto (che fa tanta simpatia al pubblico del profondo nord est), è possibile che i cinesi non colgano la sottile ironia.<br />
Se nel logo vi sono immagini troppo dettagliate, ma mancano simboli essenziali e archetipici, che parlano all’immaginario collettivo, difficilmente, sul mercato internazionale, otterremo l’immediata comprensione di ciò che andiamo a proporre.<br />
Le insidie sono in agguato nel nome a dominio impronunciabile, nel testo tradotto alla bell’e meglio con translator, nelle foto pubblicate sul sito che, anziché rappresentare l’azienda, si sbizzarriscono in ardite metafore sulla squadra e il team building, cosicché la gente pensa che un’azienda metalmeccanica, anziché produrre motori o macchine, noleggi barche a vela o produca abbigliamento sportivo.</p>
<p><strong>Il delirio sui social<br />
</strong>Sui social è spesso il delirio più assoluto: LinkedIn – la piattaforma ideale per il B2B e l’internazionalizzazione &#8211; viene usata come se fosse Facebook: foto di copertina con paesaggi montani (peccato che la persona in questione sia il Direttore Vendite di un’azienda che produce macchinari per il tessile), pagine aziendali create come se fossero profili, con tanto di collegamenti; competenze inserite a caso, tra cui campeggiano al posto d’onore la specializzazione in Word, Excel e Power Point.</p>
<p><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/Gattini_su_Linkedin.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1434" title="gattini_su_linkedin" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/Gattini_su_Linkedin-e1550310228666.jpg" alt="" width="500" height="357" /></a></p>
<p>Quando poi ci si addentra nella cultura del nuovo mercato di riferimento sembra che ci si scordi all’improvviso la verità fondamentale del marketing: <em><strong>“io, che sono esperto in un determinato settore, NON SONO TARGET”.<br />
</strong> </em><br />
<strong>Le Parole Chiave non sono quelle che pensi tu, ma quelle che dice Google<br />
</strong>A volte, quando provi a chiedere quali sono le parole chiave individuate dal SEO Specialist vieni guardato con sorpresa mista a un po’ di stizza e ti senti rispondere con parole chiave settoriali, di solito in inglese.<br />
A questo punto l’indagine è d’obbligo: il pubblico parla inglese? Si tratta di un pubblico colto, preparato, specializzato? Che lessico usa? A chi stiamo parlando? A volte l’inglese funziona, a volte no.<br />
Il registro informale e colloquiale, tanto caro al pubblico WASP, risulterà indisponente negli Emirati Arabi. Fare i simpaticoni con cinesi e russi non sempre paga.</p>
<p><strong>Il luogo comune non è utile alla mediazione culturale<br />
</strong>Noi italiani, che ci vantiamo di essere aperti, tolleranti e accoglienti, rispolveriamo tutti i più triti pregiudizi quando ci troviamo a comunicare con i mercati internazionali.</p>
<p>Le equazioni Arabi uguale lusso, Russi uguale moda appariscente, Cinesi uguale concorrenza sleale sono dure da sradicare.<br />
Ogni paese rappresenta un’immensa ricchezza culturale e mille sfumature di diversità: fare di tutta l’erba un fascio non ci aiuterà a individuare le famose e decantate nicchie di mercato. La nicchia è, per definizione, un’entità che sfugge alla massificazione e al luogo comune.</p>
<p>Se provate a parlare con i mediatori culturali o con gli esperti di internazionalizzazione, come il mio collega <a href="https://www.linkedin.com/in/vasyly-tor/" target="_blank">Vasyly Torchynovych</a> farete scoperte interessanti su <a href="http://www.esportare-in-russia.it/" target="_blank">cosa realmente piaccia o non piaccia al pubblico straniero</a>.<br />
Il fai da te basato sul pregiudizio può essere pericoloso e minare alla base il successo di un progetto di espansione internazionale.</p>
<p><strong>Lo faccio bene e tanto basta.<br />
Le PMI alla Fiera delle Vanità.<br />
</strong> Già nel secolo scorso Marshall Mac Luhan ci ammoniva sull’importanza della presenza mediatica ai fini della diffusione di prodotti e servizi. In questo secolo e nell’era di WEB 4.0 è inutile illudersi: lavorare bene ed essere virtuosi non è sufficiente.<br />
Se vuoi esistere per il mercato, DEVI saper comunicare in modo adeguato al tuo pubblico e ai tuoi obiettivi.Come in una novella Fiera delle Vanità ciò che trasmetti e quello che il pubblico recepisce di te e della tua azienda farà la differenza.</p>
<p><strong>ESERCIZI PER L&#8217;IDENTITA&#8217;<br />
</strong>Di seguito ti segnalo qualche semplice esercizio (da fare per iscritto) per allenarti a costruire l’IDENTITA’ da comunicare.</p>
<ul>
<li> -          Descrivi in 30 parole al massimo ciò che fai.</li>
<li> -          Perché fai questo lavoro? Sei felice di farlo? Per chi lo fai?</li>
<li> -          Il payoff della tua azienda ti soddisfa? Se non ce l’hai, scrivilo, pensando al pubblico al quale ti rivolgi.</li>
<li> -          Sei in grado di spiegare il significato del tuo logo in 30 parole?</li>
<li> -          Individua 5 parole chiave per il tuo prodotto/servizio o per la tua mansione. Scrivile.</li>
<li> -          Scrivi un breve racconto che contenga queste 5 parole. Max 500 parole. Dai un titolo.</li>
</ul>
<p><strong> Gli Altri (purtroppo) esistono.<br />
</strong> Collaboratori, clienti, fornitori, competitors possono essere il tuo peggior &#8220;nemico&#8221; o preziosi alleati e maestri.<br />
Anche in questo caso facciamoci qualche domanda (e rispondiamo &#8211; sempre &#8211; per iscritto). Potremmo sorprenderci.</p>
<ul>
<li> -          Cosa vedi di BUONO negli altri? Competenze lavorative, doti umane, etc.</li>
<li> -          In cosa li vedi/senti DIVERSI da te.</li>
<li> -          In cosa li vedi/senti UGUALI o SIMILI a te.</li>
<li> -          Perché vuoi collaborare con loro: vantaggi per te e vantaggi che offri a loro.</li>
<li> -          Cosa vuoi fare tu.</li>
<li> -          Cosa ti piacerebbe che facessero gli altri?</li>
<li> -          Sei in grado di spiegare esattamente a un tuo cliente che cosa fanno i tuoi collaboratori? Scrivilo in 30 parole.</li>
<li> -          Sei in grado di spiegare esattamente a un tuo collaboratore che cosa fa un vostro cliente/ fornitore? Scrivilo in 30 parole.</li>
<li> -          Perché vuoi competere con loro</li>
<li> -          In che cosa sai che loro sono migliori di te?</li>
<li> -          In che cosa sai di essere MIGLIORE?</li>
<li> -          Scrivilo in 30 parole, per spiegarlo ai tuoi potenziali clienti.</li>
</ul>
<p>Buon lavoro!</p>
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		<title>Orologi e mutande. Figuracce autobiografiche</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Aug 2018 09:12:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Sono a scuola, in seconda elementare. Sono una “brava bambina”, studiosa e obbediente. Alla maestra piaccio molto e alle compagne non dispiaccio, benché sia una secchiona, perché aiuto, passo generosamente i compiti da copiare e, quando si tratta di scrivere &#8230; <a href="http://www.ariarosa.it/scrittura/orologi-e-mutande-figuracce-autobiografiche/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr">Sono a scuola, in seconda elementare.<br />
Sono una “brava bambina”, studiosa e obbediente.<br />
Alla maestra piaccio molto e alle compagne non dispiaccio, benché sia una secchiona, perché aiuto, passo generosamente i compiti da copiare e, quando si tratta di scrivere cronache e temi in italiano, mi trasformo in una vera e propria macchina che sforna testi a profusione, ovviamente tutti diversi, avendo anche l’accortezza di inserire qualche piccolo refuso.<br />
Fin da piccola sono un genio del male!</p>
<p dir="ltr">Stiamo imparando a leggere l’ora perché in seconda si fa la cresima e con la cresima &#8211; si sa &#8211; i padrini e le madrine ti regaleranno l’orologio e mica si può fare la figuraccia barbina di non saperlo leggere!</p>
<p dir="ltr"><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/FB_IMG_1550257188539.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1426" title="fb_img_1550257188539" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/FB_IMG_1550257188539-e1550308332506.jpg" alt="" width="500" height="375" /></a></p>
<p dir="ltr">
<p dir="ltr">Per insegnarcelo la maestra ci fa allenare su un grande orologio a muro, tondo e giallastro. Lo ricordo nitidamente perché fu il mio incubo.<br />
Ero una bambina iper miope, in veneto <span style="text-decoration: underline;">s</span>i direbbe <em>“orba come un talpòn”</em> (che era proprio ciò che mi ripetevano mie sorelle), ma cercavo disperatamente di non aggravare ulteriormente il mio senso di disagio e inadeguatezza indossando anche gli occhiali, che quando ero bambina erano di una bruttezza imbarazzante e avrebbero definitivamente sancito il mio status di “topo da biblioteca”.<br />
Quindi mi barcamenavo alla bell’e meglio, sedendo in primo banco e, grazie all’aiuto della mitica Alfonsina Bressan, che andava malissimo in italiano, ma ci vedeva come un’aquila, me la cavavo nel copiare i compiti alla lavagna, grazie alle sue dettature sommesse e rapide, sussurrate quando la maestra ci dava le spalle.<br />
In cambio Alfonsina aveva la prelazione sui temi di italiano che macinavo come una catena di montaggio.</p>
<p dir="ltr">Ma con l’orologio è un altro paio di maniche:<br />
Alfonsina è pessima.<br />
Ci vede dieci decimi, ma confonde le lancette e quindi &#8211; impotente a soccorrermi &#8211; assiste rattristata alla mia disfatta.<br />
La maestra non si capacita e io mi sento una traditrice della sua fiducia.<br />
Per fortuna nei giorni successivi la lettura dell’orologio diventa materia di interrogazione alla cattedra.<br />
E’ la mia salvezza: a meno di un metro dal quadrante maledetto riesco a distinguere numeri e lancette e, con voce squillante e sicura, declamo gli orari che la maestra compone per verificare se sappiamo leggere l’ora.<br />
Prendo il solito bel voto e mi aggiudico, come ulteriore gratifica, l’ambito premio supplementare di indicare con la bacchetta le nuove parole da leggere e imparare, scritte alla lavagna dalla maestra.<br />
Ogni settimana viene designata un’alunna meritevole per questa mansione: lei indica le parole e le interrogate le devono leggere. Oltre ad assaporare il potere di impugnare la bacchetta dell’insegnante, si gode del privilegio di non essere interrogate.</p>
<p dir="ltr">Fu così che un brutto giorno si consumò per me la più vergognosa e disdicevole esperienza.</p>
<p dir="ltr">E’ quasi l’una e la maestra mi chiama alla lavagna per indicare le parole.<br />
Mi porge la bacchetta e mi rendo conto, con orrore, che, sotto la gonna e il grembiule, qualcosa non va.<br />
Mi scendono le mutande.<br />
L’elastico infingardo ha scelto proprio quel momento di mia massima autorevolezza per cedere.<br />
Incerta su come procedere, barcollo. Cerco di trattenere le mutande al di sopra degli indumenti, ma la presa non è delle più semplici. Nel frattempo devo alzare il braccio destro per tendere la bacchetta verso la lavagna.<br />
Ho sette anni e sono piccola. A ogni estensione del braccio sento le mutande scivolare inesorabilmente.<br />
Mi contorco: un colpo di bacchetta alla lavagna e una rapida strizzata al grembiule, al di sotto della vita, nel disperato tentativo di raggiungere e placcare le mutande al di sotto delle gonne. Devo sembrare un ginnasta contorsionista, ma nessuno ci fa caso, né la maestra (troppo occupata a rampognare chi commette errori) né le mie compagne, protese nello sforzo di compitare le lettere.<br />
Nessuno bada a me.<br />
Oggi mi fa persino ridere l’idea di come restassero ignare e impassibili mentre sotto i loro occhi si consumava la tragedia della frantumazione del mio <em>personal branding</em>. Ma forse se ne erano accorte e avevano scelto di far finta di nulla per non umiliarmi, in fondo ero la prima della classe e poi magari mi volevano anche un po’ di bene.<br />
Chi l’ha detto che i bambini sono crudeli?</p>
<p dir="ltr">In qualche modo giungo alla fine dell’incarico e posso finalmente correre in bagno a sfilarmi le mutande e nasconderle in cartella: ho vinto, non sono cadute a terra, le ho tolte io.</p>
<p dir="ltr">Da quel giorno pretesi di indossare la rassicurante calzamaglia, che con il suo avvolgente abbraccio avrebbe arginato possibili crolli di lingerie e autostima.</p>
<p>Che sia così che si costruisce il proprio look?</p>
<p dir="ltr">© Photo by Noah Silliman on Unsplash</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Madeleine e vecchi merletti</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Jun 2018 08:57:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[La Bella Storia]]></category>
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		<category><![CDATA[scrittura autobiografica]]></category>
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		<description><![CDATA[Luoghi della memoria #LaBellaStoria Ricordo la casa con il salotto sempre in penombra, con le &#8220;rotolande&#8221; (la zia Bettina le persiane le chiamava così) abbassate, perché era la stanza dove non si entrava quasi mai e nemmeno ricordo da dove &#8230; <a href="http://www.ariarosa.it/scrittura/madeleine-e-vecchi-merletti/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr">
<h3><strong>Luoghi della memoria</strong><br />
#LaBellaStoria</h3>
<p dir="ltr"><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/FB_IMG_1550257165074.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1413" title="fb_img_1550257165074" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/FB_IMG_1550257165074-e1550307357325.jpg" alt="" width="500" height="332" /></a></p>
<p dir="ltr">Ricordo la casa con il salotto sempre in penombra, con le <em>&#8220;rotolande&#8221;</em> (la zia Bettina le persiane le chiamava così) abbassate, perché era la stanza dove non si entrava quasi mai e nemmeno ricordo da dove vi si accedesse, ma ho viva nella mente l’immagine dei divanetti con i piedini (in veneto <em>&#8220;i pécoi&#8221;</em>) a forma di zampette di leone e la tappezzeria a foglie verdi su fondo avorio, fissata da borchiette a testa lucida e tonda, su un gros grain di passamaneria verde bottiglia.</p>
<p dir="ltr">Sulle testiere delle poltrone frau di pelle marrone scuro la zia Bettina appoggiava i suoi centrini fatti a rete, dove orge di amorini grassi e veneri danzanti si contendevano cornucopie stracolme di frutti.</p>
<p dir="ltr">Per la zia Bettina i centrini di merletto a filet erano il segno di massima distinzione e raffinatezza, sopravvissute vestigia dei bei tempi andati e della nobiltà decaduta dei suoi avi.<br />
L’aura luminosa dei Mazzocato aleggiava sui poggiatesta e sui centrotavola lavorati al tombolo, perché la zia Bettina ti sapeva raccontare le storie di famiglia con dovizia di particolari e ne faceva scaturire aneddoti succosi, come dalla madeleine di Proust.</p>
<p dir="ltr"><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/FB_IMG_1550257171448.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1414" title="fb_img_1550257171448" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2019/02/FB_IMG_1550257171448-e1550307445644.jpg" alt="" width="500" height="539" /></a></p>
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<p dir="ltr">Va detto che lei, grande narratrice, era molto più divertente di Proust, avendo a disposizione, negli scandali e nei segreti di famiglia, un ottimo materiale letterario.</p>
<p dir="ltr"><em>© Photo by Emily Valletta on <span style="text-decoration: underline;">Unsplash</span></em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>LA BELLA STORIA ce l&#8217;abbiamo dentro</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Feb 2018 20:43:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[La Bella Storia]]></category>
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		<description><![CDATA[Ovvero come trasformare una cozza in un cuore. Come si racconta la propria #BellaStoria ? Ci sono tanti modi. Si può ripercorrere la strada nota della propria vita per scoprire che magari ci sono pezzetti importanti per noi che abbiamo &#8230; <a href="http://www.ariarosa.it/scrittura/la-bella-storia-ce-labbiamo-dentro/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Ovvero come trasformare una cozza in un cuore.</strong></em></p>
<p>Come si racconta la propria <strong>#BellaStoria</strong> ?<br />
Ci sono tanti modi.</p>
<p><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2018/02/Cozza_Cuore_aaron-burden-304587-unsplash.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1324" title="cozza_cuore_aaron-burden-304587-unsplash" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2018/02/Cozza_Cuore_aaron-burden-304587-unsplash-e1519245670251.jpg" alt="" width="500" height="375" /></a></p>
<p>Si può ripercorrere la strada nota della propria vita<br />
per scoprire che magari ci sono pezzetti importanti per noi<br />
che abbiamo lasciato indietro e che ci fa piacere recuperare:<br />
pacchi regalo natalizi da scartare, prati verdi e taxi gialli.<br />
Luci e ombre che si avvicendano.</p>
<p>E&#8217; bello provare il sottile piacere di indugiare su oggetti, pensieri, persone,<br />
che simbolicamente rappresentano ciò a cui siamo legati<br />
in modo intimo e struggente, per poi farsi delle belle risate<br />
sulle menate con cui ci complichiamo la vita<br />
e lanciarsi in nuovi scenari con immagini ardite,<br />
usando le parole come paracadute colorati.</p>
<p><strong>&#8220;LA BELLA STORIA&#8221; e il nòcciolo segreto<br />
</strong>Chiamo #BellaStoria quella parte così privata di ciascuno di noi,<br />
che gli altri non possono conoscere, a meno che non decidiamo<br />
di condividerla.</p>
<p>Nella Bella Storia sono racchiusi i ricordi giganteschi di immagini<br />
quotidiane, che i nostri occhi piccini spalancati sul mondo registravano<br />
con metriche relative e personali.<br />
La Bella Storia contiene sogni, desideri, emozioni irragionevoli e collerici capricci,<br />
attraverso i quali ci siamo misurati con un mondo<br />
che ha cercato di piegarci alle sue regole.<br />
Qualche volta ne siamo usciti vittoriosi.<br />
Qualche volta con le ossa rotte.<br />
Entrambi gli scenari sono interessanti.<br />
Entrambi appartengono solo a noi.</p>
<p>La scrittura fonde gli elementi che compongono la nostra<br />
identità in un crogiuolo in cui si amalgamano per generare<br />
la visione di nuove strade.</p>
<p><strong>UTILE E&#8217; BELLO.<br />
</strong>A cosa serve scrivere &#8220;LA BELLA STORIA&#8221;?<br />
Serve a intenerirsi sugli affetti e a inorgoglirsi per i successi<br />
e la capacità di tornare in piedi dopo le cadute.</p>
<p>Serve a <strong>presentarsi magicamente</strong>, chiamando a raccolta <strong>tutti i talenti,<br />
le risorse interne, le capacità innate e le competenze apprese</strong>.</p>
<p>Serve a <strong>dirsi </strong><em><strong>&#8220;sono proprio bravo</strong> a svolgere questo compito&#8221;<br />
</em>e a comprendere<em> &#8220;chi sono e cosa voglio veramente fare della mia vita&#8221;.</em></p>
<p>Serve a <strong>trovare nuove parole, fresche e vivaci</strong>,<br />
con cui dipingere di passione i propri progetti.</p>
<p><em><strong>Basta raccontare, adesso si narra.</strong></em></p>
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		<title>Il Network Marketing e la punta dell&#8217;Iceberg</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Sep 2017 19:52:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[WEB]]></category>
		<category><![CDATA[copywriting]]></category>
		<category><![CDATA[formazione]]></category>
		<category><![CDATA[LaBellaStoria]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro Interiore]]></category>
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		<description><![CDATA[Il valore di una #BellaStoria vera. Se sei anche tu una vittima di The Secret e passi ore della tua giornata a scrivere e riscrivere desideri assurdi e irrealizzabili, se ripeti come un mantra frasi senza senso sperando che, per &#8230; <a href="http://www.ariarosa.it/scrittura/il-network-marketing-e-la-punta-delliceberg-2/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste"><strong>Il valore di una #BellaStoria vera.</strong></div>
<p>Se sei anche tu una vittima di <em>The Secret</em> e passi ore della tua giornata a scrivere e riscrivere desideri assurdi e irrealizzabili, se ripeti come un mantra frasi senza senso sperando che, per magia, alla bella età di 40 anni diventerai una rock star, senza nemmeno saper fare il giro blues del chitarrista da spiaggia, allora forse è il momento di svegliarsi e andare a lavorare.</p>
<div><span style="font-size: 16px;">No, non intendo in fabbrica o ufficio, intendo a lavorare su di te.<br />
</span></div>
<div><span style="font-size: 16px;"><br />
</span></div>
<div><span style="font-size: 16px;"><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2017/09/AR_Pulse_Iceberg.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1245" title="ar_pulse_iceberg" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2017/09/AR_Pulse_Iceberg-e1504813937757.jpg" alt="" width="500" height="268" /></a></span></div>
<p><strong>Rifatti il look, ma quello interiore<br />
</strong>Il lavoro su sé stessi è di gran moda.<br />
La buona notizia è che non lo si fa fingendo che tutto vada bene nel migliore dei mondi possibili. Lo si fa guardando con coraggio a ciò che si è e applicando il principio di realtà.<br />
Per anni ho pensato che lo si facesse per il benessere psicofisico personale.<br />
Per lo meno questa era la motivazione che mi ha spinto a ricercare e sperimentare tecniche e percorsi diversi tra loro, ma che portavano sempre alla conoscenza di me stessa, una conoscenza il più completa possibile, nella consapevolezza che, comunque, il mio piccolo nocciolo ignoto era bene che restasse intatto.</p>
<p><strong>Godersi la vita o godersi i soldi?<br />
</strong>Sono un po’ nauseata da come il lavoro su se stessi venga banalizzato e svenduto come espediente per fare soldi e raggiungere il successo.<br />
Possibile che la misura del successo sia la quantità di denaro guadagnata o la marca dell’auto? Forse sì, ma per me non è così.<br />
Il lavoro su di sé per me rappresenta ancora la chiave della felicità e per ciascuno di noi la felicità si riveste di colori particolari e sfumature uniche.<br />
La strada da percorrere è chiara: voglio continuare a trasformarmi ed evolvere, cercando nuovi modi per fare affari (la parola <em>“business”</em> mi dà il voltastomaco), perseguendo modalità coscienziose per produrre ricchezza e non solo soldi, perché <strong>la ricchezza è composta da tante minute sfaccettature che molto hanno a che vedere con la qualità della vita.<br />
</strong>Ricercare la bellezza, recuperare tempo libero, coltivare il piacere, invece di affogare nel lavoro fine a se stesso.</p>
<p><strong>Il grande inganno della finta libertà<br />
</strong>Con un po’ di tristezza vedo molte persone, licenziate dal posto fisso e di fatto scacciate dal mercato del lavoro, che vengono manipolate allo scopo di convincerle che lavorare in proprio sia la felicità, tacendo loro gli inevitabili problemi con cui si dovranno confrontare.<br />
<strong>La libertà è una scelta, non può essere il ripiego perché ti hanno licenziato.<br />
</strong>E’ inutile cercare di convincersi che si fa il lavoro più bello del mondo se, sotto sotto, un piccolo tarlo continua a roderci il cervello, sussurrandoci che moriremo di fame.<br />
Licenziata per ben due volte in 5 anni, sbattuta violentemente fuori dal mercato del lavoro all’età di oltre 50 anni, conosco bene la paura, il dolore, il senso di inutilità che ti attanaglia alla gola.<br />
Adesso lavoro per me: come dico spesso <em>&#8220;sono libera di lavorare&#8221;</em>, ma se fossi libera davvero credo smetterei di lavorare del tutto.<br />
Questà è la verità.<br />
A chi insegue tempo libero e successo, ma passa le giornate al computer, o peggio, si porta ovunque gli strumenti di lavoro, suggerisco di riflettere se valeva la pena di licenziarsi per essere liberi, per ritrovarsi poi incatenati a un lavoro senza certezze, con orari ancora più massacranti.<br />
Queste sono domande opportune, perché <strong>quando si sceglie di lavorare per sé e non per un padrone, bisogna avere chiaro cosa significa</strong>.<br />
Vuol dire disciplina, obiettivi precisi, costanza.<br />
Vuol dire conoscersi molto bene e individuare i propri limiti e le proprie potenzialità.</p>
<div><span style="font-size: 16px; font-weight: bold;">Il lavoro interiore e la discesa agli inferi<br />
</span><span style="font-size: 16px;">Con il lavoro su di sé si scende in quel sottosuolo che alimenta immaginazione e memoria, per attingere forza e verità.</span></div>
<div><span style="font-size: 16px;">Un sottosuolo dove nascono le paure e, a volte, alberga il dolore.<br />
Ecco perché non riesco a perdonare chi diffonde facili teorie sulle potenzialità, i talenti e il successo.<br />
In questi anni hanno fatto più danni </span><em>The Secret</em><span style="font-size: 16px;"> e </span><em>La Chiave</em><span style="font-size: 16px;"> che il gas nervino.</span></div>
<div><span style="font-size: 16px;">Forse è vero: quando il dito indica la luna, lo stolto guarda il dito, ma non sempre lo stolto è colpevole.</span></div>
<div><span style="font-size: 16px;">Lo stolto è innocente, perché inconsapevole, mentre la responsabilità di averlo ingannato va a chi non ha fatto attenzione alle parole incaute con cui ha manipolato le persone.</span></div>
<div><span style="font-size: 16px;">Come ci si difende dai serpenti incantatori?</span></div>
<div><span style="font-size: 16px;">Con il lavoro personale, la formazione continua, non solo quella tecnica (indispensabile), ma anche quella che ci porta a conoscere ciò che si cela dentro di noi, nella parte più profonda.</span></div>
<p><strong><br />
A cosa serve il lavoro interiore?</strong></p>
<p><strong>1.	A preservare il nostro fegato<br />
</strong>Sul versante professionale serve a non farsi schizzare l’embolo quando qualcuno ci mette a dura prova sul lavoro; a non attaccare al muro il collega mannaro, a non sentirsi invalidati dalle sarcastiche osservazioni del proprio capo frustrato, a restare impassibili quando i clienti ci chiedono lo sconto e a rifiutarlo con un sorriso, a recuperare crediti e insoluti senza litigare e andare in causa.<br />
Quando conosciamo bene i sottili meccanismi che ci muovono e le leve delicate con cui il prossimo può farci reagire in modo abnorme, diventiamo potenti.<br />
<strong>Di fatto il nostro unico peggior sabotatore siamo noi, ma siamo anche il nostro miglior alleato.</strong></p>
<p><strong>2.	A raccontare la nostra Bella Storia<br />
</strong>Il lavoro interiore serve a scavare nelle profondità della memoria e dei ricordi antichi per estrarre #LaBellaStoria da raccontare al nostro pubblico: la storia dei limiti e delle potenzialità che ci diversificano da tutti gli altri, le passioni e i talenti, i giochi preferiti, i sogni da realizzare, gli affetti e le emozioni.<br />
<strong>I concorrenti potranno essere molto più bravi di noi o molto peggiori, ma per il nostro pubblico e i nostri clienti noi saremo unici.</strong></p>
<p><strong>3.	A fare <em>Network Marketing<br />
</em></strong>Il lavoro interiore serve per realizzare la modalità di concludere affari, più interessante e più virtuosa che conosco: il <em>network marketing</em>.<br />
<strong>Per creare relazioni e legami con la nostra rete serve una storia da raccontare</strong> ma, come dice Eric Worre, a nessuno interessa sapere quanto sei figo, ricco e di successo, ma a molti interessa sapere come hai fatto a diventarlo, trasformando la tua vita da schiavo in un’esperienza di ricerca e pratica dei tuoi valori, insomma in una vita piena.</p>
<p><strong>Ma perché per qualcuno non funziona?<br />
</strong>A questo punto una domanda sorge spontanea: perché non per tutti la narrazione della storia e il network marketing funzionano?<br />
La risposta è semplice: <strong>perché molti vogliono raccontare solo la punta dell’iceberg.</strong><br />
Hanno paura a tuffarsi nell’acqua fredda e profonda, che diventa buia negli abissi.<br />
Preferiscono restare a galleggiare in superficie, ignorando che tanto più ampia è la massa sommersa, tanto maggiore sarà la parte visibile.<br />
Trascurano di esplorare cosa c’è sotto e indeboliscono la loro storia, che si scioglie come neve al sole.<br />
La potenza fa paura, ma se la domini cavalcherai il drago.<br />
<strong><br />
No #BellaStoria<br />
No #NetworkMarketing</strong></p>
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		<title>Biancaneve e i 7 Social</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Jul 2017 11:32:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Rassegna fiabesca sulle insidie del social media marketing, ovvero come e qualmente una svampita come Biancaneve è impossibile che ne esca viva Ho sempre pensato che Biancaneve non fosse granché intelligente, ma di sicuro era una che aveva culo. Scatena &#8230; <a href="http://www.ariarosa.it/web/biancaneve-e-i-7-social/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Rassegna fiabesca sulle insidie del social media marketing, ovvero come e qualmente una svampita come Biancaneve è impossibile che ne esca viva</em></p>
<p><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2017/07/PULSE_Immagine_Biancaneve-e-i-7-social.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1238" title="pulse_immagine_biancaneve-e-i-7-social" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2017/07/PULSE_Immagine_Biancaneve-e-i-7-social-e1501241408702.jpg" alt="" width="500" height="268" /></a></p>
<p>Ho sempre pensato che Biancaneve non fosse granché intelligente, ma di sicuro era una che aveva culo. Scatena le ire della matrigna ossessionata dall’immagine, che pensa di vincere eliminando i competitors e assolda un killer; purtroppo ne trova uno di seconda mano, caratterizzato da un burroso cuore tenero che, al momento di sferrare il colpo fatale, vacilla, risparmiando la vita all&#8217;odiata sciacquetta.</p>
<p>Biancaneve erra per un po’ nel bosco, poi piomba in casa e nella vita di 7 poveracci che si fanno il mazzo a lavorare e decide di installarsi da loro, cinguettando canzoni di sanremo. Loro la accolgono di buon grado e, benché lei sia svanita e accetti mele dagli sconosciuti &#8211; forse sperando così di incontrare SteveJobs &#8211; grazie al loro sostegno prima o poi arriva il presunto epilogo positivo: un cliente sul cavallo bianco arriva da lei che giace &#8211; tanto per cambiare &#8211; stesa, tramortita e inconsapevole, in una bara di cristallo, ché la trasparente visibilità – si sa – è importante. Lui la bacia e il resto si vuol credere che sia lieto fine.</p>
<blockquote><p>Biancaneve, ma chi è? Biancaneve è il solito utente dei social, che li usa tutti e non ne conosce nemmeno uno.</p></blockquote>
<p>Un po’ zoccola, un po’ svanita, salta da uno all’altro senza rendersi conto che SONO DIVERSI. I poveri social fanno il loro dovere meglio che possono e, prima o poi, anche per Biancaneve qualche contatto arriva, ma non sempre si tratta di clienti principeschi.</p>
<p>Io a Biancaneve continuo a preferire Grimilde che, se non altro, facendo il suo onesto lavoro di competitor, contribuisce a migliorare il mercato e poi è sempre impegnata a farsi domande guardandosi allo specchio. Sarà anche un po’ egocentrica, ma almeno si interroga sui massimi sistemi, mentre Biancaneve o dorme e attende che il cliente si accorga di lei, oppure si affida ai nani, senza chiedersi quale sarà il prezzo da pagare se si relaziona con loro con leggerezza.</p>
<p>Di questi nanetti industriosi ho una mia percezione, che sarà certamente di parte, ma in fondo rende l’idea di come un utente normodotato si relazioni con loro. Per le strategie superiori rivolgersi agli esperti.</p>
<blockquote><p><strong>1.   LinkeDotto lo spocchioso,</strong> anche se non ti sta simpatico ti conviene considerarlo</p></blockquote>
<p>Di primo acchito è antipatico. Non è amichevole, si atteggia a super competente, usa un linguaggio tutto suo, parla inglese anche quando si potrebbe benissimo parlare italiano, non fa nulla per renderti la vita facile. Sfoggia un’arietta spocchiosa da super intenditore e per capire come ragiona ci vogliono i maghi come <a href="http://bit.ly/1PILl3y" target="_blank">Luca Bozzato</a>.</p>
<p>Luca ti spiega come trattarlo, in modo che anche tu, un giorno, riesca a postare un contenuto su Pulse, perché LinkeDotto ti fa sudare sette camicie: una volta dovevi passare all’inglese, poi chiedere per favore, poi provare a postare e, per un po’, ha funzionato. Poi il subdolo nanetto ha finto di permetterti di postare su Pulse senza dover saltabeccare da una lingua all’altra, ma in realtà Pulse non funzionava più. Ti devi avvicinare sempre con umile reverenza, inchinarti e pregare che l’editor formatti il testo come vuoi tu.</p>
<p>A LinkeDotto non va che si dica che un contenuto <em>“piace”</em>: il piacere qui è bandito, al massimo puoi <em>“consigliare”</em>, ma attento! Se commetti errori LinkeDotto, come tutti i saccenti perfezionisti, non perdona. Se consigli un contenuto a caso, LinkeDotto ne terrà conto e la tua bacheca verrà invasa da altre stronzate. Insomma, bada a come parli, occhio a come ti muovi, meglio chiedere aiuto. Lui ogni tanto qualche sforzo per sembrare umano come i suoi fratelli lo fa, ma gli viene malissimo. Quando lo incontri ti passa la voglia di stare in sua compagnia, perché la fatica la devi sempre fare tu, però…</p>
<p>Però &#8211; accidenti a lui &#8211; LinkeDotto, forse proprio perché se la tira, ha un mucchio di gente che va alle sue feste. Lui è esigente e un po’ all’antica: non ti presentare in canotta e ciabatte, perché sennò non ti farà parlare con gli invitati che contano. Ora che è stato corteggiato e conquistato da microsoft se la tira anche di più e ti costringe a riscrivere il Riepilogo se vuoi che i tuoi dati di contatto siano visibili nelle prime righe dei risultati; i progetti invece li ha fatti sparire, ma il perché non è dato di saperlo. LinkeDotto sta nell’ombra, pronto a sanzionare i tuoi errori di comunicazione e a scrutare chi fa passi falsi, ma se ti comporti da bravo ospite ti lascia in pace e finalmente puoi conoscere gente interessante.</p>
<p>Una cosa è certa: prima o poi i cialtroni LinkeDotto li fa fuori. Forse questo è ciò che me lo rende accettabile.</p>
<blockquote><p><strong>2.   Pisolo Youtubolo, </strong>anche se lui schiaccia un pisolino, tu non dormire e ricordati che le descrizioni dei contenuti e le parole chiave funzionano anche qui</p></blockquote>
<p>Youtubolo sbadiglia e si stende ovunque per fare un sonnellino, come Pisolo. La sua interazione è ridotta ai minimi termini, ma è presente su qualsiasi superficie, che gli permetta di schiacciare un pisolino. Youtubolo si può sdraiare dappertutto, basta copiare incollare il link, di sicuro è indispensabile se vuoi caricare dei video sugli altri social perché è il modo più veloce e leggero per far vedere i contenuti video alle tue reti. Si spaccia per super collegato, ma a me dà sempre l’impressione che i video siano un ottimo modo per “colpire” l’interlocutore senza doversi troppo coinvolgere, si sa <em>“verba volant, scripta manent”</em>. Quando registri il tuo video, se sei un professionista, tieni in pugno l’interlocutore: la potenza dell’immagine, parlante e in movimento, può ipnotizzare chi ti guarda. Tu parli, guidi, conduci e l’altro ascolta, assorbe, segue. Se invece sei un ignobile cialtrone produci video che vanno oltre i 2 minuti, a inquadratura fissa, magari con il tuo letto sfatto alle spalle e il sottofondo musicale di RadioBuea. Quando ancora ero inconsapevole l’ho fatto pure io. Poi ho incontrato i veri professionisti, mi sono innamorata di Youtubolo e ho smesso di produrre video fatti in casa.</p>
<p>Detesto i webinar e i video tutorial, perché non sopporto di dover stare lì ad attendere che un altro decida in che tempi dispensarmi le sue pillole di saggezza. Pratico con soddisfazione le tecniche di lettura veloce e kindle è la mia risorsa preferita: posso leggere 3 libri di 200 pagine in una notte senza annoiarmi, cogliendo il succo del discorso e selezionando velocemente quello che mi serve. Ma Monty Montemagno dice che entro 5 anni la percentuale degli utenti che guarderà solo video aumenterà a dismisura. Credo abbia ragione, perché la pigrizia vince sempre sulla volontà di impegnarsi.</p>
<p>Quindi arrendiamoci all’evidenza: i video sono indispensabili. Se girati da un professionista, meglio. Sennò verremo invasi da faccioni selfie autoprodotti che cianciano di contenuti senza senso, mentre mangiano, stanno in spiaggia, guidano, camminano. L’unico momento di eccitazione in queste produzioni da sfigati lo si ottiene quando, distratti dal telefonino, vanno a sbattere contro un palo o vengono inculati dall’auto che li segue.</p>
<p>In quel momento diventano virali.</p>
<blockquote><p><strong>3.   Brontolo Facebookolo,</strong> nato per il cazzeggio, adesso <strong>cambia marcia </strong>- forse</p></blockquote>
<p>A me Facebookolo sta simpatico. Non è complicato, ti sembra di capire subito come prenderlo, si relaziona con tutti, ti permette di dare l’amicizia a cani e porci. Aziende che si spacciano per persone, persone che si nascondono dietro avatar, foto di gattini e cagnetti al posto dell’immagine di profilo, Facebookolo manda giù tutto. L’importante è avere un bel via vai di gente in casa. Quindi è anche pieno di squilibrati che litigano e delirano. Però lo frequento con piacere, perché è semplice. Puoi creare eventi, farti una pagina con facilità, condividere contenuti di tutti i tipi. Facebookolo ha un solo difetto, che rischia di diventare pericoloso: censura contenuti di valore, secondo una logica che capisce solo lui. Le mamme che allattano te le banna perché si vede una tetta e, dal suo punto di vista, sono lesive della morale, ma permette foto di animali maltrattati. Vigila sui tags in modo arbitrario, per cui ti puoi ritrovare con giorni di sospensione per aver taggato persone consenzienti su contenuti di loro interesse, mentre altri ti spammano allegramente taggandoti tre volte al giorno nella foto del dentino del figlio, nel post del Convegno dei nazisti dell’Illinois, nel video fatto in casa della zia Pina che cucina la zuppa di cavolo nero.</p>
<p>Con Facebookolo si deve stare attenti, perché lui riceve in casa chiunque. Si presenta amichevole, ma proprio come fanno molte persone nella vita reale, nasconde delle insidie. Il tono generale in casa sua è quello lamentoso-rabbioso, ma se non ti fai travolgere e sai come prenderlo ti può dare soddisfazione. Nel 2017 sono arrivate tante novità, il profilo video e altre chicche, ma purtroppo Facebookolo ha anche deciso di fare concorrenza al suo fratello serio LinkeDotto e adesso vuole fare business pure lui. In effetti funziona e quindi facciamoci aiutare da qualcuno che ne sa, come <a href="https://www.facebook.com/davidedalmaso.ddm/" target="_blank">Davide Dal Maso</a></p>
<p>Anche perché ormai molti utenti usano Facebookolo come motore di ricerca. Arrendiamoci.</p>
<blockquote><p><strong>4.   TwitterEolo va capito </strong>e comunque, benché ne abbiano più volte annunciato la fine, è ancora vivo e vegeto</p></blockquote>
<p>Twitterolo è lieve e potente come uno sternuto. Sintetizza tutta la sua comunicazione in quel breve attimo in cui spara fuori aria concentrata e compressa. 140 goccioline gli sprizzano dal naso e si disperdono nell’etere. E’ contagioso perché quando sternutisce forte e con intenzione, il suo strombazzare viene ripetuto da tanti altri.</p>
<p>Può sembrare malato grave, ma non lo è. Lo hanno dato per spacciato molte volte, annunciandone la fine, ma lui resiste.</p>
<p>Se riesci a capirne il senso i suoi sternuti diventano un’armonia, ma per farlo non hai alternativa: o segui qualcuno di bravo, come <a href="https://www.radiocafoscari.it/2017/05/22/ufficio-stampa-e-digital-pr/" target="_blank">Francesca Anzalone</a>, che ti svela tutti i segreti del Digital PR, oppure ti dovrai accontentare di restare lì ad ascoltarlo sternutire, sentendoti emarginato e impotente.</p>
<blockquote><p><strong>5.   Mammolo Pinterest </strong>con il tempo lo apprezzi, se lo prendi per quello che è. Comunque ne puoi sfruttare le caratteristiche per promuoverti</p></blockquote>
<p>Un timidone. Sensibile a suoni e colori, annaffia fiori, colleziona farfalle, disegni e immagini.</p>
<p>Come tutti i timidi non si presta a grandi conversazioni, va preso così com’è, pieno di buone intenzioni e siccome non è poi malaccio e, se usato con intelligenza ti introduce presso i fratelli più ciarlieri, stare qualche oretta in sua compagnia vale la pena.</p>
<blockquote><p><strong>6.   GooglongoloPlus </strong>il più inutile dei nani &#8211; dico io</p></blockquote>
<p>Di quel ciccione di Googlongolo Plus c’è poco da dire. Tutti abbiamo a che fare con lui, anche se ci sta simpatico come un mal di pancia.</p>
<p>Considerato una necessità, lo subisci quando un’agenzia web ti fa il sito e nella parte social ci caccia dentro Googlongolo d’ufficio. Non si sa perché: non lo sai tu, non lo sa l’agenzia e non lo sa nemmeno lui. Comunque è figlio d’arte e, per compiacere babbo Google o per paura che il fatto di ignorarlo possa scatenare su di noi le ire funeste di Sua Maestà Google l’Onnipotente, ci si adatta a malincuore a tenere un account Google Plus.</p>
<p>Disadorno, segue una logica network egocentrica, in cui tu devi decidere in quali cerchie inserire i contatti, ma la reciprocità non è garantita. Ti costringe a cervellotici ragionamenti per stabilire chi va in quale contenitore e poi ti presenta alla rinfusa qualunque contenuto in una bachecona gigante in cui forse spera che l’abbondanza ti confonda e ti faccia addivenire a più miti consigli nei suoi confronti.</p>
<p>Quando ti ricordi che esiste e torni sulla tua bacheca, ti fa anche sentire in colpa perché sei costretto a prendere nota del fatto che sono passati alcuni mesi dall’ultima volta che ci hai postato dentro qualcosa, ma il fatto che, alla fin fine, i tuoi contatti si comportino proprio come te e il loro ultimo aggiornamento risalga alla caduta dell’Impero romano d’oriente, ti consola un pochettino e ti fa sentire meno solo.</p>
<p>Fai spallucce e torni allegramente a cazzeggiare con Facebookolo.</p>
<blockquote><p><strong>7.   Instagrammucciolo </strong>il più incompreso della rete. Potrebbe dare tanto, ma tutti lo bistrattano</p></blockquote>
<p>E’ il piccolo, ultimo arrivato. E&#8217; muto e questo lo rende simpatico. Poche parole e molti fatti: immagini in primo piano e solo qualche mugolìo, qui e là.</p>
<p>Certo che tutti quegli hashtag insensati, scritti e disseminati a spaglio nel vano tentativo di acchiappare un po’ di followers ti irritano, ma poi Instagrammucciolo ti sorride con le sue microstorie sdentate e tu ti intenerisci.</p>
<p>I suoi sostenitori lo difendono a spada tratta, affermando che è il social per eccellenza, che è un social visivo, che solo le immagini hanno senso, ma a te resta sempre il dubbio che, se continuano a usarlo in quel modo, dipenda dal fatto che sono degli analfabeti di ritorno, che hanno scordato i bei tempi in cui la maestra insegnava loro a vergare semplici frasi, composte di soggetto, verbo, complemento.</p>
<p>In fondo, però, Instagrammucciolo non ne ha colpa, povera creatura. Lui continua a sorridere e a tentare di ingraziarsi il pubblico facilitando sempre più il compito a chi vuole sentirsi un super fico anche se fa le foto con il telefonino. Ti aiuta in tutti i modi, questo gli va riconosciuto: la foto più sgrausa e schifosa te la lascia trasformare in un capolavoro, grazie ai filtri e alle modifiche incluse nell’app. Ha persino permesso che dal formato quadrato si passasse al rettangolare per facilitare il compito e semplificare la vita anche a quelli che sono incapaci di concentrarsi su un’inquadratura. Benché lui sia prodigo di supporti, c’è sempre qualcuno che posta delle foto di paesaggi alpini con una mucca tagliata a metà, di cui si vede solo il posteriore, oppure una città d’arte con il cassonetto dell’umido, traboccante di rifiuti organici, in primo piano.</p>
<p>Instragrammucciolo sorride e strabuzza gli occhioni, sforna a manetta sofisticate applicazioni, che dovrebbero trasformare persino me in un premio pulitzer, ma malgrado questo viene invaso da orde di sprovveduti dediti all’improvvisazione che fanno stalking al gatto di casa e lo postano, tendono agguati al cane e li postano, si fanno selfie e li postano, mangiano guardando in camera e postano orride foto mentre masticano con vigore, esibendo in primo piano la foglia di lattuga tra i denti, infine chiudono in gloria fotografandosi i piedi, e li postano.</p>
<p>Lui tiene duro e continua a sorridere. Ogni tanto mi viene il dubbio che sia un po’ scemo, ma poi penso che ha reso la fotografia un po’ più democratica e meno supponente e allora lo perdono.</p>
<p>Se vuoi spiccare il volo con il social più incompreso della rete segui <a href="http://webities.net/instagram-fly-method/" target="_blank">Davide Dal Maso</a></p>
<blockquote><p>Consiglio per Biancaneve: smetti di cinguettare e cerca di capire come sono fatti i nani, magari, se comprendi come funziona, trovi un Principe vero</p></blockquote>
<blockquote><p>AMEN</p></blockquote>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Marketing Sempliciotto batte Fuffa Marketing: 5 a 0</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Apr 2017 04:52:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[Cucina]]></category>
		<category><![CDATA[Marketing]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura Potente]]></category>

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		<description><![CDATA[Oggi parliamo di: - Cucina semplice &#8211; #Valore e Buon marketing Grazie alla segnalazione di cari amici che conoscono la mia profonda avversione per i locali fusion e trendy, dove si mangia la carbonara destrutturata che, per il semplice fatto &#8230; <a href="http://www.ariarosa.it/scrittura/marketing/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2017/04/AR_mktg-e1491799841419.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1227" title="ar_mktg" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2017/04/AR_mktg-e1491799841419.jpg" alt="" width="500" height="268" /></a></p>
<p>Oggi parliamo di:</p>
</div>
<div><strong>- Cucina semplice</strong><br />
<strong> &#8211; #Valore e Buon marketing</strong></div>
<div><strong><br />
</strong></div>
<div>Grazie alla segnalazione di cari amici che conoscono la mia profonda avversione per i locali <em>fusion</em> e <em>trendy</em>, dove si mangia la carbonara destrutturata che, per il semplice fatto di presentarsi miseramente con uno spaghetto solitario in un angolo del piatto, un cicciolo (non fritto) nell’altro angolo e una non meglio identificata cremina di uova, maltrattate da uno chef sadomaso, nell’ultimo cantuccio, ti viene a costare quanto 10 kili di pasta di grano duro + una pancetta intera + la produzione mensile di un intero pollaio di trenta galline, ho deciso di andare a sperimentare la buona cucina casalinga di una volta in una trattoria milanese come non ne esistono più.</div>
<div>Ci avevo già provato una prima volta, commettendo l’imperdonabile errore di arrivare a destinazione alle 13 e 15, orario in cui il titolare, senza peraltro degnarmi di uno sguardo, mi lasciò sulla porta e, alla mia accorata richiesta di cibo rispose con un grugnito, indicandomi un cartello scritto a mano che riportava la perentoria frase: COMPLETO – CHIUSO.<br />
Incredula guardai la sala, pullulante di clienti.<br />
Alle 13.15 non c’era un buco libero.<br />
Un avventore impietosito mi spiegò che per sperare di riuscire a mangiare si sarebbe dovuti arrivare alle 11 e 30.</div>
<div style="text-align: left;"><strong><br />
Impara a dire qualche NO:<br />
se vali e hai successo i clienti ti desiderano DI PIU&#8217;.<br />
</strong><br />
La tenacia è la mia miglior dote e, ieri, ci ho riprovato.<br />
Animata dalla determinazione ho telefonato alle 10 per prenotare e mi sono sentita rispondere che le prenotazioni non esistono.<br />
Se arrivi entro le 13 mangi, sennò pazienza.</p>
<p>Partita di buzzo buono per arrivare in tempo mi sono ritrovata a destinazione alle 11 e 30, ma poiché ancora non ci potevo credere che nel 2017 ci fosse qualcuno che si presentava al ristorante a quell’ora, ho temporeggiato.<br />
Alle 11 e 40 ho aperto la porta e la macchina del tempo mi ha traslato nel 1960.</p>
</div>
<div>Pavimento a piastrelle bicolori, tavolini quadrati da 4 persone con tovagliette a quadretti rossi e bianchi, mura patinate dal tempo, porte scrostate, una vecchia stufa a legna in ghisa, che amici bene informati giurano essere l’unica forma di riscaldamento esistente nel locale, un bancone dal colore indeterminabile e sedie di ogni tinta, materiale, forma e foggia.</p>
<p>Addetti al servizio il titolare e la di lui sorella (settantenne); in cucina la stessa sorella, che in questa incarnazione ha evidentemente ricevuto il dono dell’ubiquità, più la mamma novantaquattrenne che deve vantare un’ascendenza hunza, altrimenti non si spiega come possa sfornare cibo a velocità ultrasonica per decine di persone.</p>
</div>
<div>Allibita conto 80 coperti, ma mi rendo conto che in realtà sono di più, perché l’oste è abilissimo nell’incastrare avventori in ogni spazio disponibile.<br />
Arriva a stiparne 6 in tavoli da 4 e nessuno protesta.<br />
Persino i cani presenti se ne stanno buoni a cuccia e nemmeno osano affacciarsi alla porta della cucina, sempre aperta.</div>
<div>Alcuni tavoli sono situati nella zona cucina-cesso e quando vai alla toilette rischi di abbattere i malcapitati a colpi di porta in faccia.<br />
Il bagno è senza luce elettrica, che comunque non serve, perché il locale apre solo a pranzo.<br />
Però la carta c’è.</div>
<div>Presenza cani più carta igienica in bagno.<br />
La mia personale metrica di attribuzione punti si mette in moto.</div>
<div>Questo posto è ok.</div>
<div><strong><br />
Il valore non è assoluto.<br />
Si stabilisce sulla base delle esigenze e preferenze del TARGET.<br />
</strong><br />
Stavolta il titolare, anche se mi lascia per un po’ in purga perché (scoprirò poi) non mi conosce e non sa chi mi ha mandato, decide di farmi mangiare e mi indica un tavolo occupato da una coppia, alla quale, andando dritto al punto, segnala che io mangerò con loro.<br />
Le parole esatte sono: <em>“non penserete mica di avere un tavolo da quattro solo per voi? Qui ci metto altri due, sennò il posto non basta per tutti…”</em> e se ne va.</p>
<p>Affascinata, comincio a riflettere sulla comunicazione, le parole giuste in relazione al target e agli obiettivi di marketing e mi viene da ridere, mentre l’oste sale vertiginosamente nella mia classifica di “comunicatore superfigo”.</p>
</div>
<div>I miei compagni di tavolo ed io cominciamo a fare conoscenza.<br />
Sono simpatici.<br />
Aspettiamo, invano, che qualcuno ci caghi, ma nessuno viene a prendere la comanda, benché il signore al tavolo con me provi più volte ad alzare la mano.<br />
Io ormai mi sono arresa e mi godo la scena.</p>
<p>Entra un avventore che, per fortuna, è amico d’infanzia del mio compagno di desco.<br />
Dopo gli abbracci di rito ci spiega l’arcano: nessuno ci considera perché, se vuoi mangiare, devi alzare il culo, prendere il menu, alcuni foglietti e una penna, gentilmente messi a disposizione dal locale, e scriverti la comanda da solo.<br />
Poi, quando lo reputerà opportuno, il personale (cioè il titolare unico) la verrà a prendere.</p>
</div>
<div>In quel momento, il mio incauto compagno di tavolo si azzarda a estrarre di tasca il cellulare per fotografare sua moglie, ma viene paralizzato da un urlo belluino, apostrofato in milanese e minacciato di espulsione immediata.<br />
I vicini di tavolo si affrettano a illuminarci sulla regola base del locale: i telefoni cellulari sono VIETATI!<br />
A tavola si mangia e si fa conoscenza, sennò fuori!</p>
<p>E’ ufficiale: mi sono innamorata del titolare e di questo locale aduso alle vecchie eleganti regole della buona educazione.</p>
<p>Medito sul fatto che ci vorrei portare il 90% dei miei amici, che regolarmente redarguisco quando, a tavola con me, anziché considerarmi degna di attenzione, smanettano sulla tastiera.</p>
</div>
<div>Una signora sdentata, seduta al tavolo accanto al nostro sentenzia: <em>“qui ci vuole rispetto!”</em> sostenuta da un attempato commensale che rincara la dose e dice, ridendo e indicando l’oste: <em>“vabbé, tanto se non rispetti le regole non c’è problema, lui qui ti taglia la mano”.</em></div>
<div>Il mio rating “pro trattoria” sale alle stelle.</div>
<div><strong><br />
Il cliente non ha sempre ragione.<br />
Stabilisci le tue regole e impara a farti rispettare.<br />
</strong><br />
Mentre di fronte a me si svolgono scene degne del miglior teatro dell’assurdo, una signora estrae da una sacca una serie di completini da bambino fatti all’uncinetto e comincia a venderli sul posto.<br />
Evidentemente c’è tolleranza per il co-marketing.<br />
Mamme con piccoli alien al seguito provano maglioncini e golfini ai loro pargoli.<br />
I cani cominciano a presentarsi tra loro, annusandosi il posteriore, ma sempre in rispettoso silenzio e anche tra le persone il ghiaccio si scioglie: la gente chiacchiera, ride, conversa.<br />
Nessuna notifica da social, né squillo molesto viene a turbare questa atmosfera d’antan.</div>
<div>E poi arrivano i piatti.</div>
<div>La nostra buona cucina vera, quella senza contaminazioni al profumo di curcuma, priva di lettini di rucola, monda da zenzero e curry, solletica le mie nari e mi delizia il palato.<br />
Roba semplice: zuppa di farro e fagioli, risotto alle ortiche, zuppa di verdura.</div>
<div>Salto il secondo, con disappunto dell’oste che mi dice: <em>“ma cosa vieni qui a fare se non mangi niente (se te magnet nagot)?”</em> e mi chiede <em>“ma chi ti ha mandato, che gli faccio un culo così?!”</em>.<br />
I miei commensali mangiano una vera super cotoletta alla milanese, con insalata già condita (e guai a te se osi chiedere variazioni sui condimenti).<br />
L’apoteosi dell’appagamento dei sensi la raggiungo quando la <em>sciura</em> depone di fronte a me la mousse di cioccolato, che ha esattamente il sapore di quella che faccio io: di vero burro burroso e cioccolata fondente.</div>
<div>Buonissima.<br />
La risucchio, estatica, benedicendo la loro cucina non spocchiosa, non pretenziosa, non aromatizzata al sapore di qualche cosa.</div>
<div>Mi piacerebbe chiedere il bis, ma la <em>sciura</em> ritorna e schiaffa il dessert davanti al mio vicino, spingendo di lato il piatto con la cotoletta.</p>
<p>Messaggio subliminale: <em>“muoviti che chiudiamo!”</em>.</p>
</div>
<div>Sono ormai le 12 e 45. Dopo aver intassato gente in ogni dove, il titolare espone il suo perentorio cartello: COMPLETO – CHIUSO e, impermeabile a ogni supplica, alle 12 e 50 comincia a rifiutare i clienti.</div>
<div>Alle 12 e 58 vengo scodellata fuori dal locale dopo aver pagato l’esorbitante cifra di 4 euro.<br />
Sono euforica.<br />
Rotolandomi dalle risate chiamo i miei amici e li benedico, relazionando sull’esperienza.</div>
<div>Esperienza: parola chiave del fuffa marketing, ma in questo luogo la posso pronunciare, perché è vera.</div>
<div>Siccome sono malata di marketing e comunicazione cerco anche di trovare il senso.<br />
Un senso semplice come le cose buone, un senso che riassumo in 5 concetti.</div>
<div><strong><br />
Il valore esiste quando:<br />
</strong></div>
<ol>
<li><strong>Hai un buon prodotto</strong> <em>(cucini bene e soddisfi le esigenze)</em>.</li>
<li><strong>La fai semplice e ti fai capire</strong> <em>(senza curcuma e zenzero, senza inutili paroloni inglesi e frasi fatte)</em>.</li>
<li><strong>Sei te stesso e te ne freghi delle conseguenze</strong> <em>(hai il tuo Personal Branding e le tue regole e non hai paura di perdere clienti)</em>.</li>
<li><strong>Non accetti chiunque, ma scegli tu</strong> <em>(i clienti cafoni con il cellulare acceso e quelli che non pagano, meglio lasciarli perdere)</em>.</li>
<li><strong>Applichi un onesto prezzo di mercato</strong> <em>(ma ricordati che non sarà per il prezzo che i clienti ti ameranno)</em>.</li>
</ol>
<div>Tutto il resto non serve, è come destrutturare la carbonara per stupire, ma – dopo un po’ – la gente si sveglia.</div>
<div>AMEN</div>
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		<title>No BellaStoria No Casa Bianca</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2016 19:12:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le elezioni USA si vincono grazie a un accurato lavoro sul Personal Branding. Lo abbiamo visto con Obama e oggi siamo qui a ragionare su: Come cavolo ha fatto quel cafone di Trump a vincere le elezioni? Questa è la &#8230; <a href="http://www.ariarosa.it/scrittura/no-bellastoria-no-casa-bianca/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le elezioni USA si vincono grazie a un accurato lavoro sul Personal Branding. Lo abbiamo visto con Obama e oggi siamo qui a ragionare su:<br />
<span style="font-weight: bold; font-style: italic;">Come cavolo ha fatto quel cafone di Trump a vincere le elezioni?</span></p>
<p>Questa è la domanda del giorno, che alcuni di noi, ancora sotto choc, si pongono. Gli analisti adesso stanno commentando una vittoria che i Simpson avevano predetto nel 2000, in un cartone animato in cui Lisa Simpson, divenuta Presidente, doveva rimediare ai danni del suo predecessore, che – guarda caso &#8211; era proprio Trump.<br />
Quando si dice il meraviglioso realismo della fantasia!</p>
<p>Leggi qui il contributo di <a href="http://www.linkedin.com/in/davidedalmaso95/en" target="_blank">Davide Dal Maso</a> e <a href="http://www.linkedin.com/in/albertonalin/en" target="_blank">Alberto Nalin</a> su questo tema <a href="http://www.linkedin.com/pulse/il-marketing-di-trump-vince-contro-la-pubblicit%C3%A0-della-dal-maso" target="_blank">https://www.linkedin.com/pulse/il-marketing-di-trump-vince-contro-la-pubblicità-della-dal-maso</a></p>
<p><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2016/11/Pulse_No-BellaStoria1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1220" title="Pulse_No BellaStoria" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2016/11/Pulse_No-BellaStoria1-e1478719216156.jpg" alt="" width="500" height="285" /></a></p>
<p>Mentre la pagina web del sito ufficiale dell’immigrazione canadese va in crash e su Twitter si ironizza sul fuggifuggi dagli USA verso il vicino Canada, la rete è in fermento e io mi consolo cercando di comprendere perché, fino all’ultimo, ho sperato che Trump perdesse.</p>
<p>Questo è il punto.</p>
<p>Come tanti altri non speravo che Hillary Clinton vincesse, ma che battesse il suo avversario. Dopo il primo attimo di incredulo sgomento ho quindi deciso di analizzare perché, dal punto di vista dei “contenuti” e del <em>“personal branding”</em> si trattasse della cronaca di una sconfitta annunciata.</p>
<p>Cosa è conveniente mettere in funzione per raggiungere le persone con il tuo messaggio?<br />
Di seguito considero 4 elementi chiave:</p>
<ol>
<li>Le Emozioni.</li>
<li>La Narrazione.</li>
<li>L&#8217;Identificazione.</li>
<li>Il Personal Branding.</li>
</ol>
<h1><em><strong>Sul fronte delle Emozioni:<br />
</strong></em><em><strong> il Guascone batte l’Algida</strong></em></h1>
<p>Donald Trump è un terribile, orrendo, volgare guascone.<br />
Ispira disgusto, avversione, rabbia, oppure suscita ammirazione e desiderio di imitarlo. Ricorda i nostri leghisti che urlavano <em>“in culo a Roma ladrona”</em> e in effetti hanno avuto un notevole seguito.<br />
Si aggancia ai sentimenti negativi e alle emozioni pure delle persone, quelle in cui non si ragiona con il lobo prefrontale, ma si fa agire il buon vecchio rettile che da millenni ci preserva dalle minacce e ci fa perpetuare la specie: quell’antico sauro per il quale vige la semplice regola <em>“tu mi dai un pugno, io ti do un pugno”</em>.<br />
Insomma in lui non c’è nulla di tiepido.</p>
<p>Hillary Clinton invece è algida, controllata, calcolatrice.<br />
E’ donna, ma sta antipatica pure alle donne, perché quando becca il consorte con la Lewinsky, abbozza.<br />
Sicuramente reagisce nel modo migliore per mantenere il controllo, ma il controllo – si sa – è il contrario del piacere.<br />
La buona vecchia Medea, se si fosse trovata al posto di Hillary, lo avrebbe sterminato in un bagno di sangue, maledicendo lui e la sua progenie: forse poco efficace a fini politici, ma di grande effetto scenico e gli umani amano il conflitto.<br />
Hillary Clinton ha avuto il suo <em>spannung</em> epico e ha scelto di non giocarselo.</p>
<p><em>“Vogliono una donna presidente, ma non questa donna”</em>, osservava prima del voto la sondaggista Ann Selzer.</p>
<p>Così è stato.</p>
<h2><em><strong>Sul fronte della Narrazione:<br />
l’Epopea batte la Logica</strong></em></h2>
<p>Senza conflitto non c’è letteratura.<br />
Alla base di una buona storia c’è la tensione narrativa.<br />
Come insegnano le più elementari regole dello <em>storytelling</em>, per avvincere il tuo pubblico ti servono un eroe, un nemico, un doloroso problema e una brillante soluzione.</p>
<p>Trump saccheggia a man bassa l’immaginario collettivo della piccola america razzista, bigotta, omofoba e anticomunista e lo rende suo.<br />
Rispolvera l’epopea dei pionieri al grido di <em>“make America great again”</em> e in quell’avverbio concentra i più potenti simboli dell’aggregazione: l’orgoglio e l’appartenenza, senza contare che si fa aiutare da allitterazioni e consonanze.<br />
A sostenerlo sullo sfondo appare John Wayne, che pure se ammazzava i pellerossa ci è stato simpatico a tutti, almeno fino a quando sono arrivati Dustin Hoffman e Kevin Costner.</p>
<p><em>“Torniamo a essere uniti”</em> è una delle sue frasi geniali, che fa trasparire la necessità di ristabilire qualcosa che si è perso.<br />
<em>“Torniamo”</em>.<br />
Tornare a un non meglio identificato “prima”, in cui ciascuno può infilarci i fantasmi preferiti: dai cosacchi mangiabambini, ai barbuti incappucciati e imbottiti di tritolo, alle famiglie gay.</p>
<p>Hillary Clinton parla invece la voce della logica e vanta la coerenza di una carriera impegnata e lineare, ma sempre in stretta connessione con il potere.<br />
Di conseguenza l’elettorato segue Trump che gli ricorda <em>“L’establishment vi ha tradito”</em>.</p>
<p>I migliori fatti se non sono narrati con parole chiare e luminose non arrivano al cuore del pubblico e, mentre Trump coltiva il suo brand, Clinton si concentra sulla logica delle azioni.</p>
<h1><strong><em>Sul fronte dell’Identificazione:<br />
il Normale Cialtrone batte la Perfettina</em></strong></h1>
<p>Trump è pieno di difetti: non si è fatto da solo, ma ha ereditato denaro e potere dal padre; è un voltagabbana che ci ha provato prima con i democratici, per poi approdare alla destra, comprendendo che avrebbe meglio soddisfatto i suoi obiettivi; i suoi messaggi sono volutamente offensivi, maleducati, sessisti, perché lui sa bene che su questo codice linguistico aggancia gli strati ignoranti della popolazione, che sono la maggioranza.<br />
Fa attrazione alle fasce povere e prive di diritti, additando loro un nemico comune <em>“l’establishment”</em>; li ispira all’odio e alla divisione, gridando “restiamo uniti”.<br />
Pronuncia parole che dividono, parole pericolose, ma potenti.<br />
Sa il fatto suo e costruisce un brand di spessore.</p>
<p>Hillary Clinton, che invece si è sempre battuta per i diritti, dai giovani detenuti alle madri single, ai bambini disabili, lo ha però sempre fatto da una posizione di potere e privilegio.<br />
Lei parla la lingua dei radical chic, che non convince il sottoproletariato urbano.</p>
<p>Le logiche del networking insegnano che per ispirare le persone è opportuno che tu ti ponga al loro livello: non sopra, né sotto, non troppo bravo, né totalmente inetto, ma sufficientemente incazzato e passionale da trascinare gli altri, agganciando la loro paura, la loro rabbia, il loro dolore.</p>
<p>Le personcine perfette dai capelli composti mancano di umanità e gli esseri umani per identificarsi hanno bisogno del sudore e delle lacrime.<br />
Sono passati millenni da quando il rettile ci governava, ma dentro a quella nocciolina interna al cervello, che si chiama amigdala, funzioniamo ancora così e chi sa muovere quelle leve ci può manipolare a piacimento.</p>
<h2><strong><em>Sul fronte del Personal Branding:<br />
il Creatore di Contenuti batte l’Oppositrice</em></strong></h2>
<p>Una storia da raccontare, che susciti emozioni nel pubblico, che ispiri gli altri a seguirti, funziona solo se lavori seriamente sulla tua intima essenza, altrimenti detta <em>“personal branding”</em>.</p>
<p>Hillary Clinton ha impostato la sua comunicazione “in opposizione” e l’opposizione non è che una forma di dipendenza.<br />
Chi si oppone non ha contenuti e valori propri per cui combattere.<br />
Chi si oppone resta agganciato alla comunicazione dell’altro, al suo eloquio, ai suoi argomenti.<br />
Chi si oppone e non propone il Suo Sogno, resta schiavo delle idee degli oppositori e della concorrenza.<br />
Se al tuo progetto non ci credi tu, perché mai gli altri ti dovrebbero seguire?</p>
<p><em><strong>Donald Trump ci mette forza ed energia:<br />
ti può fare schifo, ma convince e vince.</strong></em></p>
<p>In fondo in fondo non facevo il tifo per Hillary nemmeno io, solo speravo che Trump perdesse.<br />
Avevo dimenticato che quando si combatte è opportuno farlo <em>“per qualcosa che mi sta a cuore”</em>, anziché <em>“contro qualcos’altro”</em>.</p>
<p><strong>No #BellaStoria No CasaBianca</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>Il follow up della zia Bettina</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Feb 2016 09:03:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[social media marketing]]></category>

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		<description><![CDATA[La scrittura social, dalla letterina di Natale a Linkedin Perché si scrive? Per passione, per sfogarsi, per lavoro, per piacere, per forza. Scrivere è difficile, impossibile, faticoso; è bello, gratificante, divertente. Quando ero piccola, oltre a leggere avidamente tutto ciò &#8230; <a href="http://www.ariarosa.it/web/il-follow-up-della-zia-bettina/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La scrittura social, dalla letterina di Natale a Linkedin</strong></p>
<p>Perché si scrive?<br />
Per passione, per sfogarsi, per lavoro, per piacere, per forza.<br />
Scrivere è difficile, impossibile, faticoso; è bello, gratificante, divertente.</p>
<p>Quando ero piccola, oltre a leggere avidamente tutto ciò che mi passava sotto mano, scrivevo.<br />
Per il piacere di rileggere i miei pensieri, finalmente messi in ordine e spinti verso un senso, che all’inizio non conoscevo e che scoprivo poco a poco.</p>
<p>Qualche volta invece mi toccava scrivere per forza: gli auguri di Natale e Pasqua e compleanni.<br />
Una volta si usava così.<br />
La mia allenatrice alla scrittura “per dovere” era la zia Bettina, che mi costringeva a interminabili sedute in cui riempivo pacchi di cartoline e bigliettini, con le frasi di rito.<br />
Non solo le feste comandate, anche ringraziamenti per regali ricevuti, condoglianze, congratulazioni per matrimoni, feste, battesimi, comunioni e cerimonie affini.</p>
<p><a href="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2016/02/Zia_Bettina2_Resize.jpg"><img title="Zia_Bettina2_Resize" class="alignleft size-full wp-image-1198" alt="" src="http://www.ariarosa.it/wp-content/uploads/2016/02/Zia_Bettina2_Resize-e1455354903797.jpg" width="500" height="448" /></a></p>
<p>La zia Bettina era un drago del follow up: intratteneva le relazioni come il più assiduo dei marketer.<br />
Non le sfuggiva nulla: ricordava a memoria i compleanni di tre generazioni di parenti e parenti acquisiti, era preparatissima sul “santo del giorno” e non vi era onomastico, anche degli omonimi del più oscuro martire minore, che non venisse minuziosamente memorizzato e registrato.</p>
<p>Molto prima di Zuckerberg la zia Bettina faceva networking, con una determinazione degna di un marine in allenamento.<br />
Io ero il suo soldato palladilardo.</p>
<p>Quanto ho odiato i bigliettini da spedire con le frasi di circostanza “tanti cari auguri”, “migliori auguri di buon anno”, “sentite condoglianze”; ricordo la volta in cui mi volle costringere all’orrida rima “un bacetto, Gina Moretto”. Lì mi ribellai.<br />
Fu in quel giorno che nacque in me l’odio per le ripetizioni e l’avversione per i funnel che, lo so, funzionano, ma non per chi ha avuto una ziaBettina nell’albero genealogico.</p>
<p>L’eredità preziosa dell’ineffabile zia è la passione per le relazioni.<br />
<strong>Il desiderio di comunicare – per iscritto – con le mie reti, in modo unico e personale.</strong></p>
<p><strong>COSA FUNZIONA PER ME<br />
Farmi le domande<br />
</strong>Se decido di stare sui social da professionista è bene che mi faccia delle domande.<br />
- Quali sono i miei obiettivi di business?<br />
- E quelli di marketing?<br />
- A chi sto parlando?<br />
- Cosa voglio che la mia rete faccia per me?<br />
- Cosa faccio di buono per la mia rete?<br />
- Il mio obiettivo cambia o è sempre lo stesso?<br />
Tutte queste domande, periodicamente, me le faccio per iscritto:<br />
Vi assicuro che fa la differenza.</p>
<p><strong>Parlare in prima persona<br />
</strong>La prima persona è la voce dell’autobiografia.<br />
Da Rousseau a <em>“longtemps je me suis couché de bonne heure”<br />
</em> parlare in prima persona significa mettersi in gioco e cercare la relazione.<br />
Sui social, prima viene la persona, il “chi sono”, poi l’azione, il “cosa faccio”.<br />
I ruoli sono utili per farsi ricercare su Google, ma quando le persone arrivano da me devono trovare l’unicità, il tratto distintivo, che le farà decidere di relazionarsi con me.</p>
<p><strong>Rispondere. Sempre<br />
</strong>Il minimo che posso fare quando qualcuno mi contatta è rispondergli.<br />
Una persona che mi contatta mi regala il suo interesse, il suo tempo, il suo valore.<br />
La risposta – il più tempestiva possibile –<br />
è l’equo scambio che fa comprendere al mio interlocutore che lui per me, vale.</p>
<p><strong>Mettere luce nelle relazioni: la magic mail.<br />
</strong>La scrittura è il mio strumento di lavoro<br />
e la uso per mettere in contatto tra loro le persone di valore.<br />
<a href="https://www.linkedin.com/in/lucabozzato" target="_blank"> Luca Bozzato</a> nei suoi corsi parla della magic mail.<br />
Una magic mail è un breve testo nel quale spiego ai miei due interlocutori, possono essere anche di più</p>
<ul>
<li>Perché li sto mettendo in contatto</li>
<li>Quali sono le caratteristiche di ognuno di loro in cui io riconosco valore</li>
<li>Soprattutto la mia esperienza di relazione professionale con ciascuno.</li>
</ul>
<p><strong>Scrivere segnalazioni su Linkedin<br />
</strong>Linkedin è la piattaforma di relazione professionale per eccellenza.<br />
Offre quindi la possibilità di scrivere brevi segnalazioni<br />
sui professionisti della mia rete con cui lavoro.<br />
Meglio essere brevi, sintetici, chiari.<br />
A nessuno interessa sapere che Tizio è simpatico e Caio ha un master.<br />
Ciò che conta è come Tizio si relaziona e in che modo il master di Caio<br />
può garantire le competenze adeguate a un ruolo professionale.</p>
<p>Lo schema ideale per la segnalazione è:</p>
<ul>
<li>Ho lavorato/lavoro con lui/lei</li>
<li>Riconosco che è bravo/bravissimo in questo lavoro</li>
<li>Apprezzo le sue competenze tecniche nel tale settore</li>
<li>Garantisco che sarà di aiuto nello svolgere la tale mansione</li>
</ul>
<p>______________________________<br />
La scrittura nell&#8217;era dei social ancora serve.<br />
Grazie ZiaBe.</p>
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